Strisce blu e multe. A volte ritornano!

Per i comuni con ‘specifiche previsioni’ tornano le multe per sosta sulle strisce blu protratta oltre l’orario.

Prime dichiarazioni – In alcuni comuni sarà valida la multa alle auto che protraggono la sosta sulle strisce blu oltre l’orario segnalato. Solo qualche giorno fa il governo ci aveva assicurati che il parcheggio sulle strisce blu oltre l’orario indicato sul ticket non avrebbe generato alcuna multa ai danni dell’automobilista. Una certezza, questa, che pareva inconfutabile sia alla luce delle dichiarazioni del ministro Lupi sia in riferimento a quanto illustrato dal sottosegretario per le Infrastrutture, Umberto Del Basso De Caro, in occasione di un’interrogazione davanti alla commissione Trasporti della Camera. In sostanza, era emerso che sostare più del tempo concesso sulle strisce blu, non rappresentava motivo per ricevere una multa ai sensi del Codice della strada, che dunque non ne risultava violato.

Gli obblighi – 
Le dichiarazioni governative hanno trovato una calorosa accoglienza tra i consumatori che quindi si sono visti riconosciuti un diritto fino a quel momento clamorosamente calpestato. Il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, sul punto, spiegava infatti che, per quel che concerne la sosta, l’automobilista è esclusivamente obbligato ha indicare in maniera chiara e incontrovertibile l’orario di inizio della sosta, ciò in base all’articolo 157, comma 6, del Codice della strada. Un obbligo che, ove sia presente un dispositivo di controllo della durata della sosta, si aggiungeva a quello di mettere in funzione quest’ultimo dispositivo. Fin qui era apparso tutto fin troppo chiaro. Un respiro di sollievo era stato tirato dai consumatori che non avrebbero più dovuto preoccuparsi per i dieci minuti di ritardo impiegati per arrivare al proprio parcheggio sulle strisce blu. Purtroppo però nel nostro Paese le certezze, lì dove ne appaia anche solo un barlume, non sono destinate a rimanere tali. Così, come abbiamo annunciato, le multe per sosta protratta sulle strisce blu sono tornate, nonostante tutto il gran da fare e le belle parole dei rappresentanti di governo.

Tornano le multe –
 È dunque proprio il caso di dirlo, a volte ritornano! Così quelle multe tanto contestate e ritenute infondate anche dal ministro competente, sono riaffiorate perché ai comuni non era per niente piaciuta questa uscita di testa governativa. Il primo a scagliarsi contro la decisione esposta da Lupi è stato infatti Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci. Proprio in seguito all’incontro tra i due, al quale ha preso parte anche il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, si è giunti alla conclusione che, solo nei comuni che hanno adottato una “specifica previsione”, può essere comminata la multa per coloro che parcheggiano nelle zone a strisce blu per un tempo superiore a quello per il quale si è pagato. In sostanza è stata fatta una clamorosa marcia indietro del governo, col beneplacito dei comuni che, tramite Fassino, ritenevano ingestibile la situazione illustrata originariamente da Lupi. La soluzione alla quale si è giunti, nonostante venga meno alle dichiarazioni dello stesso ministro in merito al principio generale che “i cittadini rispettano le leggi e anche gli amministratori devono farlo e non possono interpretarle”, il punto fermo è che “le multe non possono essere usate come tassazione indiretta sulla pelle dei cittadini”, ha trovato pieno accoglimento tra le frange dei sindaci aderenti all’Ance che, a ben vedere, non attendevano altro. Il sindaco di Torino ha infatti sottolineato che “il tema della sosta è una competenza dei Comuni, che regolano le modalità e le sanzioni sulla base di propri atti deliberativi. Un risultato che fa chiarezza e consente ai Comuni di operare nella chiarezza ed esercitando i propri poteri” fugando “qualsiasi ombra sulla legittimità e sulla correttezza dei Comuni”. E ciò con buona pace dei consumatori/contribuenti/automobilisti.

Capitolo autovelox – L’incontro tra i ministri Lupi e Alfano e il presidente dell’Ance ha portato a discutere anche su un altro punto molto importante per quel che concerne le sanzioni in ambito automobilistico. Nello specifico, è stato esposto il tema “dei dissuasori di velocità – comunemente definiti autovelobox”, sottolineando che “appare evidente che possano essere installati e operativi soltanto dissuasori dotati di effettivi dispositivi di controllo”.

Cedolare secca e bonus mobili: al via le novità

Entra in vigore sabato 29 marzo il tanto atteso “Decreto emergenza abitativa” (Decreto Legge 28 marzo 2014, n. 47), portando con sé buone speranze ma anche forti dubbi.

È stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.73 del 28.3.2014 il Decreto volto a favorire l’edilizia sociale, a garantire una maggior offerta di alloggi popolari e a promuovere gli affitti concordati.

Un Decreto che si è fatto sicuramente attendere, in quanto risale al 12 marzo scorso l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri. Un lasso di tempo, questo, necessario per le verifiche di costituzionalità e di copertura economica: verifiche a seguito delle quali, purtroppo, il bonus mobili non ne è uscito indenne.

Ma entriamo nel merito della disposizione, analizzando le più importanti novità.

Cedolare secca al 10% per gli affitti concordati – La novità più rilevante riguarda l’abbattimento di aliquota per la cedolare secca che, dopo essere stata già ridotta dal 19 al 15% per il 2013, passa al 10% per tutto l’anno 2014.
Sebbene, infatti, l’entrata in vigore del decreto sia fissata, come detto, per il 29 marzo, la disposizione avrà i suoi effetti sin dal 1° gennaio 2014, rendendo estremamente conveniente questa nuova forma di tassazione.

Attenzione, dunque, quest’anno, agli opportuni calcoli di convenienza. Con l’aliquota imponibile pari al 95% per i canoni soggetti a tassazione ordinaria (in quanto, come noto, è stato ridotto l’abbattimento forfettario dal 2013) la cedolare secca acquista un certo appeal, soprattutto se applicata ai contratti a canone concordato per i Comuni ad alta densità abitativa.

Viene infine confermata la possibilità di applicare la cedolare sulle unità immobiliari abitative locate nei confronti di cooperative o enti senza scopo di lucro se sublocate a studenti universitari con rinuncia all’aggiornamento del canone di locazione o assegnazione.

La deduzione per le imprese – Altra importante forma di deduzione è prevista per le imprese che costruiscono o recuperano alloggi da destinare a edilizia sociale, le quali potranno beneficiare di un abbattimento pari al 40% dei canoni di locazione per le nuove costruzioni, manutenzioni straordinarie e recupero degli alloggi esistenti.
Le imprese non potranno però beneficiare sin da subito di questa nuova forma di deduzione, in quanto sono richiesti i necessari decreti attuativi.

La detrazione per gli inquilini – Come già anticipato nei giorni scorsi, per il triennio 2014 – 2016, ai soggetti titolari di contratti di locazione di alloggi sociali, adibiti ad abitazione principale spetterà una detrazione complessivamente pari a:
a) 900 euro, se il reddito complessivo non supera euro 15.493,71;
b) 450 euro, se il reddito complessivo supera euro 15.493,71 ma non euro 30.987,41.

Le altre misure – Altre importanti misure riguardano il finanziamento di un programma di recupero degli alloggi ex Iacp inagibili (Istituto Autonomo Per Le Case Popolari , ora alloggi di Edilizia residenziale pubblica), nonché contributi a favore delle famiglie con sfratto esecutivo e programmi di alienazione degli alloggi ex Iacp.

Viene inoltre prevista la possibilità di riscattare la casa dopo 7 anni dall’assegnazione per gli inquilini di alloggi sociali e vengono stanziati nuovi fondi per il sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole.

Il bonus mobili – Penalizzazioni in vista per il bonus mobili che, oltre alla ormai nota soglia dei 10.000 euro ne acquista un’altra.
Le spese per arredi non potranno difatti superare la spesa sostenuta per i lavori di ristrutturazione.

Mancainfatti all’appello la sperata disposizione che aveva trovato spazio nello schema di decreto, la quale avrebbe scongiurato l’applicazione delle novità previste dalla Legge di stabilità.

Il vero problema, in questo caso, però, riguarda la mancata previsione della data a decorrere della quale il limite dovrebbe essere valido.
Pare ovvio ritenere che il nuovo limite possa essere applicato solo alle spese sostenute a partire dal 1° gennaio 2014: diventa quindi rilevante la data di effettuazione del bonifico o quella di utilizzo della carta di debito o credito.

È infatti da rilevare come il nuovo limite fosse stato introdotto dalla Legge di stabilità 2014 (entrata in vigore proprio il 1° gennaio), sebbene sia stato poi cancellata dal decreto Salva Roma-bis, lasciato decadere dal Governo Renzi.

Quindi, a rigor di logica, dovrebbe essere necessario ritornare alla data prevista dalla Legge di stabilità e considerare la stessa come data di decorrenza della nuova disposizione.

Desterebbe invece notevoli perplessità l’applicazione del limite anche alle spese per il 2013, in quanto le istruzioni dei modelli dichiarativi non riportano in alcun modo tale precisazione.

