Renzi, piano scuola: 3,5 miliardi per l’edilizia scolastica. Ma insegnanti e quota 96 che fine fanno?

Il Governo ha deciso (ed era ora, diciamolo) di intervenire sulla scuola, stanziando 3,5 miliardi di euro volti a mettere in sicurezza gli immobili e rilanciare l’edilizia scolastica.

Tutto ciò, ha assicurato il Premier, partirà dal 1°aprile, quando a Palazzo Chigi verrà attivata l’Unità di missione per la scuola che, insieme al Miur, autorizzerà gli interventi di recupero.

Le coperture ci sono, ha aggiunto Matteo Renzi:

“Sbloccheremo 3 miliardi di fondi europei. E un miliardo e 648 milioni sono già pronti sul tema del dissesto idrogeologico.”

Un’iniziativa senza dubbio attesa e apprezzata da molti, tanto più che il Governo coinvolgerà nel provvedimento il Senatore a vita, nonché architetto di fama mondiale Renzo Piano, con il compito di vigilare sui lavori di recupero che riguarderanno “le aule e i luoghi dove studiano i nostri figli” attraverso interventi di “tinteggiatura, risparmio energetico, distruzione e ricostruzione degli edifici”.

Il piano scuola dunque sembra già pronto e tra poco più di due settimane entrerà in vigore. Addio edifici vecchi e fatiscenti, da aprile in poi gli studenti italiani avranno la possibilità di formarsi in luoghi consoni al loro ruolo istituzionale.

Ma se il Governo ha deciso di intervenire sul contesto d’istruzione (le scuole appunto), in secondo piano sembrano essere passati coloro che “ai nostri figli”, per utilizzare le parole del Presidente del Consiglio, l’istruzione la forniscono e l’hanno fornita giorno dopo giorno. Quali provvedimenti ha intenzione di prendere il Governo per quanto riguarda gli insegnanti? E i Quota 96 che da due anni sono costretti in una sorta di limbo a causa dell’ennesimo errore della riforma Fornero, riusciranno finalmente a esercitare i loro diritto alla pensione?

Insegnanti
Dopo le polemiche del 2013 relative alla restituzione (poi smentita dall’ex Governo Letta) dei soldi ottenuti grazie agli scatti, la “questione insegnanti” sembra essere passata in secondo piano. Sulla questione il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini si è limitata a dire:

“Ci sono due parole fondamentali su cui secondo me dobbiamo basare tutta la nostra azione: merito e valutazione. Per i docenti, così come per gli studenti, si devono adottare criteri premiali. Che consentano agli insegnanti di migliorarsi e di essere premiati per i loro miglioramenti.
Gli automatismi sono il frutto di un mancato coraggio politico del passato. Ma ovviamente sto parlando in modo generale, prescindendo da eventuali misure che ancora non ho neanche lontanamente concepito.”

I problemi però restano. Per capire di cosa stiamo parlando basta fare un confronto tra gli stipendi percepiti dai nostri docenti e la retribuzione dei colleghi europei, prendendo come base il rapporto di Eurydice, la rete europea dei sistemi educativi nazionali coordinata dall’Agenzia esecutiva per l’educazione, l’audiovisivo e la cultura di Bruxelles che controlla circa quaranta Paesi.

Utilizzando come esempio lo stipendio annuo lordo di un insegnante di scuola media superiore italiano (più alto rispetto a quello dei colleghi che esercitano in scuole elementari e medie) la soglia minima è pari a 24.846 euro mentre quella massima si attesta intorno ai 39 mila euro lordi.

Senza citare il record di Lussemburgo (soglia minima oltre i 77 mila euro), molto diversa è la situazione dei professori tedeschi che ad inizio carriera percepiscono più di 48 mila euro; che diventano 37 mila per i belgi, 36 mila per i finlandesi e, prendendo in considerazione i Paesi a noi più vicini, 31 mila per gli spagnoli e 27 mila per i francesi. Il confronto diventa però impietoso se si confronta il salario massimo cui ogni professore può arrivare avanzando di carriera. Un italiano può aspirare ad un massimo di 38.902 euro. Un collega francese può guadagnare fino a 47.847 euro, uno spagnolo fino a 43.589, un tedesco fino a 66.853).

Da sottolineare inoltre che la media UE (24.846 salario minimo – 40.061 salario massimo) tiene conto anche di numerosi paesi dell’est, in cui lo stipendio è molto più basso, ma proporzionato a prezzi al consumo e costo della vita parecchio differenti.

Insomma, negli altri paesi gli insegnanti guadagnano di più. Ma non perché siano più bravi o più efficienti, semplicemente perché si dà un maggior peso sociale a coloro che si occupano dell’istruzione e della formazione delle nuove generazioni che prenderanno in mano il Paese.

Quota 96
E che dire dei quota 96 che da due anni attendono che qualcuno faccia qualcosa per risolvere i loro problemi? Ieri si è verificata l’ennesima battuta d’arresto, quando la Commissione Lavoro, chiamata a prendere una decisione sul decreto Ghizzoni – Marzana, ha concluso la seduta con un nulla di fatto, rinviando la questione a data da destinarsi.

Ai 4  mila quota 96 né il ministro Giannini, né il Premier Renzi hanno dedicato una parola. Gli esodati della scuola dunque rimangono lì, fermi, senza poter accedere al trattamento pensionistico che spetterebbe loro di diritto.

Ricordiamo inoltre che la proposta di legge Ghizzoni-Marzana prevede l’invio delle domande di pensionamento entro il 31 maggio 2014. Non c’è più tempo per risolvere la questione dunque. Se il Governo non prenderà la questione in mano, i soggetti interessati vedranno sfumare l’unica possibilità che finora è stata loro offerta di andare in pensione.

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