Se l’Italia uscisse dall’euro…

Se l’Italia uscisse dall’Euro quali conseguenze dovrebbero affrontare le banche italiane?

Negli ultimi mesi si parla molto di un’uscita dall’Euro come soluzione per l’Italia per uscire dalla crisi economica e guadagnare nuova competitività.

Purtroppo un’uscita dall’Euro con conseguente ritorno alla lira non sarebbe un’operazione priva di effetti dannosi, tanto da far valutare seriamente la permanenza nell’Euro come ipotesi preferibile.

Nei prossimi giorni pubblicherò una serie di articoli che illustreranno quelli che a mio parere sarebbe i 5 principali effetti negativi di un’uscita dall’Euro. Iniziamo oggi con il primo effetto negativo: lo shock sui rendimenti dei BTP.

Vendita massiccia dei BTP da parte degli investitori esteri e rialzo shock dei rendimenti su tutta la curva dei titoli di stato.
Perché? Perché l’Italia fuori dall’Euro non darebbe più garanzie ai nostri creditori esteri in quanto saremmo fuori dal programma OMT ( Outright Monetary Transactions) che Draghi ha avviato nel 2012 e che permette alla BCE di procedere ad acquisti illimitati di titoli del debito pubblico dei paesi appartenenti all’area Euro: acquisti che servono a difendere il valore dei bond dei Paesi sotto attacco da parte degli speculatori.

Se l’Italia fosse fuori dall’Euro il sistema bancario italiano non parteciperebbe nemmeno al programma di QE (quantitative easing) che sta per essere varato in questi giorni sempre dalla BCE, e che serve ad iniettare altra liquidità nel sistema, mediante acquisti a titolo definitivo di ABS (cartolarizzazioni di mutui e di finanziamenti vari di emanazione bancaria).

In poche parole se l’Italia uscisse dall’Euro non ci sarebbe più l’ombrello di protezione della BCE, i nostri BTP diventerebbero molto rischiosi perché associati ad un paese che ha un rapporto debito/PIL pari al 132% con bassi tassi crescita negli ultimi 20 anni e che sta (forse ) uscendo faticosamente da una recessione severa durata anni.

La banca d’Italia potrebbe fare ben poco per difendere i prezzi dei BTP e il cambio euro-lira oppure dollaro –lira, visto che dispone di riserve valutarie per 135 miliardi di euro di cui 100 in oro e 35 in divise estere.

Ripeto, le riserve sarebbero ben poca cosa, visto che il nostro debito pubblico espresso in titoli ammonta a oltre 1700 miliardi (mentre il debito allargato ammonta a 2090 miliardi). Intendiamoci, avere un alto rapporto debito/PIL non è un peccato mortale o un crimine: il Giappone ad esempio ha un rapporto debito/PIL superiore al 230% eppure nessuno si sogna un default del debito pubblico giapponese.

Il problema è un altro: l’allocazione geografica di questo debito. Il 98% circa del debito pubblico giapponese è detenuto dai giapponese mentre il 25% circa del debito pubblico italiano è detenuto da creditori esteri e solo il 75% è in mani italiane.

Ma il 25% di 1700 miliardi fa 425 miliardi. Una potenza di fuoco non da poco, anche se ridotta rispetto alle epoche passate, ma sufficiente per rendere l’Italia molto vulnerabile alle vendite.

E’ già successo lo ricordate? Era il 9 novembre 2011 e tutta la curva dei tassi italiana giaceva intorno al livello 7%. Berlusconi si sarebbe dimesso di lì a poco (12 novembre 2011 ) e le vendite “cash” ( cioè con titoli reali ) e quelle allo scoperto (prendendo in prestito i BTP solo per venderli a scopo speculativo) fioccavano nelle sale delle SIM e trading room delle banche italiane.

A questo si aggiungevano gli acquisiti di CDS sul debito italiano (credit default swap, coperture assicurative contro l’evento default) che fecero salire il costo delle coperture assicurative contro il “crack” dell’Italia a 595 punti base (ora siamo a 120 punti base).

Il mercato dei CDS e quello cash interagiscono fra di loro in questi momenti, amplificando gli effetti a vicenda e aumentando la volatilità. Tutto questo succedeva sulle paure di un’uscita dell’Italia dall’Euro, unica soluzione possibile per evitare il default.

Figuriamoci cosa succederebbe in seguito ad un reale atto d’imperio del Governo italiano di ritorno alla lira …

Orbene, stimare di quanto si innalzerebbe il rendimento dei nostri titoli di Stato, (escludendo, per il momento il finanziamento monetario del debito pubblico da parte di Bankitalia) in una situazione di uscita dall’Euro nei primi giorni del “big bang” finanziario è cosa difficilissima… ma possiamo stimare un ritorno dei rendimenti almeno tra il 7% e l’8% su tutta la curva ( ora i rendimenti tra l’ 1,90 per il 5 anni e il 3,20 per il 10 anni) ricreandosi così la situazione del novembre 2011 (se non peggio).

