Collaborazione Volontaria

Gli adempimenti del contribuente secondo i recenti chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate.

Con la Circolare 10/E dello scorso 13 Marzo l’Agenzia delle Entrate ha fornito preziosi chiarimenti riguardo alla procedura di Collaborazione Volontaria, conosciuta anche come Voluntary Disclosure, con la quale i contribuenti che detengono illecitamente i propri capitali all’estero potranno decidere di dichiarare tali proventi al Fisco, assoggettandosi a sanzioni minori e, eventualmente, di riportare i propri capitali in territorio italiano.

In questo articolo ci occupiamo di quelli che sono i principali adempimenti del contribuente, in sede di avvio della procedura.

Collaborazione Volontaria: richiesta di accesso
La richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria avviene attraverso la compilazione di uno specifico modello dispionibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate, che deve essere presentato esclusivamente per via telematica, entro il 30 settembre 2015.
La procedura si considera presentata nel momento in cui è conclusa ricezione dei dati, per la quale l’Agenzia emette una specifica comunicazione che certifica l’avvenuta trasmissione della richiesta.
Tale ricevuta è contenuta in un file corredato dalm codice di autenticazione per il servizio Entratel o dal codice di riscontro per il servizio Internet (Fisconline) e viene normalmente inviata, sempre per via telematica, entro 5 giorni lavorativi successivi a quello dell’invio.
Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate ha previsto che il contribuente che decide di accedere alla procedura di collaborazione volontaria alleghi alla domanda di accesso anche una relazione di accompagnamento che viene considerata una parte integrante della richiesta di accesso e che deve contenere tutte le informazioni (descritte nel paragrafo successivo) utili alla comprensione dei dati indicati, in modo schematico, nella domanda di accesso alla procedura.

Collaborazione Volontaria: relazione di accompagnamento
La relazione di accompagnamento deve contenere:

  • l’ammontare degli investimenti e delle attività di natura finanziaria costituite o detenute all’estero, anche indirettamente o per interposta persona;
  • la determinazione dei redditi che servirono per costituirli o acquistarli, nonché dei redditi che derivano dalla loro dismissione o utilizzazione a qualunque titolo;
  • la determinazione degli eventuali maggiori imponibili agli effetti delle imposte sui redditi e relative addizionali, delle imposte sostitutive, dell’imposta regionale sulle attività produttive, dei contributi previdenziali, dell’imposta sul valore aggiunto e delle ritenute anche se non connessi con le attività costituite o detenute all’estero;

La relazione dovrà anche contenere informazioni riguardanti i soggetti che sono collegate alle attività estere dichiarate nella procedura di accesso, a tal fine deve essere trasmessa anche tutta la documentazione necessaria per ricostruire gli investimenti e le attività finanziarie detenute all’estero, descritte nella relazione di accompagnamento, come anche a determinare i maggiori imponibili.
L’invio della relazione di accompagnamento e della relativa documentazione, soprattutto nei casi di collaborazione internazionale, dove la documentazione potrebbe non essere immediatamente disponibile, può avvenire anche nell’arco dei 30 giorni successivi all’invio della domanda di accesso alla procedura purché entro il termine ultimo del 30 Settembre 2015.
La relazione di accompagnamento dovrà fornire tutte le informazioni utili a illustrare la tipologia, la composizione, l’ubicazione e le modalità di custodia delle attività estere, approfondendo, con la documentazione di supporto, anche la presenza di soggetti interposti.
La relazione di accompagnamento dovrà consentire l’individuazione del beneficiario effettivo delle attività finanziarie e patrimoniali, qualora si configuri la presenza di un soggetto interposto. Il contribuente dovrà anche chiarire gli incrementi e i decrementi del valore patrimoniale delle attività costituite e detenute all’estero, evidenziandone la rilevanza o irrilevanza ai fini della normativa tributaria o del monitoraggio fiscale.
La descrizione dettagliata delle attività estere dovrà consentire la corretta individuazione del paese di detenzione, con riferimento a ciascun periodo d’imposta, in merito all’appartenenza o meno a una delle tre categorie richiamate (paesi black list, black list con accordo, non black list) anche al fine di definire quali sono le specifiche sanzioni e le specifiche agevolazioni previste.

