Tagli dipendenti pubblici, sotto a chi tocca!

Tagli dipendenti pubblici, a chi tocca? Dal piano messo a punto dal Commissario per la spending review Carlo Cottarelli, emergono una serie di misure lacrime e sangue che potrebbero terremotare il pubblico impiego. Ma chi è a rischiare veramente? Scopriamolo insieme.

Tagli dipendenti pubblici: è iniziata l’era Cottarelli. La spending review è infatti ormai un fattore irrinunciabile per riuscire a tagliare l’abnorme spesa pubblica del nostro Paese, così da mostrare all’Europa che questa volta stiamo davvero facendo i famosi “compiti a casa” che tanto piacciono a Bruxelles.

Tutte le incognite della spending review

Un po’ di scetticismo, però, è d’obbligo: di revisione di spesa – gli anglicismi sono un’abitudine piuttosto recente – in Italia si parla ormai da anni. Senza andare troppo indietro nel tempo, infatti, possiamo ricordare la Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica di epoca prodiana (2007), i tentativi legati al federalismo fiscale, fino ai più recenti interventi di Piero Giarda ed Enrico Bondi, entrambi tecnici d’area montiana che ricordiamo più per gli annunci roboanti che per i risparmi effettivamente conseguiti. Insomma, considerando solo gli ultimi 7 anni, di tentativi propagandati ne abbiamo sentiti molti, ma di risultati portati a casa ne abbiamo visti veramente pochi. Come mai? I più maliziosi insinuano che, mentre aumentare le tasse è semplicissimo, in quanto è un meccanismo che colpisce tutti, tagliare la spesa è un’operazione ben più delicata, che rischia di intaccare interessi settoriali pronti a far scattare la protesta, con il sicuro appoggio dei sindacati.

85 mila esuberi?

A meno di 24 ore dall’audizione in Senato di Carlo Cottarelli, caso strano, alcuni numeri sembrano già essere messi in discussione. Infatti, tra le 72 slide messe a punto, la numero 64 indicava chiaramente una platea di potenziali 85 mila esuberi nel pubblico impiego. Una previsione che già oggi possiamo trovare smentita su alcuni quotidiani nazionali, secondo i quali una stima più verosimile si aggirerebbe intorno ai 24 mila esuberi, sanità esclusa.

Le alternative: mobilità forzata o pensione anticipata

Nell’attesa che si faccia chiarezza sui numeri, quali sono le alternative che si prospettano per i dipendenti coinvolti? A conti fatti, i circa 8 mila dipendenti più in là con gli anni potranno sperare di essereaccompagnati alla pensione anticipata. Meno roseo, invece, il destino degli altri 16 mila esuberi i quali, una volta entrati in “mobilità forzata”rischieranno di dover abbandonare il proprio ufficio, e forse anche la propria città (rimanendo comunque all’interno della stessa regione). Ma cosa accade a chi non accetterà il trasloco obbligato? Semplice: gli verranno garantiti due anni di stipendio decurtato del 20 o 50 per cento mentre si cerca un nuovo posto di lavoro. Dopo di che a casa. Ulteriori possibilità in cantiere: incentivi statali all’uscita dal lavoro, il collocamento in disponibilità con stipendio tagliato e una sorta di cassa integrazione per gli impiegati.

Le categorie a rischio

Secondo quanto riportato su “La Stampa” in edicola oggi, a rischiare maggiormente di dover fare le valigie sono i ministeriali (5 mila esuberi)e i dipendenti degli enti territoriali (circa 11 mila esuberi). Tra questi occhi puntati sui dipendenti Inps (3300 esuberi tra impiegati e dirigenti), senza dimenticare i circa 1200 addetti di Aci, Istat ed Enac

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