Per quali familiari spettano le detrazioni fiscali?

È ai sensi dell’articolo 12 del TUIR che ai contribuenti con familiari a carico spettano, annualmente, delle detrazioni dall’imposta lorda. Ma quali sono esattamente i familiari per i quali sono previsti questi benefici fiscali?

Tali detrazioni sono previste per i seguenti soggetti:

  • il coniuge, non legalmente ed effettivamente separato;
  • i figli (anche se naturali, riconosciuti, adottivi, affidati o affiliati);
  • gli altri familiari, così come definiti dall’art. 433 del Codice Civile, e cioè  il coniuge legalmente ed effettivamente separato, i discendenti dei figli,  i genitori – anche adottivi – ed ascendenti prossimi anche naturali, i generi e le nuore, il suocero e la suocera, i fratelli e le sorelle – anche se unilaterali.

Affinché gli “altri familiari” possano essere considerati fiscalmente a carico del contribuente, devono sussistere, contemporaneamente, le seguenti condizioni:

  • conseguimento, nell’anno di riferimento, di redditi non superiori al limite di Euro 2.840,51;
  • convivenza con il dichiarante o, in alternativa, la corresponsione da parte di quest’ultimo di assegni alimentari non risultanti da provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria.

Il limite di reddito complessivo per essere considerati fiscalmente a carico è fissato in Euro 2.840,51, al lordo degli oneri deducibili. Nel computo del reddito complessivo è necessario considerare anche:

  • le retribuzioni corrisposte da enti e organismi internazionali, rappresentanze diplomatiche e consolari e missioni, dalla Santa Sede, dagli enti gestiti direttamente da essa e dagli enti centrali della Chiesa cattolica;
  • la quota esente dei redditi di lavoro dipendente prestato in via continuativa, come oggetto esclusivo del rapporto di lavoro, in zone di frontiera o in altri Paesi limitrofi, da parte di soggetti residenti nel territorio dello Stato;
  • il reddito d’impresa o di lavoro autonomo assoggettato ad imposta sostitutiva in applicazione del regime delle nuove iniziative produttive (art. 13 Legge n. 388/2000);
  • il reddito d’impresa o di lavoro autonomo assoggettato ad imposta sostitutiva in applicazione del regime agevolato previsto per contribuenti minimi;
  • il reddito dei fabbricati assoggettato alla c.d. “cedolare secca” sulle locazioni.

Così come stabilito dalla Circolare 95/2000 e dalla Circolare 55/2002, non rientrano i redditi esenti, assoggettati a tassazione separata (anche per opzione) e a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.

Per tutti i soggetti sopra elencati, la detrazione spetta in proporzione ai mesi per i quali i familiari risultano fiscalmente a carico del contribuente interessato.

Nell’ipotesi di mutamento di situazioni in corso d’anno, si dovrà tener presente che:

  1. in caso di mutamento di situazioni preesistenti, la variazione decorre dal mese successivo a quello in cui si verifica, prescindendo dal giorno effettivo in cui avviene la modifica stessa;
  2. nel caso in cui si verifichino situazioni ex novo (es. nascita di un figlio), deve essere considerato per intero il mese in cui si verifica tale modifica, indipendentemente dal giorno in cui quest’ultima è effettivamente avvenuta.

Stress test. Da maggio banche sotto esame

Istituti che falliscono avranno 6 mesi per sanare. Previsioni italiane con Pil 2014-2016 in calo.

Banche e Pil italiano – Sul fronte bancario, lo scenario ipotizzato dagli stress test che l’European Banking Authority andrà ad attuare non pone le banche italiane in una buona posizione. Per i maggiori istituti bancari del Belpaese si suppone infatti l’ingresso in un triennio caratterizzato dal Pil in calo con una deviazione del 6,1% nel confronto con lo scenario di base. Ieri l’autorità bancaria europea ha infatti diffuso i criteri e la metodologia delle verifiche individuando per l’anno in corso un calo del Pil italiano pari allo 0,9%, per il prossimo anno il calo sarà dell’1,6% e per il 2016 dello 0,7%. Vediamo quindi che le previsioni sono in netto contrasto con la stimata crescita che rispettivamente era dello 0,6%, dell’1,2% e dell’1,3%.