Collaborazione Volontaria: istanza integrativa
Dal momento che la formazione della documentazione illustrativa potrebbe portare a rivedere quanto indicato nel modello o nella documentazione già trasmessi all’Agenzia delle entrate, il provvedimento ha previsto che la richiesta venga considerata completa e conclusa con l’ultimo modello di richiesta inviato e con l’ultima trasmissione di documentazione e informazioni poste in essere dal contribuente. Per questo sarà possibile integrare l’istanza entro il termine di 30 per la presentazione della documentazione.
L’istanza integrativa dovrà essere effettuata attraverso una nuova richiesta, completa in tutte le sue parti, in cui sarà barrata la casella “istanza integrativa”; che dovrà comunque essere inviata entro il termine ultimo del 30 Settembre 2015.

Invio e responsabilità del contribuente
La documentazione potrà essere trasmessa da qualsiasi casella di posta elettronica certificata (PEC), a prescindere che tale casella di posta certificata sia di proprietà del contribuente o del professionista che lo assiste nella richiesta di accesso alla proceduta.
La responsabilità in merito al corretto e tempestivo invio nei confronti dell’Amministrazione finanziaria resta esclusivamente in capo al contribuente che intende avvalersi della procedura.
Allo stesso modo anche la responsabilità della veridicità e della completezza dei contenuti della richiesta, della documentazione e delle informazioni relative, sono ricondotte solo al contribuente e non al professionista che fornisce supporto alla predisposizione della richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria.

Naspi 2015, esclusione e decadenza

Tra le condizioni previste per la fruizione della nuova Naspi 2015 vi sono le iniziative di riattivazione lavorativa e la riqualificazione professionale: ecco cosa sono e come funzionano.

Nel Consiglio dei Ministri dello scorso 20 Febbraio è stato definitivamente licenziato il decreto attuativo del Jobs Act dedicato alla Naspi 2015, il nuovo ammortizzatore socialeche, insieme a Asdi e Dis-Coll, costituirà un valido supporto per i lavoratori del settore privato che hanno perso involontariamente il lavoro.

Casi di esclusione: tipologie di lavoratori
Occorre innanzi tutto premettere quali sono le categorie professionali per cui non è prevista la Naspi. Si tratta di:

  • dipendenti e lavoratori del settore pubblico assunti a tempo indeterminato;
  • operai agricoli assunti sia con contratto a tempo determinato che con contratto a tempo indeterminato;

Casi di esclusione: adempimenti formali
E’ possibile essere esclusi dal beneficio della Naspi anche per inadempienze formali o per il venir meno delle condizioni che hanno determinato il riconoscimento del sussidio.
Non potrà, infatti, percepire la Naspi chi pur avendone diritto:

  • non ha trasmesso la domanda telematica all’INPS entro i 60 giorni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro;
  • non ha trasmesso la domanda telematica all’INPS entro i 30 giorni successivi dall’inizio dell’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o da quella di sottoscrizione di una quota di capitale sociale della cooperativa. In questo caso è opportuno ricordare che la domanda viene presentata per ottenere la liquidazione della Naspi in un’unica soluzione, ovvero come incentivo all’autoimprenditorialità;

Casi di decadenza: lavoro e pensioni
Il Decreto prevede anche specifici casi di decadenza legati all’ottenimento di un nuovo contratto di lavoro o al raggiungimento dei requisiti pensionistici. Si perde, quindi, il diritto alla fruizione della Naspi anche nel caso in cui il lavoratore:

  • inizia un’attività di lavoro subordinato, autonomo o in forma di impresa individuale senza darne comunicazione all’Inps;
  • raggiunge i requisiti per la pensione di vecchiaia o per la pensione anticipata;
  • acquista il diritto alla pensione di invalidità ordinaria (anche se, in questo caso è lo stesso lavoratore che può scegliere se fruire della Naspi o della pensione di invalidità);

Casi di decadenza: politiche attive del lavoro
E’ l’articolo 7 del Decreto Attuativo (Condizionalità) a definire, invece, i casi di decadenza ovvero le azioni e le procedure previste per la fruizione della Naspi che, nel caso non vengano seguite, determinano l’interruzione del trattamento economico previsto dal nuovo sussidio di sociale per l’impiego. In questo articolo del Decreto vengono esplicitamente segnalate, quali condizioni per la fruizione della Naspi:

  • la partecipazione alle iniziative di attivazione lavorativa: si intendono, a titolo di esempio, in questo caso:
    • ricerca autonoma del lavoro sia attraverso il Centro per l’Impiego sia attraverso altri canali;
    • colloqui di lavoro fissati al lavoratore dal Centro dell’impiego;
  • la partecipazione ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai Centri per l’impiego, si intendono, a titolo di esempio, in questo caso:
    • partecipazione a corsi di formazione professione organizzati dalla regione o dalla provincia autonoma;
    • partecipazione a stage, tirocini e altre occasioni di formazione in azienda organizzati dalla regione o dalla provincia autonoma;
  • la partecipazione a tutte le altre politiche attive del lavoro che saranno disciplinate dal Jobs Act anche attraverso la prossima istituzione di un’Agenzia nazionale dell’Impiego che dovrebbe sostituire gli attuali Centri per l’impiego;

Occorre, infine, specificare che un decreto ministeriale (Ministero del Lavoro) di prossima emanazione dovrà definire con certezza quali sono i casi di mancata attivazione dei lavoratori disoccupati che determinano l’interruzione della Naspi.

