Rischio “bolle” in Europa.

Il pericolo non è solo nei bond, ma anche nel mattone.

Al di là della recente risalita degli spread sovrani europei, negli ultimi due anni i bond governativi della periferia continentale hanno mostrato i muscoli risollevandosi dalla grave crisi del debito pubblico che stava attanagliando da tempo i cosiddetti PIIGS, costringendoli in più riprese a salvataggi internazionali (Grecia, Irlanda, Portogallo), ristrutturazioni del sistema bancario (Spagna) e addirittura al prelievo forzoso sui conti correnti (Cipro). Per tutti i paesi periferici europei, Italia inclusa, sono state richieste misure di consolidamento fiscale molto dolorose che hanno favorito uno scenario di recessione e di bassa inflazione. Così, dopo l’estate del 2012, grazie alla protezione garantita da Mario Draghi sull’irreversibilità dell’euro, gli investitori internazionali hanno cominciato a mettere le mani sui titoli di stato della periferia europea che in quel momento quotavano su valori minimi (quelli greci, portoghesi e irlandesi avevano addirittura valutazioni di bond prossimi al default). Il vento è presto cambiato e in meno di due anni questi bond hanno messo a segno rialzi da capogiro, ripagando ampiamente la fiducia dei mercati.

A causa di alcune distorsioni macroeconomiche, relative all’andamento dei tassi di mercato e alla liquidità, il rendimento di questi bond è sceso sui minimi storici favorendo sempre più un processo di convergenza tra i tassi dei paesi più rischiosi e quelli più sicuri. Molti economisti e analisti finanziari hanno messo in guardia gli investitori sulla possibilità di assistere all’esplosione di una bolla sui titoli di stato europei, soprattutto se dovesse esserci uno shock esogeno di tipo economico o finanziario. Tuttavia la potenziale bolla sui bond europei non è l’unica a tenere alto lo stato di allerta tra gli investitori. Stanno diventando sempre più incalzanti i rischi sul fronte del mattone, quasi esclusivamente individuabili nei paesi del Nord Europa che non adottano la moneta unica.

Parliamo di Regno Unito, Svezia e Norvegia. Dal 2006 ad oggi il settore immobiliare, complici le scriteriate politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali mondiali, hanno sperimentato diverse bolle, cadute e riprese. Secondo le serie storiche della Fed di Dallas, dal 2008 a fine 2013 i prezzi delle case sono scesi del 38,5% in Irlanda, del 28% in Spagna, del 15,5% in Italia e del 4,6% negli Stati Uniti. Tuttavia alcuni paesi del Nord Europa hanno seguito un percorso inverso. Dal 2008 in Norvegia c’è stata una crescita dei prezzi delle abitazioni del 34,24% (ma se si allarga l’orizzonte temporale ai 10 anni, l’incremento sale alla sbalorditiva cifra del 91%!), mentre in Svezia del 16%. E che dire del Regno Unito, dove secondo Nationwide il mattone ha sperimentato una crescita dei prezzi del 10% solo nell’ultimo anno.

La Bank of England non ha mai nascosto le sue preoccupazioni per il costante aumento dei prezzi delle case in Gran Bretagna, ma finora non ha mai considerato la possibilità di cambiare rotta nella politica monetaria (i tassi sono ai minimi storici allo 0,5% e il piano di stimolo monetario a 375 miliardi di sterline all’anno). Se la bolla immobiliare in Inghilterra dovesse realmente scoppiare, ci sarebbe un enorme rischio di tenuta per il settore finanziario. I rischi sarebbero anche economici, visto che il debito delle famiglieè aumentato al 130% del reddito disponibile (150% in Svezia). In Europa non possono stare tranquille nemmeno Olanda e Austria: la prima deve fare i conti con un debito monstre delle famiglie (250% del pil), a causa dell’esplosione della bolla immobiliare degli anni scorsi; la seconda ha una notevole esposizione verso le banche dell’Est, che rischiano tanto a causa delle forti turbolenze geopolitiche in Ucraina. Le crisi non nascono mai per caso.

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