La comunicazione della Bce – Tenendo conto di simili riscontri, la Banca centrale europea ha emesso una nota specifica per le banche del nostro Paese, chiarendo che queste avranno dai sei ai nove mesi per coprire il fabbisogno di capitale che emergerà dalla valutazione complessiva che lo stesso Istituto di Francoforte effettuerà. L’Eurotower sottolinea dunque che la deadline più ravvicinata riguarderà quegli istituti bancari che non supereranno la “asset quality review”, queste banche avranno dunque sei mesi di tempo. I nove mesi verranno riconosciuti invece a quegli istituti che per i quali si verifica lo scenario avverso.

Superamento dello stress test – Come si supera lo stress test? Dunque, le banche europee avranno superato i cosiddetti stress test qualora avranno gradualmente riconosciuto le perdite sui titoli di Stato nel loro portafoglio trading, nello specifico si tratta di titoli classificati come “disponibili alla vendita”. Le percentuali di perdite da conteggiare sono state fissate in maniera congiunta sia dalla Bce che dall’Eba per ciascun anno del triennio 2014-2016. Andando nel dettaglio, è stato stabilito un 20% di perdite da conteggiare nel 2014, un 40% nel 2015 e un 60% nel 2016. Il triennio corrisponde all’intero arco temporale degli stress test. Gli istituti europei coinvolti nelle prove di stress sono 124. Per queste banche i test saranno avviati a partire da maggio. Le prove si considereranno superate qualora l’istituto sottoposto alla verifica ne esca con un coefficiente patrimoniale common equity Tier 1 di almeno il 5,5%, vale a dire con un equivalente del capitale azionario pari almeno al 5,5% degli asset soppesati per i rischi. Dunque, a maggio partiranno le verifiche i cui risultati verranno illustrati a ottobre. A cosa servono infine questi test? Ebbene, l’obiettivo primario è quello di sorvegliare a fondo in maniera tale da poter affrontare le vulnerabilità residue nel settore bancario.

Bonus arredi a cavallo d’anno

Considerare tutte le spese di ristrutturazione

Premessa – Per il bonus mobili le spese sostenute nel 2014 soggiacciono a un doppio limite: le stesse infatti non devono superare quanto sostenuto per l’intervento di ristrutturazione, fermo restando il limite massimo di € 10.000. L’applicazione del “doppio” limite pone una questione operativa in presenza di interventi “a cavallo d’anno,” ossia nel 2013 e nel 2014, stante la mancanza di un’esplicita disposizione normativa in merito.

Spesa – La detrazione relativa alle spese per arredo è riconosciuta nella misura del 50% su un ammontare complessivo massimo di € 10.000,00 (mobili + elettrodomestici) da ripartire in dieci anni. Con le modifiche portate dalla Legge di Stabilità 2014 la detrazione in questione, oltre a essere prorogata a tutto il 2014, aveva subito un nuovo vincolo: le spese agevolate non potevano “essere superiori a quelle sostenute” (cioè pagate) per i “lavori di ristrutturazione” dei fabbricati da arredare. La nuova disposizione aveva, in sostanza, limitato le spese per gli arredi e gli elettrodomestici all’importo pagato per la ristrutturazione del fabbricato da arredare.

Eliminazione del tetto – 
Il D.L. 151/2013 (Salva Roma bis) aveva poi annullato, prima ancora che diventasse operativa, la novità introdotta dalla Legge di Stabilità. La modifica da essa apportata sarebbe, infatti, entrata in vigore dal 1° gennaio. Il D.L. 151/2013, entrato in vigore il 31 dicembre, aveva però cancellato l’ultimo tetto introdotto. Tale decreto era poi decaduto con il conseguente ritorno in vigore del requisito di spesa previsto dalla Legge di Stabilità (comma 139, lettera d, Legge 147/2013).