Procedura per cancellare i propri debiti con Fisco e creditori.

La Legge 3/2012 consente ai singoli cittadini di ridurre o cancellare i debiti contratti con Fisco e creditori. le procedure sono due: piano del consumatore e accordo di ristrutturazione del debito. Ecco in cosa consistono e come utilizzarle.

La crisi imperversa e sempre più persone hanno difficoltà ha ripagare i debiti che hanno contratto con il Fisco e con i creditori. Se le imprese possono accedere a procedure di concordato preventivo ed evitare fallimento, i singoli cittadini non hanno questa possibilità. O meglio non ce l’avevano fino al momento in cui non è arrivata la legge n.3 del 2012, varata quando al Governo c’era Mario Monti e la poltrona di viale XX Settembre era occupata da Vittorio Grilli.

La cosiddetta legge salva-suicidivarata tre anni fa, consente infatti di aderire a misure alternative di“composizione della crisi da sovraindebitamento”. In altre parole: anche il singolo cittadino può riuscire a rientrare, in parte, dei debiti accumulati, cancellando il resto.

La norma parte dal presupposto che molto spesso, neanche la procedura di rateizzazione basta a risolvere crisi di sovraindebitamento ingente. Così è stata creata la possibilità di rivolgersi al tribunale, tramite avvocato, e avviare un piano che consenta di ridurre i debiti contratti con Equitalia o con i creditori fino ad un importo tale da poter essere ripagato.

Grazie all’entrata in vigore del procedimento di esdebitazione avvenuta lo scorso 28 gennaio, adesso le procedure stabilite dalla legge 3/2012 (successivamente ritoccate dal Governo Letta) sono a disposizione di chiunque.

Il singolo cittadino ha a disposizione due differenti procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento:
- il piano del consumatore,
- l’accordo di ristrutturazione del debito.

Oltre a queste, ricordiamo l’esistenza di una procedura di liquidazione del patrimonio che implica però la vendita di tutti i beni in possesso del debitore.

Ma vediamo di saperne di più.

Legge 3/2012: il piano del consumatore
Il piano del consumatore può essere utilizzata da una persona fisica (esclusi dunque professionisti, associazioni, start up innovative, imprenditori agricoli e piccoli commercianti) che non riesce a ripagare i propri debiti o che si trova in una “situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile”.

Condizione per accedere al piano è che il debito non provenga da un’attività professionale o imprenditoriale. Il cittadino deve inoltre essere «meritevole». Ciò vuol dire che non deve aver utilizzato un credito sproporzionato rispetto al suo patrimonio.

Tramite il proprio avvocato, il consumatore dovrà presentare al Tribunale il proprio piano. I Giudici provvederanno quindi a nominare un organismo di composizione della crisi che avrà l’incarico di verificare che il cittadino abbia detto il vero sulla propria situazione patrimoniale e di dare un parere sull’applicabilità del piano di rientro proposto.

Il debitore avrà inoltre la possibilità di «mettere sul piatto» eventuali crediti futuri, come per esempio il Trattamento di Fine Rapporto (TFR). Il Tribunale, sentito il parere dell’rganismo, deciderà il da farsi senza chiedere il consenso dei creditori. Questi ultimi hanno però la possibilità di essere «ascoltati» e presentare le loro contestazioni. Nel caso in cui i Giudici dessero il loro assenso, il privato potrà ripagare parzialmente i propri debiti e non dovrà liquidare il proprio patrimonio per intero. Nel caso in cui quest’ultimo non rispettasse le condizioni del piano, la procedura si trasformerà automaticamente in quella di liquidazione del patrimonio.

Legge 3/2012: accordo di ristrutturazione dei debiti
L’accordo di ristrutturazione dei debiti può essere utilizzato sia dai privati cittadini che da professionisti, associazioni, start up innovative, imprenditori agricoli e piccoli commercianti. Anche in questo caso, tramite un avvocato, ci si dovrà rivolgere al Tribunale che avrà il compito di approvare e valutare la richiesta.