Numerazione fatture

Ho aperto da poco una ditta individuale. Posso emettere la prima fattura dell’attività con una numerazione superiore a 1, proseguendo poi in ordine progressivo?

La numerazione delle fatture è stata recentemente oggetto di modifiche normative. A partire dall’1 gennaio 2013, infatti, in seguito alla nuova formulazione dell’articolo 21, comma 2, lettera b, del Dpr 633/1972 (a opera dell’articolo 1, comma 325, lettera d, della legge 228/2012), la norma non prevede più che la fattura sia datata e numerata in ordine progressivo per anno solare. È adesso sufficiente numerare le fatture progressivamente senza riiniziare la numerazione da capo ogni anno, proseguendo poi ininterrottamente per tutti gli anni solari di attività del contribuente, fino alla cessazione dell’attività stessa. Tale modalità è infatti considerata, di per sé, idonea a identificare in modo univoco la fattura, vista l’irripetibilità del numero di volta in volta attribuito al documento fiscale. Se, però, non è più necessario adottare la numerazione in ordine progressivo per anno solare, resta ferma la necessità di adottare una numerazione che, al momento dell’inizio dell’attività, parta dal numero 1 (risoluzione 1/E del 2013).

Stop confermato al taglio lineare delle detrazioni fiscali per oneri

Salvi atti e provvedimenti adottati, effetti e rapporti giuridici sorti nel breve periodo di vita della procedura volontaria di “ufficializzazione” dei capitali esteri.

Soppressione della procedura di collaborazione volontaria, finalizzata a consentire l’emersione dei capitali e degli investimenti non dichiarati detenuti all’estero e il loro eventuale rientro in Italia, eliminazione dell’obbligo dichiarativo per i depositi e i conti bancari costituiti oltre confine che, complessivamente nel periodo d’imposta, non superano i 10mila euro. E ancora, nuove disposizioni, relative anche ad adempimenti tributari, per le popolazioni colpite di recente da calamità naturali. Queste le principali novità apportate al Dl n. 4 del 28 gennaio dalla legge di conversione che ha appena concluso il suo iter, ottenendo l’approvazione definitiva.
Resta infine da segnalare la conferma di due disposizioni già presenti nel decreto originario: la norma interpretativa che prevede espressamente l’applicabilità della tassa di concessione governativa ai contratti di abbonamento per la telefonia cellulare e lo stop all’annunciata sforbiciata alle detrazioni Irpef del 19%, percentuale che sarebbe dovuta scendere al 18% quest’anno e al 17% a decorrere dal 2015.

L’impatto più rilevante della conversione si è manifestato sulla voluntary disclosure: soppressa.
In sintesi, il meccanismo prevedeva, per il contribuente che dichiarava in maniera spontanea il possesso di investimenti e attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, la riduzione delle sanzioni fino alla metà del minimo per omessa o infedele presentazione del modulo RW, e la copertura o lo sconto di pena per i reati tributari. La misura era prevista dal soppresso articolo 1, comma 1, del decreto legge.
Spunta, però, un comma 2 dello stesso articolo, che arriva in soccorso, disponendone la salvezza, degli atti e dei provvedimenti adottati e degli effetti e dei rapporti giuridici nati nel breve periodo di vita della procedura.

Sempre in materia di “consistenze” detenute all’estero, in sede di conversione, l’articolo 2 del decreto legge si arricchisce di un nuovo comma, il 4-bis, che modifica l’articolo 4, comma 3, del Dl 167/1990. Quest’ultimo escludeva dall’obbligo di indicazione in dichiarazione soltanto le attività finanziarie affidate in gestione a intermediari residenti e i contratti conclusi mediante gli stessi, nel caso in cui i relativi redditi erano già stati sottoposti a ritenuta o a imposta sostitutiva. Ora, anche i depositi e i conti correnti bancari tenuti all’estero, il cui valore massimo complessivo raggiunto nel periodo d’imposta non sia superiore a 10 mila euro, godranno dello stesso trattamento.