Cdm del 12 marzo –
 Successivamente tra i provvedimenti varati dal Consiglio dei ministri del 12 marzo figurava nuovamente l’eliminazione del nuovo tetto. Il Governo quindi aveva rimediato riproponendo la norma prevista nel D.L. 151/2013 (poi decaduto). Con la pubblicazione in gazzetta ufficiale del Decreto Legge varato dal governo è arrivato un nuovo colpo di scena: la norma che eliminava il tetto è stata fatta saltare dal Quirinale. Secondo la Presidenza della Repubblica, si tratta di una norma identica a quella già contenuta nel decreto legge Salva Roma-bis (D.L. 151/2013), decaduto. Sul tema, si ricorda che la reiterazione delle norme dei decreti legge è da molti anni vietata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (la n. 360 del 1996 la prima sentenza della Consulta).

Torna il tetto – 
Ad oggi senza un ulteriore intervento legislativo la spesa per l’acquisto degli arredi non può mai essere superiore al conto dei lavori di ristrutturazione. Ad esempio, chi ha speso 3.000 euro per rifare da zero l’impianto elettrico di casa, potrà applicare la detrazione al massimo su 3.000 euro (anziché 10.000) di fatture per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici.

Interventi a cavallo d’anno –
 L’applicazione del predetto “doppio” limite pone una questione operativa in presenza di interventi “a cavallo d’anno,” ossia nel 2013 e nel 2014, stante la mancanza di un’esplicita disposizione normativa in merito. Con riguardo alla quota agevolabile del bonus arredo 2014 si ritiene di tenere conto delle spese di ristrutturazione relative al singolo immobile sostenute dal 26.6.2012. Di conseguenza qualora il bonus arredo sia stato interamente utilizzato nel 2013, in quanto la spesa sostenuta è risultata pari o superiore a € 10.000, nel 2014 non sarà possibile usufruire dell’agevolazione per ulteriori acquisti di mobili/elettrodomestici. Se il tetto è stato parzialmente utilizzato nel 2013, in quanto la spesa sostenuta è risultata inferiore a € 10.000, nel 2014 sarà possibile usufruire dell’agevolazione per ulteriori acquisti, tenendo comunque conto delle spese di ristrutturazione sostenute dal 26.6.2012, pertanto se queste ultime sono pari o superiori a € 10.000, le spese per arredi sostenute nel 2014 sono agevolabili nel limite massimo di € 10.000, al netto del limite utilizzato nel 2013 mentre se sono inferiori a € 10.000, le spese per arredi sostenute nel 2014 sono agevolabili nel limite massimo di detto importo, al netto del limite utilizzato nel 2013.

Come disdire un contratto di affitto residenziale o commerciale

Disdetta del contratto di affitto: ecco le istruzioni e il modello fac simile per farlo.

Quando si prende in affitto un’immobile per utilizzarlo come un’abitazione privata o come un ufficio, una delle esigenze a cui si può andare incontro è quella di disdire il contratto d’affitto precedentemente stipulato, prima della scadenza naturale del contratto. Possono, infatti, sorgere nel corso degli anni, esigenze di cambiamento del proprio domicilio, legate a un trasferimento per motivi personali o lavorativi. Proprio per questo è utile analizzare i vari casi di contratto di locazione e le rispettive modalità di disdetta tenendo conto che sono due le figure che interagiscono: il proprietario dell’immobile (chiamato anche locatario) e l’inquilino (denominato anche conduttore).

Chi può disdire il contratto di locazione
A prescindere dalle differenti specifiche, per quali occorre consultare una specifica clausola del contratto relativa alla definizione della durata contrattuale, in genere ai proprietari degli immobili non viene riconosciuto il diritto di disdire il contratto anticipatamente, mentre l’inquilino ha la facoltà (recesso legale del conduttore) di recedere anticipatamente dal contratto in qualunque momento.