La condizione è che il giro d’affari non superi le soglie di legge per essere soggetti a fallimento, il che vuol dire che nei tre anni precedenti:
- l’attivo patrimoniale deve essere inferiore ai 300mila euro,
- i ricavi lordi devono assestarsi sotto i 200mila euro per ogni esercizio,
- i debiti devono essere inferiori a 500mila euro.

A differenza del piano del consumatore, l’accordo di ristrutturazione del debito necessita dell’assenzo dei creditori che rappresentano almeno il 60% dei crediti.
Non c’è però il requisito di meritevolezza.

Liquidazione del patrimonio
Oltre alle due procedure sopra descritte, privati, professionisti e piccoli imprenditori in situazioni di insolvenza conclamata possono accedere alla procedura di liquidazione del patrimonio. Quest’ultima prevede che il debitore metta a disposizione tutti i propri beni e tutti i propri crediti, eccetto quelli necessari per mantenere la famiglia.

Liquidando il proprio patrimonio, verranno cancellati i debiti che il cittadino non è in grado di ripagare.

Rispetto al piano del consumatore e all’accordo di ristrutturazione, quest’ultima è la soluzione meno conveniente.

ARRIVA l’IMUS

Nel disegno di legge di conversione del Milleproroghe, approvato dalla Camera dei Deputati, vengono affrontati temi relativi ai tributi locali, come Tari e IMUS, la nuova imposta che entrerà in vigore nel 2016. Ecco di che si tratta.

Tra i vari temi su cui è intervenuto il Milleproroghe, tra cui le novità 2015 su Partite IVA e nuovi minimi, ci sono anche i tributi degli Enti locali, come Tari e IMUS.

Rispetto alla partecipazione degli Enti locali all’accertamento dei tributi erariali, viene stabilito che dal dal 2012 al 2017 la quota di gettito ai fini di questa partecipazione è elevata al 100%, nonostante la legge n. 190/2014, art. 1, comma 702, aveva previsto detta quota nella misura del 55% per gli anni 2015-2017.

Sulla Tari è stato disposto che per il 2014 valgono le deliberazioni regolamentari e tariffarie in materia che i Comuni hanno adottato entro il 30 novembre 2014. Gli Enti che non hanno deliberato i regolamenti e le tariffe entro questa data devono procedere alla riscossione sulla base delle tariffe applicate per l’anno 2013.

e poi c’è l’IMUS…ma che cos’è?

IMUS dal 2016

Nonostante ricordi l’IMU, la nuova tassa IMUS non è una tassa sulla proprietà immobiliare, ma è l’imposta municipale secondaria che dal 2016 sostituirà:

  • la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche;
  • il canone di occupazione di spazi ed aree pubbliche;
  • l’imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni;
  • il canone per l’autorizzazione all’installazione dei mezzi pubblicitari.

Sulla nuova imposta aleggiano diversi dubbi, poiché l’imposta era prevista già per il 2014, ma poi il termine è stato differito al 2015 e nel testo del Milleproroghe effettivamente un riferimento chiaro al 2016 non c’è. Quindi che fare?

A fare un po’ di chiarezza ci ha pensato il MEF, che con la risoluzione n. 1/DF del 12 gennaio 2015 ha disposto che:

“i comuni possono introdurre l’IMUS solo a seguito dell’emanazione del regolamento governativo di cui al comma 2 dell’art. 11 in commento (art. 11, comma 2, D.Lgs. n. 23/2011, ndr) e che la mancata emanazione di quest’ultimo provvedimento non determina automaticamente l’abolizione dei tributi e dei canoni che l’IMUS è destinata a sostituire”.

Quindi, in mancanza del regolamento il Comune non può istituire l’IMUS, così come in assenza di disposizioni normative nazionali l’Ente locale non potrebbe esercitare la potestà regolamentare, poiché mancherebbero

“alcune disposizioni normative fondamentali per la compiuta disciplina del tributo in questione”.

Il regolamento in questione deve occuparsi della

“fissazione di tariffe differenziate in base alla tipologia ed alle finalità dell’occupazione, alla zona del territorio comunale oggetto dell’occupazione ed alla classe demografica del comune”.

Alla luce di ciò, per comprendere quando verrà introdotta effettivamente la nuova imposta e quando andrà pagata, la risoluzione del MEF spiega che fino a quando non verrà introdotto il regolamento governativo i Comuni non potranno istituire con il regolamento comunale l’IMUS e continueranno ad applicare le 4 tasse suddette.

Quindi per pagare c’è ancora tempo!

l’uscita dall’Euro è sempre più vicina

Se la Grecia uscisse dall’Euro, l’Italia perderebbe 61 miliardi di euro. Tutte le cifre contenute nel rapporto shock di Barclays.