Cambiamo argomento, passando all’articolo 3 del Dl 4/2014, ritoccato in diversi punti dalla conversione. Si tratta di disposizioni in favore delle popolazioni colpite recentemente da eventi alluvionali. In particolare, quella che prevede la sospensione dei versamenti e degli adempimenti tributari e contributivi, in scadenza tra il 17 gennaio e il 31 ottobre 2014, per i contribuenti residenti o con sede operativa nelle zone danneggiate (comma 2).
In sostanza, l’elenco dei Comuni “agevolati”, che nella prima stesura del decreto facevano parte di quelli già danneggiati dal sisma di maggio 2012 (Dm 1 giugno 2012) e nuovamente lesi dall’alluvione del 17 – e dall’ulteriore del 19 gennaio scorso – viene allargato ai Comuni veneti colpiti da eventi atmosferici verificatisi tra il 30 gennaio e il 18 febbraio.
Di particolare rilevanza è la previsione, a favore dei residenti e delle imprese aventi sede legale e/o operativa nei comuni individuati, titolari di mutui finalizzati alla ricostruzione di edifici distrutti o inagibili o alla ripresa dell’attività svolta negli stessi edifici, di poter chiedere – alle banche o agli intermediari finanziari eroganti il finanziamento – la sospensione fino al 31 dicembre 2014 delle rate di mutuo, per intero o, se si vuole, anche della sola quota capitale. L’agevolazione è condizionata alla presentazione di un’autocertificazione del danno subito.
L’onere di informare i potenziali interessati all’opportunità spetta agli istituti finanziatori, che dovranno farlo entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione, indicando altresì costi e tempi della sospensione. Il “silenzio” della banca determina una “tregua” automatica dei pagamenti fino al 31 dicembre 2014.

In conclusione, e non si tratta di novità bensì di conferma, è previsto lo stop al taglio della percentuale di detraibilità Irpef di oneri e spese: abrogati definitivamente i commi 575 e 576 della Stabilità (legge 147/2013). La razionalizzazione delle detrazioni resta affidata ai provvedimenti attuativi della delega fiscale. Le maggiori entrate, che erano state previste dal taglio ora “scongiurato”, saranno recuperate tramite la spending review.

Permesso di soggiorno e nulla osta al lavoro

dal 6 aprile in vigore nuove regole.

Permesso di soggiorno e nulla osta al lavoro: con l’entrata in vigore del dlgs 40/2014 che cosa cambia per i cittadini stranieri in Italia? Scopriamolo insieme.

Permesso di soggiorno e nulla osta al lavoro, due adempimenti burocratici indispensabili per i tanti stranieri che hanno scelto – magari già da tempo – di vivere e lavorare nel nostro Paese. Il dlgs n. 40/2014 pubblicato sulla gazzetta ufficiale n. 68 dello scorso 22 marzo che entrerà in vigore a partire dal prossimo 6 aprile. Tale provvedimento recepisce la direttiva europea 2011/98 eliminando anche il divieto di assunzione di personale straniero all’interno delle aziende del trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano.

Le novità: il permesso unico

Ma cosa prevede, nello specifico, la direttiva che abbiamo recepito? Innanzitutto l’adozione, da parte degli stati membri dell’Unione Europea, di una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consenta ai cittadini stranieri di soggiornare e lavorare nei paesi membri. Un’altra importante novità è l’estensione a questi cittadini degli analoghi diritti già riconosciuti ai lavoratori nazionali, sia nell’ambito delle condizioni di lavoro che per quanto concerne l’istruzione e formazione professionale, la sicurezza sociale, e così via.

Cosa cambia per l’Italia

Dal punto di vista strettamente procedurale – una volta tanto – il nostro Paese non si è fatto trovare impreparato di fronte alle richieste europee: la procedura unica da noi è infatti già sostanzialmente in vigore, per cui il dlgs avrà come immediato effetto la semplice introduzione della dicitura “permesso unico di lavoro” sui permessi di soggiorno che consentono di svolgere attività lavorativa . Cosa che invece non accadrà per i permessi lungo soggiornanti, quelli concessi per motivi umanitari o per lo status di rifugiato e di protezione sussidiaria, e neanche per quelli di studio, per lavoro stagionale o autonomo.

I nuovi termini: si allungano i tempi

La notizia meno buona però, soprattutto per un Paese che non ha mai brillato per celerità burocratica – è che il provvedimento, di fatto, allunga i tempi stabiliti per il rilascio del permesso di soggiorno da parte della questura (che passa da 20 a 60 giorni) e anche del nulla osta al lavoro da parte dello sportello unico per l’immigrazione (che passa da 40 a 60 giorni).

Abrogato l’obbligo del contratto di soggiorno

Dal punto di vista della semplificazione procedurale, però, possiamo registrazione l’abrogazione dell’obbligo di stipula del contratto di soggiorno all’atto del rinnovo del permesso di soggiorno per il lavoro. Da questo punto di vista, quindi, si è voluto recepire un parere già fornito dal Ministero del Lavoro, il quale aveva ritenuto superato l’obbligo in questione attraverso la compilazione di appositi riquadri presenti nel modello Unificato-Lav di comunicazione obbligatoria di assunzione o, nel caso di lavoro domestico, nell’apposita comunicazione all’Inps (nota prot. N. 8827/2011).