La lettera di disdetta e le modalità di invio
L’inquilino deve richiedere il recesso anticipato del contratto di locazione con un preavviso, tassativo, di 6 mesi di anticipo e deve farlo utilizzando un documento di natura cartacea, come una lettera di disdetta del contratto di affitto, da inviare obbligatoriamente con Raccomandata con ricevuta di ritorno al proprietario dell’immobile. La lettera dovrà contenere i dati anagrafici dell’inquilino, la richiesta di recesso dal contratto di affitto, con i dati relativi alla registrazione di quest’ultimo, le motivazioni di tali richiesta e i tempi in cui l’immobile sarà liberato. È possibile consultare un Fac-simile online

Locazioni di tipo abitativo 
In questo caso la durata dei contratti è in genere di 4 anni con rinnovo per ulteriori 4 anni (formula 4+4) oppure di 3 anni con rinnovo per ulteriori 2 anni (3+2) nel caso dei contratti a canone concordato. Come indicato sopra la disdetta anticipata deve essere data con 6 mesi di anticipo a mezzo raccomandata A/R: l’inquilino può farlo in qualunque momento, ed è tenuto a dare disdetta anche al termine naturale del contratto (dopo 8 anni nel primo caso e dopo 5 nel secondo); il proprietario deve invece aspettare la scadenza del primo quadriennio (nel primo caso) o la scadenza del primo triennio (nel secondo caso), per dare disdetta anticipata.

Locazioni di tipo commerciale 
Questi tipi di contratti si registrano in genere per una durata di 6 + 6 anni per attività commerciali e di 9+9 anni per hotel, alberghi o altri luoghi adibiti al pernottamento di persone. La raccomandata con la lettera di disdetta va inviata con 12 mesi di anticipo nel caso di locazioni commerciali semplici e con 18 mesi di anticipo per i contratti relativi agli alberghi. L’inquilino non è tenuto a specificare le motivazioni della disdetta, a meno che il proprietario non le richieda esplicitamente, mentre quest’ultimo deve specificarle.

Locazioni regolate da contratti di natura transitoria
In questo caso abbiamo a che fare con contratti di una durata massima di 18 mesi particolarmente indicati per studenti universitari o persone che necessitano di un’abitazione per una trasferta di lavoro lunga. In questo unico caso la disdetta anticipata del contratto può essere data con una disdetta di tre mesi.

Riforma del catasto: pronto il primo decreto

La riforma del catasto è tra le priorità del governo. L’obiettivo è assicurare equità e incrementare gli incassi. Tra le novità valore in base ai metri quadri, localizzazione e stato dell’immobile.

Obiettivo riforma del catasto – La bozza di modifica è oramai sul tavolo da parecchi mesi ma adesso l’esecutivo ha intenzione di dare un forte accelerata in tema di riforma catastale. Infatti da diverso tempo il governo, incalzato dalle parti sociali, ha intenzione di rivedere le rendite catastali di circa 63 milioni di immobili, al fine di garantire equità ed incrementare gli incassi. In quest’ottica il presidente ANCI Piero Fassino ha già dichiarato che la riforma dovrà per forza passare dal vaglio dei Comuni, in quanto sono questi enti ha conoscere il territorio è possono garantire l’equilibrio necessario per l determinazione delle rendite degli immobili.

Il primo decreto in materia sembra essere a buon punto visto che lo stesso prevede che vi sia la una riforma delle commissioni censuarie, necessarie per rideterminare i valori delle nuove rendite catastali. Queste ultime saranno determinate avendo come base i metri quadri (e non più i vani come nel passato), e le commissioni avranno il compito di validare gli algoritmi che creeranno i valori delle rendite.

Al fine di attuare la riforma si è anche creare un commissione ristretta paritetica con il compito di valutare il decreto che a breve dovrebbe essere presentato in Parlamento. Secondo i programmi dell’esecutivo i decreti necessari alla revisione catastale dovrebbero essere 30, da presentare entro marzo 2015. Le nuove commissioni saranno formate da esperti di agronomia, ingegneri, tecnici ed esperti di statistica ed econometria, rappresentanti di agenzia delle entrate e magistrati. Le commissioni saranno quindi strutturate in modo tale da poter approvare l’algoritmo necessario a determinare il valore medio ordinario. Quest’ultimo oltre ai metri quadri dell’immobile terrà conto anche del valore di mercato, della localizzazione, della presenza di ascensore, dello stato di manutenzione, ecc. Sul punto Gianni Guerrieri, direttore dell’osservatorio del mercato immobiliare assicura che l’iniquità attuale sarà ridotta di molto e che oltre a garantire maggiore equilibrio dal punto di vista fiscale il nuovo catasto sarà più dettagliato, preciso e trasparente.