61 miliardi di euro. Questi i soldi che l’Italia rischia di perdere se la Grecia esce dell’Euro, praticamente il costo di una maxi – manovra da «lacrime e sangue».

Un’eventualità tutt’altro che remota date le recenti news provenienti dall’Eurogruppo e i continui dissidi tra Tsipras e i vertici UE.

L’esposizione del nostro Paese verso Atene, è stata calcolata da Barclays, una dele più grandi banche internazionali che giorno dopo giorno pubblicano report drammatici per gli ellenici, ma anche per noi. Anzi, per essere precisi, l’istituto parla di 61,2 miliardi di euro che l’Italia vedrebbe andare in fumo come conseguenza della Grexit.

Se fino a pochi giorni fa infatti, l’abbandono della moneta unica da parte della Grecia sembra un’eventualità remota, oggi le possibilità che questo avvenga sono salite al 30 – 40%.

Italia e Grecia: i calcoli di Barclays
Secondo la banca infatti:

“le possibilità di uscita sono più alte adesso che nel 2012”

Subito dopo arrivano le cifre, catastrofiche per chiunque.

Per quanto riguarda l’Italia, la tabella sull’official exposure inanella una serie di numeri la cui somma spaventa, e pure parecchio:

- 10 miliardi di prestiti bilaterali,
- 27,2 tramite il fondo salvastati,
- 4,8 come quota parte dell’operazione Securities Markets Programme del 2012
- 19,2 come passività derivanti dal Target 2 (il sistema di compensazione dei pagamenti fra banche nazionali coordinato dalla Bce.

Barclays sottolinea che le ultime due voci sono state calcolate in base al cosiddetto capital key, ovvero la quota che l’Italia ha nel capitale della BCE (17%).

La somma delle varie perdite arriva a 61,2 miliardi di euro, una cifra che corrisponde al 3,8% del Pil italiano.

Ma, se vale la legge del «mal comune mezzo gaudio», a rimetterci parecchio saranno anche Germania e Francia che, in caso di Grexit, perderebbero rispettivamente 91,6 e 70,1 miliardi di euro (3,3% del PIL per ognuna). Malissimo anche per gli altri Stati Membri, la cui esposizione corrisponde a:

- Estonia: 4,3% del Pil,
- Slovacchia: 4,2% del PIL,
- Malta: 5,3%.

Grexit: le conseguenze per la Grecia
Ma Barclays si spinge oltre sostenendo che un’uscita «veloce e traumatica» come quella che si prospetta, potrebbe causare ripercussioni pesantissime sui singoli cittadini greci:

«La storia insegna che pochi governi sono sopravvissuti in casi del genere. Come negli altri casi, le più colpite sarebbero le classi medie, senza soldi all’estero né speciali proprietà»

La fuga dalle banche sarebbe la prima mossa che gran parte della popolazione attuerebbe, ancor prima che venga fissato il nuovo cambio della dracma, le banche andrebbero incontro al collasso e alla statalizzazione. Uno scenario da incubo che però potrebbe non essere migliore nel caso in cui si trovasse una soluzione in extremis e la Grecia restasse nell’Euro.

Nel caso in cui Tsipras si sottomettesse al volere della Troika il debito pubblico, attualmente al 175% del PIL: scenderà entro il 2020 al 120%, in caso contrario bisognerà attendere 10 anni in più. E tutto questo ammettendo che venga concesso ad Atene l’azzeramento degli interessi per 20 anni.

«La Grecia resterebbe per decenni altamente esposta a shock fiscali e dipendente da aiuti finanziari».

Insomma, in ogni caso, si prospettano anni durissimi. E non solo per la Grecia

tutte le agevolazioni per le famiglie

Bonus bebè 2015, voucher per asili e baby sitter, congedo dei papà: sono solo alcune tra le agevolazioni previste quest’anno a favore delle famiglie a basso redditi con figli. Ma come orientarsi tra le diverse opportunità di sostegno alla genitorialità e – soprattutto – cosa fare con il nuovo Isee?

Bonus bebè 2015, voucher asili e baby sitter, congedo dei papà: termini che ormai sembrano essere diventati quasi di uso comune, tanta è stata la propaganda del Governo in merito agli strumenti messi in campo per il sostegno alla genitorialità. L’Italia, si sa, è ormai un Paese prossimo alla natalità zero, con tutti gli inevitabili squilibri demografici che ciò comporta. Tuttavia, l’aiuto alle famiglie – specialmente a quelle più numerose –sembra essere più consistente quest’anno, tanto da doversi orientare tra i diversi tipi di agevolazioni proposte.

