Uscita dall’euro: gravi danni per l’economia

Qualcuno vorrebbe far credere che la grave crisi che sta attraversando il nostro Paese è dovuta alla introduzione dell’euro e che il ritorno alla vecchia lira potrebbe risolvere tutti i problemi economici. 

In particolare ci si lamenta che l’Europa ci impone di mettere ordine nei nostri conti pubblici obbligandoci a mantenere il deficit del bilancio dello Stato entro il famoso limite del 3% del Pil e questo non ci consente, come fatto per decenni, di coprire il deficit cronico del bilancio statale con il ricorso sistematico all’indebitamento e anche con l’emissione di carta moneta senza alcun limite, come avvenuto nei decenni precedenti l’introduzione dell’euro. 

Questo modo di amministrare la cosa pubblica ha consentito agli italiani di godere per decenni di un tenore di vita superiore alle proprie possibilità, di avere un elevato numero di baby pensionati, di mantenere ancora oggi numerosi Enti inutili e di sostenere una spesa davvero esagerata per la pubblica amministrazione, compresi i trattamenti economici erogati ai nostri politici, di gran lunga superiori alla media europea. 

Di contro, il debito pubblico ha raggiunto cifre astronomiche, non più sostenibili dal nostro fragile sistema economico. Le ultime cifre parlano di un debito di 2.124 miliardi di euro a fronte del quale lo Stato deve pagare oltre 90 miliardi di euro di interessi ogni anno. È chiaro che si doveva intervenire prima per evitare di creare una situazione di così grave disagio economico e imporre il principio molto importante dell’obbligo del “pareggio di bilancio degli Enti pubblici”. 

Non è possibile pensare che si possa andare avanti all’infinito finanziando il deficit del bilancio dello Stato ricorrendo sistematicamente al debito e sprecando impunemente il denaro pubblico. Questo è un problema che va affrontato indipendentemente dal dettato europeo, se si vogliono creare le basi necessarie per la ripresa economica. 

Negli anni ’80 il Paese ha vissuto un periodo molto difficile, caratterizzato da un’inflazione intorno al 40% e con tassi bancari che superavano il 30% sui prestiti concessi. In quel periodo la lira si è svalutata pesantemente nei confronti delle valute degli altri Paesi. 

Nel 1980 un dollaro Usa costava 855 lire e un marco tedesco costava 470 lire. Nel 2001 il dollaro costava 2.170 lire e il marco 990 lire. 

A dicembre 1980 il tasso di remunerazione dei Bot a 6 mesi era del 17,13% e a dicembre 1981 del 21,62%. 

In quegli anni, per cercare di frenare la svalutazione della lira e limitare l’acquisto di valute straniere, sono stati posti in essere numerose limitazioni. Ad esempio il cittadino italiano che andava all’estero in vacanza oltre alle spese di viaggio e albergo, regolarmente documentate, poteva portare con sé valuta estera per un controvalore non superiore a lire 200.000. Per difendere la lira, in quel periodo era stato introdotto addirittura anche il divieto a carico delle squadre di calcio italiane di comprare calciatori stranieri. I benefici che si avevano dalla svalutazione che favorivano le esportazioni dei nostri prodotti all’estero, venivano vanificati dal continuo aumento delle materie prime comprate all’estero, in primo luogo il petrolio. 

Dobbiamo, purtroppo, prendere atto che l’introduzione dell’euro, unitamente alla globalizzazione dei mercati, hanno messo allo scoperto la fragilità della nostra economia, e la scarsa competitività del nostro apparato produttivo penalizzato anche da una burocrazia farraginosa, da infrastrutture inadeguate e da una imposizione fiscale molto alta. 

Sarebbe molto semplicistico attribuire i mali del nostro disagio economico all’introduzione dell’euro e pensare che abbandonando l’euro il nostro Paese possa risolvere tutti i problemi economici. 

Oggi l’uscita dall’euro sarebbe un disastro per l’Italia, forse riavremo gli stessi problemi vissuti negli anni ’80. 

• Ci sarebbe un assalto alla banche per ritirare i propri risparmi in euro ed evitare che gli stessi si tramutassero automaticamente in lire svalutate; 
• Ci sarebbe un’impennata dell’inflazione generata principalmente dai rincari delle materie importate dall’estero, in primo luogo il petrolio. Nei periodi di elevato tasso di inflazione ad essere maggiormente penalizzati sono i percettori di redditi fissi, dipendenti e pensionati, in quanto i salari e le pensioni si adeguano lentamente al maggiore costo della vita. E’ vero che la svalutazione della lira agevolerà le nostre esportazioni, ma l’effetto, come detto sopra, può essere in parte neutralizzato dai maggiori costi delle materie prime comprate all’estero e, inoltre, non è da escludere che gli altri paesi europei possano introdurre dei dazi per ostacolare le vendite dei nostri prodotti. 
• I tassi sugli interessi subiranno sicuramente un forte rialzo e ciò creerà un grosso problema in quanto lo Stato dovrà pagare somme di interessi sul debito pubblico di gran lunga superiori a quelli attuali e per coprire i maggiori esborsi non è escluso un inasprimento dell’imposizione fiscale. 
• Ci sarà da chiedersi quanti investitori stranieri saranno disposti a comprare poi i titoli si Stato espressi in lire italiane; i maggiori tassi di remunerazione non compenseranno il maggiore rischio Paese. 
• I tassi di interesse dei mutui stipulati a tasso variabile si potrebbero triplicare passando dall’attuale 5 – 5,50% ad oltre il 15%. 
• I debiti che le banche e le imprese hanno verso l’estero espressi in euro dovranno essere pagati con tale moneta e ciò metterà in gravi difficoltà i debitori che dovranno pagare con un euro che nel frattempo si sarà fortemente rivalutato nei confronti della lira. 
• Si può facilmente immaginare quanti risparmiatori cercheranno di portare all’estero i soldi per proteggerli dalla svalutazione della nuova lira. 

Uscire dall’euro per risollevare l’economia del Paese è un’illusione, i danni sarebbero di gran lunga superiori ai momentanei vantaggi. 

L’obiettivo da perseguire è quello di riformare le regole attuali, far pesare di più in Europa le esigenze dei Paesi ad economia debole e limitare l’attuale strapotere dei Paesi con un’economia più forte.

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