La buona notizia è che i cinque anni previsti per riformare il catasto da parte dell’agenzia delle entrate potrebbero presto essere ridotti a tre. Ne è convinto ad esempio Mirco Mion, presidente Agefis, l’associazione dei geometri fiscalisti. Secondo le simulazioni realizzate dall’associazione il tavolo di studi creato potrebbe finire l’operazione di riforma entro il triennio. Per censire i metri quadri di circa il 70 % delle abitazioni italiani si potrebbero infatti usare i servizi dei circa 107 mila geometri italiani, esperti che potrebbero essere utili sia al Comune che alle commissioni censuarie stesse.

Iuc, Tari e Tasi, nuove tasse in arrivo: fissate le scadenze per l’imposta sui rifiuti

Entro il 31 maggio il primo acconto della Tari, il tributo sul servizio rifiuti introdotto dalla legge di stabilità del 2014. Il commissario prefettizio ha fissato i termini per il pagamento delle quattro rate in attesa dell’approvazione del regolamento e del piano finanziario che determinerà le tariffe. Le tre rate in acconto saranno calcolate sulla base di quanto dovuto applicando le tariffe vigenti ai fini della Tares 2013, oltre al tributo provinciale.

Iuc, Tasi e Tari, alias Imposta unica comunale, tributo servizi indivisibili e tributo servizio rifiuti.

Le tre nuove sigle sono entrate nel “vocabolario” delle imposte di “ultima generazione”, messe nero su bianco nella legge di stabilità del 2014. La Iuc, imposta unica comunale, comprende le altre due insieme all’Imu, l’imposta municipale unica. 

Le rate della Tari dovranno essere versate in quattro rate, la prima delle quali entro il 31 maggio. Le altre tre scadenze stabilite ricadono il 31 luglio, il 30 settembre e il 30 novembre, quando avverrà anche il conguaglio al termine del versamento degli acconti.

In attesa di approvare il regolamento per l’applicazione del nuovo tributo Tari, del piano finanziario e della determinazione delle tariffe del 2014, le tre rate in acconto saranno calcolate sulla base di quanto dovuto applicando le tariffe vigenti ai fini della Tares 2013, oltre al tributo provinciale. 
La quarta rata sarà calcolata sulla base dell’importo annuo dovuto a titolo di Tari 2014, tenuto conto delle tariffe definitive stabilite con l’apposita delibera dal quale saranno scomputati i pagamenti delle rate in acconto.

 

Auto, ecoincentivi e tanto altro

Dal 6 maggio tornano gli ecoincentivi per le auto: ecco importi e regole da seguire.

Lo scorso 3 aprile il Ministero dello Sviluppo Economico ha siglato il decreto per lo stanziamento delle risorse per gli ecoincentivi auto 2014, che ripartono il 6 maggio.

Gli ecoincentivi hanno l’obiettivo di favorire la mobilità sostenibile e l’acquisto di auto a basse emissioni complessive.

Le norme per gli Ecoincentivi 2014 saranno quelle in vigore nel 2013. A quanto ammonta la somma per il 2014? 31,3 milioni di euro, a cui andranno sommate le risorse che non sono state utilizzate lo scorso anno, per un totale di oltre 60 milioni di euro.

I contributi per gli ecoincentivi saranno corrisposti fino all’esaurimento del fondo e rappresenteranno nel concreto uno sconto da pagare al concessionario, poiché saranno erogati al venditore tramite la compensazione con il prezzo di acquisto.

Ecoincentivi 2014: come funziona?

Le risorse disponibili verranno così ripartite:

  • il 15% sarà destinato all’acquisto, da parte di privati e/o aziende, quindi tutte le categorie di acquirenti, di auto con emissioni di CO2 non superiori a 50 g/km;
  • il 35% sarà destinato all’acquisto, da parte di tutte le categorie di acquirenti, di auto con emissioni di CO2 non superiori a 95 g/km;
  • il 50% sarà destinato all’acquisto di auto con emissioni non superiori a 120 g/kmda parte di aziende, destinate all’uso di terzi (taxi, noleggio e liberi professionisti) e destinate ad essere usate solo come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa, a patto che venga rottamata un’auto che:
    - abbia più di 10 anni;
    - sia posseduta da almeno 12 mesi;
    - appartenga alla stessa categoria del veicolo acquistato.