Il bonus bebè: che cos’è e come funziona

Con il termine “bonus bebè” intendiamo quella misura sperimentale che riguarda i nuovi nati (o adottati) tra il 1 gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, fino al terzo anno di vita. Questo specifico aiuto non scatterà in maniera automatica, ma dovrà essere presentata apposita richiesta all’Inps. La famiglia richiedente dovrà avere un Isee annuale inferiore a 25 mila euro: in questo caso si avrà diritto a 80 euro al mese per 12 mensilità. Se l’Isee è inferiore ai 7 mila euro, invece, il bonus raddoppia, arrivando a 160 euro mensili. Le somme erogate non andranno ad aumentare il reddito imponibile Irpef.

Voucher asili nido e baby sitter: i chiarimenti dell’Inps

Con il messaggio numero 28 del 2015 l’Inps spiega che le istanze possono essere inviate solo dalle madri con dichiarazione Isee valida secondo la nuova disciplina, attraverso il cosiddetto Isee minorenni. Il voucher per l’asilo nido e le baby sitter è stato introdotto dalla legge 92/2012, e ne abbiamo parlato giàdiffusamente in precedenza.

Il congedo dei papà

Oltre al tradizionale congedo di maternità, va ricordata la possibilità di astenersi dal lavoro anche per i papà. Un’agevolazione destinata ai lavoratori dipendenti (anche adottivi e affidatari) he va richiesta non oltre il quinto mese di vita del figlio per nascite, adozioni e affidamenti avvenuti a partire dal 1 gennaio del 2013. Sul fronte dei bonus, il padre lavoratore ha diritto, per i giorni di congedo obbligatorio e facoltativo, a un’indennità pari al 100 per cento della retribuzione.

Altre agevolazioni e il nodo Isee

Tra le nuove agevolazioni previste, è in cantiere anche un contributo di mille euro a favore delle famiglie con 4 figli, ma manca ancora il necessario decreto attuativo. Nel frattempo, però, la rivoluzione Isee in atto preoccupa non poco tutti i possibili beneficiari dei sopracitati interventi.

Riforma del Catasto 2015

n base a recenti comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate viene chiarita la road map della Riforma del Catasto, una delle misure contenute nella Delega Fiscale assegnata al Governo, che, pur a fronte di un percorso molto lungo, ridisegnerà il volto del catasto italiano.

La road map della riforma del catasto
Dopo l’istituzione delle commissioni censuarie che dovranno occuparsi della catalogazione degli immobili ai fini fiscali, a livello locale, lo step successivo della riforma del catasto inizierà a luglio 2015, momento in cui sarà avviato il campionamento degli immobili.
In base alle nuove modalità di classificazione previste scompariranno le vecchie categorie A/1, A/2, A/3 non ci saranno più case popolari e immobili di lusso e tutti gli immobili considerati come appartamenti confluiranno nella categoria O/1.
Per quanto riguarda i passaggi successivi, entro la metà del 2018 dovranno essere approntate le funzioni statistiche che consentiranno di ricalcolare il valore degli immobili, al fine di determinare, entro la fine del 2019, la nuova base imponibile necessaria per il ricalcolo delle differenti imposte sulla casa.
A tal proposito è opportuno segnalare che gli immobili non verranno più misurati in base ai vani ma in base ai metri quadri. Le nuove funzioni statistiche serviranno anche per rettificare il valore degli immobili tenendo conto anche di parametri come la superficie, la presenza di un ascensore nel palazzo, la tipologia di affaccio, il piano a cui è collocato l’appaertamento, l’ubicazione e lo stato di conservazione. Sarà determinato un valore unitario per 1 metro quadro che sarà, alla fine del calcolo, moltiplicato per il numero complessivo di metri quadri dell’immobile, così da ottenere il valore catastale e la rendita catastale.
L’attribuzioni delle nuove categorie catastali sarà a impatto zero, ovvero prevederà, almeno nelle intenzioni del legislatore, un’invarianza di gettito complessivo. La riforma del catasto è comunque pensata per superare iniquità ormai fin troppo diffuse (come quelle, ad esempio, delle abitazioni vecchie ma di lusso considerate come case popolari, perché situate nel centro storico), per questo a fronte dell’invarianza di gettito, i nuovi criteri dovranno cercare di rimodulare il valore catastale degli immobili: proprio per questo mentre alcune tipologie di abitazioni vedranno scendere il loro valore catastale, altre subiranno rivalutazioni che potranno variare tra il 30% e il 180%.