Incentivo INPS di 190 euro per il reimpiego di lavoratori licenziati: come fare domanda?

I datori di lavoro che hanno garantito un reimpiego di lavoratori licenziati possono fruire dell’incentivo INPS di 190 euro mensili: ecco tutte le condizioni e le info per fare domanda.

Lo scorso anno avete assunto un lavoratore che aveva subito un licenziamento per giustificato motivo oggettivo connesso a riduzione, trasformazione o cessazione di attività o di lavoro da imprese con meno di 15 dipendenti nei 12 mesi precedenti? Potete ricevere un incentivo di 190 euro mensili per:

  • 6 mesi in caso di rapporti a tempo determinato. In questo caso il beneficio spetta anche per rapporti di durata inferiore a 6 mesi, ma per una misura e durata proporzionalmente ridotte;
  • 12 mesi in caso di rapporti a tempo indeterminato.

La concessione dell’incentivo (nel limite complessivo di 20.000.000 euro) è relativa anche alle assunzioni, da parte dei datori privati, part time (in quanto caso l’incentivo mensile mensile è moltiplicato per il rapporto tra l’orario di lavoro previsto e l’orario normale di lavoro) o a scopo di somministrazione.

Al fine di poter godere dell’incentivo il datore di lavoro deve assicurare al lavoratore interventi di formazione professionale sul posto di lavoro.

La circolare INPS n. 32 del 13 marzo 2014 fornisce le indicazioni operative per fare domanda, vediamo come funziona.

Come fare domanda per ottenere l’incentivo?

La domanda va presentata esclusivamente in via telematica entro 30 giorni dalla pubblicazione della suddetta circolare (quindi 30 giorni dal 13 marzo). Cosa dovete fare? Accedere al modulo “LICE”, disponibile all’interno del Cassetto previdenziale Aziende ovvero all’interno del Cassetto previdenziale Aziende agricole sul sito dell’INPS.

Successivamente, dopo le verifiche, i datori di lavoro riceveranno una comunicazione dell’esito e, in caso di accoglimento della domanda, saranno informati:

  • dell’importo complessivo spettante;
  • delle quote di ripartizione mensile.

L’INPS specifica che:

  • in caso di insufficienza delle risorse, l’ordine della priorità nell’accesso al beneficio è rappresentato dalla data dell’assunzione, proroga o trasformazione a tempo indeterminato;
  • i datori di lavoro ammessi al beneficio ne potranno fruire mediante conguaglio o compensazione con i contributi dovuti.

Come sarà accreditato l’incentivo? Tramite conguaglio sulle dichiarazioni contributive.

Riforma Fisco Renzi

I punti chiave da affrontare nei prossimi mesi.

Mentre domina il caos sulla Tasi 2014, il Governo comincia a tracciare una road map sulla Riforma del Fisco. Il viceministro all’Economia, Luigi Casero, ha annunciato la volontà di trasformare la delega fiscale in una “grande rivoluzione del sistema fiscale”.

Ricordiamo che la delega fiscale, legge n. 23/2014, pubblicata sulla G.U. del 12 marzo 2014, entrerà in vigore giovedì 27 marzo.

La confusione che regna in campo fiscale deve essere semplificata nell’ottica di un “Fisco amico”, grazie anche ad una sinergia tra Agenzia delle Entrate e Comuni, che possa definire il Fisco:

  • più equo;
  • trasparente;
  • orientato alla crescita.

Riforma Fisco Renzi: i punti chiave

I temi da toccare sono tanti, almeno 30 secondo Casero (e dovrebbero risolversi in altrettanti decreti da attuarsi entro 12 mesi, il primo arriverà probabilmente entro i primi 4), e potrebbero portare a novità significative. Tra i punti chiave della Riforma del Fisco del Governo Renzi:

  • dichiarazione dei redditi precompilata direttamente a casa di pensionati e dipendenti;
  • semplificazione degli adempimenti e riordino dei regimi semplificati, come quello dei minimi;
  • fatturazione elettronica tra privati;
  • riforma della riscossione locale;
  • riforma del catasto;
  • revisione del sistema sanzionatorio e del contenzioso tributario;
  • revisione dei CAF;
  • revisione di diverse imposte indirette, quali le imposte ipotecarie, catastali e di registro;
  • razionalizzazione della destinazione del 5 per mille e dell’8 per mille;
  • introduzione di forme di cooperazione rafforzata e preventiva fra fisco e aziende;
  • rafforzamento della lotta all’evasione;
  • razionalizzazione dell’IVA e revisione dei regimi speciali IVA e IVA di gruppo;
  • introduzione della nuova Imposta sul Reddito Imprenditoriale (IRI), a cui verrebbero assoggettati i redditi soggetti a IRPEF e IRES per equiparare il trattamento fiscale del redditi d’impresa o di lavoro autonomo dei soggetti passivi IRPEF a quelli d’impresa dei soggetti passivi IRES.

