MPS: cosa succederà dopo l’aumento di capitale? Un futuro spaccato in due

L’assemblea Monte dei Paschi ha approvato ieri l’aumento di capitale da 5 miliardi. Una decisione quasi unanime (97% dei presenti) accolta con plauso e soddisfazione dal presidente Alessandro Profumo:

“Fino a due anni fa, nessuno avrebbe puntato su di noi i propri risparmi. Ora siamo tornati a essere una banca normale e risanata”.

Un istituto sano e normale, questo il pensiero dei vertici. Ma in realtà della vecchia MPS resta ben poco.

L’aumento di capitale
L’aumento di capitale da 5 miliardi, 2 miliardi in più rispetto a quanto precedentemente previsto, servirà quasi in toto a ripagare i 4,07% di Monti Bond (ma 1 miliardo verrà restituito nel 2016), cui si aggiungono il sovrapprezzo e gli interessi del prestito pubblico e i costi (più di 200 milioni) delle garanzie bancarie all’operazione.

A conti fatti dunque, nelle casse della banca rimarranno poche centinaia di milioni che sicuramente non permetteranno all’istituto di giocare un ruolo chiave nel settore creditizio europeo.

Qual è il futuro di MPS?
La domanda che circola insistentemente oggi è una: Monte dei Paschi diventerà un “polo aggregante”, come l’ha definito David Martinez Guzman di Fintech, o una prenda per fondi esteri che in questo periodo dimostrano sempre più interesse nei confronti dei nostri colossi bancari?

Le condizioni attuali non sono delle migliori: a Piazza Affari il titolo vale un terzo (anzi meno) rispetto al valore posseduto tre anni fa, i suoi multipli non sono certo altissimi e l’azionariato ha subito un cambiamento così radicale da renderlo ormai irriconoscibile.

I soci di MPS
Un esempio su tutti è la Fondazione. Prima della crisi dei derivati e della sconsiderata acquisizione di Antonveneta, Palazzo Sansedoni deteneva il 50% del Capitale. Praticamente MPS era in mano sua.

Oggi è scesa al 2,5% e, per cercare di poter esprimere ancora la propria volontà sulla banca, ha stretto un patto parasociale con BTG Pactual e con Fintech, rispettivamente al 2% e al 4,5%.

Poi c’è l’onnipresente BlackRock che, dopo aver superato ad aprile l’8% del capitale, ha preferito vendere in vista della ricapitalizzazione e scendere al 3,2%. Infine troviamo Axa con il 3%.

Non c’è più un solo padrone dunque, ma più soci (per la maggior parte stranieri) che dovranno mettersi d’accordo per decidere le mosse da intraprendere.

Come abbiamo detto in precedenza, Monte dei Paschi ha cambiato volto. Il pericolo nazionalizzazione è stato scongiurato, ma il rischio vero adesso è che l’istituto diventi la preda preferita di compratori stranieri in cerca di un buon investimento.

Lo scenario diventerà più chiaro dall’anno prossimo, al termine del processo di asset quality review che potrebbe far traballare molte delle banche dell’Eurozona.

Ma i soci sembrano ottimisti. Uno su tutti Fintech (attuale azionista di maggioranza) che ieri, tramite Davide Guzman, ha espresso tutta la sua fiducia nei confronti della banca:

“Ho fiducia in Mps e nel management, saremo un polo aggregante. Il consolidamento è inevitabile: Mps potrebbe essere, in una seconda fase, elemento di attrazione attorno a cui far convergere asset italiani e poi, magari, europei”.

Polo aggregante o preda? Staremo a vedere.

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