I nuovi servizi per il contribuente
L’Agenzia delle Entrate ha anche rinnovato la grafica e i contenuti del portale dedicato all’assistenza telematica per i servizi catastali e ipotecari.
In tale sezione sono state ampliate e riorganizzate le informazioni utili alla risoluzione dei problemi relativi alla consultazione e all’aggiornamento online delle banche dati ipotecaria e catastale.
Grazie a una complessiva riorganizzazione dei contenuti del sito:

  • i contribuenti potranno non solo trovare informazioni utili per il reperimento online dei dati catastali ma potranno, anche e soprattutto, richiedere di correggere i dati catastali inesatti attraverso il servizio Contact Center;
  • I professioni e le imprese potranno richiedere e ottenere assistenza online sull’utilizzo dei servizi di di consultazione catastale, come il Sister e sulle modalità per inviare i documenti utili all’aggiornamento delle banche dati catastali e ipotecaria (Docfa, Pregeo e Modello Unico). Anche per i professionisti è prevista la possibilità di correggere i dati catastali inesatti e di prenotare appuntamenti per consultare lo stato delle pratiche;
  • per i comuni e le amministrazioni locali sono state previste sezioni con informazioni specifiche.

Nuovi minimi

proroga dell’imposta al 5% nel 2015? Servono 70 milioni.

Dopo il clamoroso autogol del Governo Renzi, che ha fatto mea culpa sulla riforma del nuovo regime dei minimi, penalizzante per le Partite IVA, che hanno risposto con il cosiddetto Malus Renzi, la questione deve essere riaperta. Il Cdm del 20 febbraio sarà un appuntamento cruciale in tal senso.

I titolari di Partita IVA avranno tempo fino al 31 gennaio per godere dell’aliquota al 5%, ma come chiuderà, speriamo in modo definitivo, questo capitolo il Governo? Tenderà la mano agli autonomi e ai professionisti vessati sia dal punto di vista fiscale, che contributivo:

  • sia per l’aumento della tassazione agevolata dal 5% al 15%;
  • sia per l’aumento delle aliquote della Gestione Separata 2015.

L’ipotesi che va per la maggiore è una proroga dell’imposta al 5% anche nel 2015, con il limite di ricavi pari a 30.000 euro, sempre che il Governo trovi una copertura da 70 milioni di euro. Non si esclude l’abbassamento dell’aliquota al 10%.

Restituite la #refurtIVA!

Intanto continua la campagna social di @actainrete a suon di hashtag. Dopo #malusRenzi, #annullaAutogol, ora è tempo di #refurtIVA, contro l’aumento al 30,72% dei contributi previdenziali di freelance e professionisti iscritti alla Gestione Separata, che considerano:

  • ingiustificato: poiché già lo scorso anno i professionisti iscritti alla Gestione Separata versavano contributi più alti, in particolare con l’aliquota più alta in Italia (27,72%), al contrario di artigiani e commercianti (23%) e professionisti con cassa privata (12%-18%);
  • insostenibile: poiché i redditi sono in calo;
  • svantaggioso: perché la Gestione Separata non garantisce una pensione dignitosa, né lascia spazio per una previdenza integrativa;
  • una beffa: perché è stato stabilito per finanziare «un sistema di garanzie (Aspi ora divenuto Naspi) da cui siamo esclusi».

Portavoce della categoria, l’Acta chiede quindi il blocco dell’aumento dei contributi.

Tra 9 giorni l’ardua sentenza.

163 miliardi di derivati mettono in pericolo l’Italia.

L’Italia è seduta su una bomba ad orologeria e il «tic-tac» diventa ogni giorno più forte. Il nostro Paese è infatti il primo in Europa per esposizione ai derivati, strumenti che più volte nella storia della finanza internazionale hanno palesato la loro pericolosità.

Il Tesoro infatti, avrebbe sottoscritto diversi contratti allo scopo di proteggersi dalle fluttuazioni dei tassi di interesse e dei tassi di cambio. Il Parlamento ha chiesto oggi a Maria Cannata, capo della Direzione del Debito del ministero delle Finanze, dei ragguagli sulla situazione, ma soprattutto maggiore trasparenza.

Parlando in numeri, il Tesoro avrebbe sottoscritto contratti per un valore di 163 miliardi di euro.Questi derivati, al settembre 2014 presentavano un conto negativo potenziale da 36,87 miliardi, lo stesso importo che lo Stato avrebbe dovuto sborsare se la posizione su questi strumenti fosse stata chiusa al momento della rilevazione.