Probabile anche l’intervento sulle accise sui tabacchi e sui giochi (lotta alla ludopatia, tutela dei minori e contrasto del gioco d’azzardo).

Si partirà innanzitutto con l’istituzione di gruppi di lavoro tecniciall’interno del MEF sui vari temi oggetto della delega fiscale.

Casero ha assicurato che.

“Per alcuni provvedimenti, quelli più sensibili, ci sarà confronto con tutti i cittadini attraverso l’apertura di piattaforme telematiche“.

Redditi. Non si arriva a 20.000 euro

MEF pubblica statistiche su Irpef 2013: metà dei contribuenti non arriva neppure a 16.000 euro.

Irpef e scenario generale – Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dopo sei mesi dal termine della presentazione, ha pubblicato ieri le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi 2013 delle persone fisiche (Irpef), elaborate dal Dipartimento delle Finanze e relative all’anno d’imposta 2012. Alla luce di siffatti riscontri, è emerso che il reddito medio degli italiani si aggira al di sotto i ventimila euro e che una buona metà dei contribuenti della Penisola non arriva neppure a dichiarare un reddito di sedicimila euro. Lo scenario che emerge è quello di una ristretta cerchia di ricchi contrapposta a una dilagante povertà. In sostanza, gli assegni più cospicui sembrano essere destinati a pochi e la disoccupazione ha sottratto ben 350mila lavoratori dipendenti dal circuito occupazionale. Questa situazione ha rappresentato quasi un terremoto per il contesto reddituale, nel quale hanno tenuto a stento solo i pensionati.

Quanto pesa la crisi? –
 I dati illustrati dal Ministero economico risultano quanto mai delicati, soprattutto se posti a confronto con quelli emersi nel 2008, anno al quale si fa risalire l’inizio della crisi economica. Un confronto tra il 2012 e il 2008 indica appunto un risultato molto triste. Come abbiamo visto, sul fronte del lavoro sono andati perduti 350 mila posti dipendenti, ma vi sono anche 190 mila pensionati in meno, 32 mila imprenditori in meno e 138 mila soggetti in meno che dichiarano reddito da partecipazione. A fronte di questi dati, si è riscontrato però che nel 2012 vi sono stati 128 mila lavoratori in più rispetto al 2008. Sul versante degli assegni, quindi in riferimento all’andamento del reddito, vediamo che la strada e drasticamente in discesa, tranne che per i pensionati che, come s’è accennato, sono riusciti a fronteggiare la crisi. In questo caso vediamo infatti che il reddito medio degli autonomi ha perso il 14,3% in termini reali, quello degli imprenditori è giù dell’11% e quello dei dipendenti è sceso del 4,6%, laddove è invece aumentato del 4,6% il reddito medio da pensione.

Focus Irpef –
 In riferimento poi all’Irpef, i dati del Tesoro indicano un valore medio dell’imposta pari a 4.880 euro. A dichiararla è il 75% del totale dei contribuenti, vale a dire all’incirca 31,2 milioni di soggetti. Sul punto bisogna tener altresì presente che ben 10 milioni di contribuenti sono compresi nelle soglie di esenzione, il che significa che sono soggetti a un’imposta netta sostanzialmente nulla. Nel confronto con l’anno precedente, il MEF sottolinea che il peso complessivo dell’Irpef dichiarato è stabile, quantificabile in 152,3 miliardi di euro, ai quali però si devono sommare 11 miliardi di euro inerenti all’addizionale regionale. Per quanto riguarda le percentuali dichiarate e il rapporto coi redditi dei dichiaranti, si può osservare che dichiarano il 48% dell’imposta netta totale i soggetti con redditi fino a 35.000 euro, la rimanente percentuale del 52% è invece dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35.000 euro: nel primo caso ci si riferisce all’86% del totale contribuenti con imposta netta, laddove nel secondo si sta parlando del 14% del totale dei contribuenti. Poi dichiarano il 4,5% dell’imposta totale (e sono anche tenuti al pagamento del contributo di solidarietà del 3% sulla parte di reddito che eccede i 300 mila euro) quei contribuenti con un reddito complessivo superiore ai 300.000 euro; in questo caso ci si riferisce a 29.000 contribuenti e a un ammontare complessivo di 247 milioni di euro.