GRAFICO: Shift verso il basso della curva dei tassi governativa italiana dal nov 2011 al 7 aprile 2014

Continua l’analisi sui possibili effetti di un’uscita dell’Italia dall’Euro, in questo articolo ci occupiamo di cosa potrebbe accadere al sistema bancario italiano.

Pesanti perdite di bilancio per le banche italiane (e non), “credit crunch” dell’economia reale, code agli sportelli bancari per prelevare contante, crollo della borsa italiana .

Circa la metà del debito pubblico italiano (2.090 miliardi di euro) è detenuto dalle banche italiane .

Stiamo parlando di circa 1045 miliardi di BTP, CCT e BOT che riempiono i portafogli di proprietà delle istituzioni creditizie. Un ritorno dei rendimenti al livello di novembre 2011 (se non peggio ) implicherebbe pesanti svalutazioni di portafoglio cui sarebbe impossibile porre riparo per le banche poiché gli aumenti di capitale che sarebbero necessari per ripianare le perdite sarebbero talmente ingenti da costringere lo Stato italiano alla nazionalizzazione totale nel giro di pochi mesi, aumentando lo stock di debito pubblico ulteriormente.

Ma la nazionalizzazione richiederebbe mesi e i mercati non aspettano. Pensate a una banca che ha iscritto in bilancio il BTP 4.5% 2024 ad un rendimento medio del 3,4% (per esempio) cui corrisponde un prezzo di 109,50.

Se i tassi salissero, per fare un esempio, al 7,25% ( situazione del nov.2011) il prezzo del bond crollerebbe a 81,50. Il 25% di perdita secca immediata in conto capitale.

Pensate che Banca intesa, da sola, ha in portafoglio circa 97 miliardi di titoli di stato. Unicredit 45.8 miliardi. Svalutate del 20% medio, per ipotesi, il portafoglio titoli di Stato e otterrete, rispettivamente, una perdita di 19.4mld e di 9.2 mld per le due banche sopracitate.

Ma si svaluterebbero, per contagio anche tutti gli altri bond bancari e industriali in loro possesso e quindi quelle perdite sarebbero ancora maggiori in realtà. Anche le compagnie assicurative italiane sarebbero nella stessa situazione: Assicurazioni Generali ha 56.7 mld di euro di BTP in portafoglio e Unipol 32.4 mld. Pensate cosa succederebbe alla Borsa Italiana il cui listino e’ fatto principalmente da banche e assicurazioni … l’ FTSEMIB perderebbe il 10%-15% di valore in una settimana ( se non di piu’ ).

PRINCIPALI BANCHE E ASSICURAZIONI DETENTRICI DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Qualcuno dirà “sono problemi della banche, non nostri”. Non è così perché l’economia industriale italiana e quella delle famiglie è totalmente dipendente dalle banche e l’ingresso nell’area default di molte istituzioni creditizie (per le perdite in conto capitale su menzionate) provocherebbe un “credit crunch” di dimensioni imponenti, altro che difficoltà di erogazione prestiti come quelle attuali…

Niente più mutui, niente prestiti personali, niente più linee di fido alle imprese, né alle amministrazioni locali, e quindi difficoltà per pagare gli stipendi agli operai, ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, degli ospedali, delle scuole, ecc. sino all’intervento della banca d’Italia a garantire liquidità immediata alle banche (ma ci vorrebbero settimane prima di una normalizzazione).

Oltre a ciò vanno aggiunte, naturalmente, le file agli sportelli dei correntisti in attesa di ritirare tutto il contante depositato. Denaro che le banche non sarebbero in grado di erogare, perché la liquidità effettiva delle banche è una piccola parte rispetto alla consistenza reale dei depositi.

Ricordate le code degli inglesi davanti alle filiali della banca londinese Northern Rock nel settembre 2007, agli albori della crisi dei Sub-Prime? Non sarebbe la stessa cosa da noi qui in italia, nel panico generale di una crisi di liquidità delle banche che telegiornali e quotidiani saprebbero amplificare a dovere?

E a ben poco servirebbe l’intervento del fondo interbancario per la tutela dei depositi che, come sappiamo, copre solo i depositi sino a 100.000 euro.

A questo punto la prima obiezione ad un siffatto scenario sarebbe “ma Bankitalia potrebbe intervenire subito stampando moneta , cioè garantendo credito illimitato alle banche”. Vero.

Ma avete voi un’ idea di quale inflazione assalirebbe l’ economia italiana in una situazione del genere? Senza escludere l’ipotesi che Bankitalia potrebbe essere indotta ad una “monetizzazione del debito pubblico italiano” comprando lei sul mercato primario i titoli emessi dal Tesoro, titoli che avrebbero difficoltà ad essere collocati, anche se a tassi progressivamente crescenti… potremmo avere in poco tempo un’inflazione stile anni 80, cioè 10% oppure 15%, grazie ad un effetto combinato anche dell’inflazione importata di cui parlerò nei prossimi articoli.

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