Il dato è stato sciorinato durante l’audizione alla Commissione Finanze della Camera di Maria Cannata. La responsabile del Debito pubblico italiano ha inoltre spiegato come siano tredici i contratti derivati stipulati dal ministero dell’Economia che presentano la “clausole di risoluzione anticipata legata al valore di mercato” e in uno di questi può essere esercitata nel 2015.

Non è la prima volta che i derivati suscitano polemica in Italia. L’ultimo episodio si verificò all’inizio del 2012 quando il Tesoro versò 2,6 miliardi di euro a Morgan Stanley
in conseguenza di una clausola di ’Additional termination event’ presente in alcuni contratti. Ma la Cannata ha rassicurato tutti: quella clausola era «unica nel suo genere» e gran parte del portafoglio è con Morgan Stanley è già stato chiuso.

Ravvedimento Operoso 2015

Sarà possibile anche durante ispezioni e verifiche grazie alla Legge di Stabilità.

I commi da 637 a 640 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2015, recentemente entrata in vigore hanno previsto nuove norme relative alla disciplina del contrasto all’evasione fiscale a del ravvedimento operoso, lo strumento che consente, ai contribuenti che non hanno dichiarato i loro redditi o che hanno omesso il versamento di specifici tributi, di regolarizzare la propria posizione con il fisco.
Oltre ai nuovi limiti temporali che allungano il periodo utile per il ravvedimento, prevedendo anche nuove riduzioni delle sanzioni, viene anche eliminato il limite «intrinseco» delle cause che impedivano l’accesso allo strumento. Ecco cosa cambia.

Ravvedimento operoso prima della Legge di Stabilità
Prima dell’approvazione della Legge di Stabilità, tra le cause cosiddette ostative, che impedivano il ravvedimento, erano inclusi anche gli accessi, le ispezioni, le verifiche e le altre attività amministrative di accertamento (di cui l’interessato era stato ammesso a conoscenza almeno formale) che avvenivano in seguito alla constatazione della violazione da parte dell’Agenzia delle Entrate

Ravvedimento operoso dopo la Legge di Stabilità
Con l’approvazione della Legge di Stabilità e limitatamente ai tributi amministrati dall’Agenzia delle entrate, accertamenti, ispezioni e verifiche non costituiscono più cause di impedimento alla procedura di ravvedimento operoso.

L’unico caso in cui non sarà più possibile ravvedersi è il momento successivo alla notifica di atti di liquidazione e di accertamento e all’invio di comunicazioni di irregolarità, a seguito dei controlli automatici e formali delle dichiarazioni.

In tal modo l’ambito operativo del ravvedimento operoso viene ampliato, dal momento che si può accedere alla procedura anche a controllo fiscale iniziato. Proprio per questo vengono abrogati tutti gli strumenti, di recente introduzione, utili a far decadere la procedura di contenzioso, quali:

  • l’adesione ai processi verbali di constatazione;
  • l’adesione agli inviti al contraddittorio;
  • l’acquiescenza “rinforzata”, ossia lo strumento che consentiva al contribuente, in caso di notifica di un avviso di accertamento non preceduto da pvc o da invito al contraddittorio, di pagare quanto richiesto dal Fisco beneficiando della sanzione ridotta ad 1/6 del minimo.

L’abrogazione di tali strumenti è stata però posticipata, quindi limitata agli atti di futura emissione. Per quanto riguarda gli atti già emessi o in via di emissione, notificati o consegnati entro il 31 Dicembre 2015, sarà ancora possibile:

  • aderire agli inviti al contraddittorio (sanzione ridotta ad 1/6);
  • aderire ai PVC (sanzione ridotta ad 1/6);

Infine, la definizione degli accertamenti non preceduti da altri atti (sanzione ridotta ad 1/6) sarà abrogata a partire dagli accertamenti notificati dal 1° gennaio 2016.

Cambiano anche i termini per la notifica degli accertamenti e delle cartelle di pagamento che sono collegati al momento in cui si effettuano correzioni con le dichiarazioni integrative nei modi seguenti:

  • 31 dicembre del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione;
  • 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione in caso di indennità di fine rapporto e prestazioni in forma di capitale;
  • 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione in caso di controllo formale;
  • 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione per le dichiarazioni di integrazione per correggere errori od omissioni incidenti su determinazione e pagamento del tributo;
  • 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione per i termini di accertamento;
  • Il principio, infine, vale anche per le imposte d’atto (registro, successione e donazione): in caso di correzione (ad esempio, di atti portati alla registrazione o di dichiarazioni di successione), i termini decorrono dalla regolarizzazione degli errori o delle omissioni.