Non è obbligatoria la rottamazione in caso di acquisto di auto con emissioni di CO2 non superiori a 95 g/km (vi rientrano soprattutto veicoli elettrici o ibridi).

Qual è l’importo del contributo? Le regole dell’anno scorso (quindi operative anche quest’anno) erano le seguenti:

  • 20% sul prezzo di acquisto, fino alla soglia massima di 5.000 euro, per le auto con emissioni inferiori a 50 g/km di CO2;
  • 20% sul prezzo di acquisto, fino alla soglia massima di 4.000 euro, per le auto con emissioni tra 51 e 95 g/km di CO2;
  • il 20% sul prezzo di acquisto, fino alla soglia massima di 2.000 euro, per le auto con emissioni tra 96 e 120 g/km di CO2.

Chi ha diritto agli ecoincentivi? Gli ecoincentivi sono validi solo per l’acquisto di veicoli nuovi. In particolare:

  • le auto elettriche;
  • ibride;
  • a GPL;
  • a metano;
  • a biometano;
  • a biocombustibili;
  • a idrogeno;
  • con emissioni di CO2 non superiori a 120 g/km.

Tutte le info per i concessionari sono disponibili sul sitowww.bec.mise.gov.it./site/bec/home.html.

ma…

Gli incentivi varati dal Governo favoriscono l’azienda di famiglia del ministro Guidi. Sale la polemica sul conflitto d’interessi.

Gli incentivi auto inaspettatamente approvati dal Governo Renzi hanno sollevato un vespaio e questo, al contrario, non sorprende.

Torna infatti in auge la questione del conflitto d’interessi riguardante il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, argomento già fonte di polemica nel giorno della sua nomina e che oggi ritorna in auge, forte come non mai.

Il motivo? Gli incentivi per i veicoli a basse emissioni varati per decreto saranno destinati alle auto ad alimentazione alternativa che garantiranno emissioni di anidride carbonica, allo scarico, inferiori a 120, 95 e 50 g/Km. Gli sconti riguarderanno in particolare “ciclomotori e motocicli a due o tre ruote, quadricicli, auto e veicoli commerciali leggeri”, mentre rimangono escluse le biciclette a pedalata assistita.

Il Governo metterà a disposizione per il 2014, 31,3 milioni di euro, a cui si sommano le risorse non utilizzate nel corso del 2013. Totale:63,4 milioni di euro.

Fin qui sembrerebbe un’iniziativa lodevole. Il problema risiede nel fatto che proprio su questo tipo di veicoli punta la Ducati Energia, società della famiglia Guidi, dalla quale il ministro si è dimesso pochi mesi fa.

Free Duck
L’oggetto della polemica si chiama Free Duck ed è:

un quadriciclo elettrico leggero in grado di far fronte alle problematiche connesse alla mobilità, nel pieno rispetto dell’ambiente. Disponibile in versione elettrica ed ibrida, contribuisce a ridurre il tasso di inquinamento acustico e soprattutto atmosferico”.

Prodotto dalla Ducati energia, il veicolo rientrerà quindi tra quelli acquistabili con gli ecoincentivi che partiranno il prossimo 6 maggio, cosa che, ovviamente, garantirà all’azienda guadagni ben più alti.

Ma c’è di più: abbiamo precedentemente ricordato l’esclusione delle biciclette a pedalata assistita, per le quali non è stato riconosciuto nessuno sconto.

Ebbene, come sottolinea Repubblica, la compagnia guidata da Guidalberto Guidi non ne ha bisogno. Perché? Perché esiste un accordo con l’Anci e con la città di Firenze che prevede 1000 biciclette prodotte a pedalata assistita da destinare ai Comuni con più di 30mila abitanti. Un’intesa firmata quando a presiedere l’Associazione dei Comuni Italiani era Graziano Delrio e a guidare il capoluogo toscano in qualità di Sindaco c’era proprio Matteo Renzi.

Insomma, i timori di quelli che nel giorno della nomina di Federica Guidi come ministro dello Sviluppo Economico parlarono di conflitto d’interessi, sembrano non essere proprio campati in aria.