Redditi e distribuzione – 
Dunque, per quel che concerne i redditi, vediamo che le stime diffuse dal dicastero economico mostrano, a livello nazionale, un reddito complessivo totale dichiarato equivalente a 800 miliardi di euro. Al contempo, in base a un confronto di tipo tendenziale, il reddito medio ha guadagnato cinque decimi di punto, attestandosi a quota 19.750 euro all’anno. E se già questa cifra per un reddito medio nazionale sembra bassa, vediamo che le analisi relative al reddito complessivo dichiarato dal contribuente mediano mostrano una situazione ben più grave. In questo caso infatti, essendo il contribuente non soggetto a valori eccessivamente elevati, assistiamo a una contrazione del reddito che finisce a 15.654 euro. Pertanto, come avevamo poc’anzi accennato, una buona percentuale di contribuenti, quantificabile addirittura con la metà del totale, non arriva neanche a un reddito di sedicimila euro. Ma come sono distribuiti questi redditi? In che senso vi sono pochi ricchi e molti poveri? Ebbene, sempre prendendo in considerazione i risultati esposti ieri dall’Economia, vediamo che il 22,7% del reddito complessivo è attribuibile al 5% dei contribuenti con gli assegni più elevati, vale a dire che questo esiguo numero di contribuenti è in possesso di una quota maggiore di quella che detiene nel complesso la maggioranza dei contribuenti. Poi, il 90% dei contribuenti italiani ha dichiarato un reddito complessivo fino a 35.819 euro. Per quel che concerne poi la distribuzione geografica, il Tesoro conferma che il reddito medio complessivo più alto, pari a 23.320 euro, è stato registrato in Lombardia, subito dopo c’è il Lazio con un reddito medio complessivo di 22.100 euro. Il reddito medio complessivo più basso è invece individuabile in Calabria con 14.170 euro. In riferimento alla regioni dell’Italia centrale, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha riscontrato una crescita più lenta rispetto alla media nazionale.

Province, cosa cambia dal 2015? Ecco come il ddl Delrio riorganizza gli enti locali

Negli ultimi tempi il tema dell’abolizione delle Province è ritornato in auge suscitando una marea di polemiche. Il Premier Renzi punta molto su queste modifiche e non l’ha mai nascosto, anzi.

La cancellazione è ancora lontana, ma in attesa della riforma costituzionale che eliminerà il famoso Titolo V (articoli 114 – 133), il Disegno di legge Delrio, attualmente in corso di approvazione al Senato, riorganizza in maniera significativa gli enti locali trasformandoli in assemblee di consiglieri e sindaci ai quali non sarà destinata alcuna indennità aggiuntiva e i cui poteri saranno limitati alla pianificazione, fatto salvo per l’edilizia scolastica e le pari opportunità.

Il numero rimane lo stesso: 107, ma a partire dal 2015 10 Province prenderanno il nome di Città metropolitane.

Province, cosa cambia?
Il DDL Delrio riorganizza le province, trasformandole in enti di secondo livello fondati su tre capisaldi:

  • Il sindaco del capoluogo che ricoprirà il ruolo di presidente dell’assemblea;
  • l’assemblea formata dai sindaci dei paesi appartenenti all’ex provincia;
  • il consiglio provinciale formato da un numero di membri che varia da 10 a 16 in base alla popolazione. Questi membri saranno scelti tra i primi cittadini e i consiglieri comunali.

Province, quali saranno le funzioni?
Significativo appare il cambiamento delle funzioni che questi enti saranno chiamati a ricoprire. Viene infatti ridimensionato il loro ruolo e in materia di trasporti, ambiente e mobilità si occuperanno solo ed esclusivamente di pianificazione.

Invariate le funzioni per quanto riguarda l’edilizia scolastica, mentre saranno implementate quelle relative alle pari opportunità.

I compiti non elencati, passeranno invece in mano ai Comuni insieme al personale e al patrimonio.

Province, quando cambiano?
Le nuove province così come concepite dal DDL Delrio arriveranno a partire dal 1°gennaio 2015 e rimarranno in carica per i prossimi quattro anni.

Per i prossimi 9 mesi, in attesa dell’entrata in vigore della legge rimarranno in carica gli stessi presidenti, gli stessi commissari e gli stessi assessori. Questi ultimi però nelle aree metropolitane non percepiranno retribuzione.

Le città metropolitane
Come riportato in precedenza 10 province verranno sostituite da altrettante aree metropolitane. Queste saranno:

  • Bari,
  • Bologna,
  • Firenze,
  • Genova,
  • Milano,
  • Napoli,
  • Reggio Calabria,
  • Roma,
  • Torino,
  • Venezia.

Da sottolineare, per quanto riguarda Reggio Calabria, che le modifiche entreranno in vigore il 1°gennaio 2016.

Queste città metropolitane avranno un assetto simile alle altre province:

  • un sindaco metropolitano, figura che quasi certamente corrisponderà al primo cittadino del capoluogo a meno che non si decida di optare per delle elezioni dirette;
  • il consiglio metropolitano formato da 14-24 membri,
  • la conferenza metropolitana formata dai sindaci del circondario.

Le funzioni delle aree metropolitane saranno molto più forti rispetto a quelle delle altre Province. Si occuperanno infatti di tutto ciò che concerne la pianificazione territoriale generale: mobilità, sviluppo economico, infrastrutture, ecc.

Province, quanto si risparmia?
Il Governo ha previsto di spendere addirittura un miliardo in meno, ma ad oggi non è ancora chiaro quanto si risparmierà con il nuovo assetto previsto dal DDL Delrio. L’unica cifra certa riguarda i 150-300 milioni di risparmio provenienti dalla scomparsa dei 3000 consiglieri provinciali. Ulteriori 300 milioni deriveranno poi dalle mancate elezioni. Gli altri sgravi per adesso rimangono un mistero.

Anzi, la Commissione Bilancio del Senato sostiene che le nuove province costeranno anche di più rispetto alle precedenti.
I cambiamenti dunque ci sono, quanto convenga farli non si sa.

Esodati. Liquidate 39.000 pensioni

Su taglio Irpef disposti a collaborare col governo

L’audizione – Nel corso dell’audizione in Commissione Lavoro alla Camera svoltasi ieri, il direttore generale dell’Inps, Paolo Nori, ha snocciolato non pochi dati inerenti i trattamenti pensionistici in corso, in merito agli esodati, quindi per quel che concerne le varie salvaguardie. L’alto funzionario dell’ente di previdenza, a margine dell’intervento, si è anche rivolto al governo Renzi, dichiarandosi disponibile a una collaborazione in riferimento agli annunciati 80 euro in più in busta paga previsti a partire da maggio.

Le salvaguardie –
 In sostanza, alla data dello scorso 24 marzo, l’Istituto nazionale di presidenza ha liquidato 38.716 pensioni relative a una platea di circa 142.000 lavoratori esodati. Per quel che concerne le operazioni di salvaguardia, Paolo Nori ha spiegato che finora ne sono state attivate quattro, con un primo decreto che si riferiva a una platea di 65.000 persone, 62.473 erano i soggetti certificati e 33.344 le pensioni liquidate. “La prima salvaguardia è sostanzialmente conclusa. Il residuo, per effetto delle norme, viene riutilizzato in successive salvaguardie”, ha continuato il direttore generale dell’ente di previdenza. Il secondo provvedimento invece era diretto a una platea di 55.000 persone, gruppo comprensivo di fondi di solidarietà, lavoratori cessati, contributori volontari e mobilità. Di questa platea al momento i soggetti certificati sono 14.945 e 2.566 già pensionati. Sul punto, Nori ha sottolineato che “molti dei lavoratori della platea, 40.000, sono stati inseriti per mobilità ma di questi, i certificati sono solo 5.494″. La platea prevista dal terzo decreto era composta da 10.130 soggetti più 6.000 esodati, dei quali 6.201 certificati e 2.806 pensionati. Per concludere, la quarta salvaguardia vagliava 6.500 esodati da tutelare, in particolare, tra quei lavoratori che versano contributi volontari. Alle affermazioni di Nori si sono poi aggiunte quelle di Gabriele Uselli, direttore delle pensioni, che ha annunciato che “dalla prossima settimana liquidiamo le pensioni della quarta salvaguardia. Per il momento ci sono 182 certificazioni. Se hanno decorrenza dal 2014 le liquidiamo”.

Taglio Irpef –
 In merito poi al taglio dell’Irpef, vale a dire ai famigerati 80 euro in più nella busta paga previsti dal governo Renzi a partire da maggio, Nori, a nome dell’Inps, si dice pronto a una collaborazione qualora dovesse essere interpellato. “Siamo doverosamente disponibili a svolgere qualsiasi ruolo che il governo ci può dare su questo argomento”, ha quindi affermato il direttore generale dell’Istituto nazionale di previdenza.