Irpef case sfitte: le novità 2014

Partendo dal presupposto che le ultime due riforme dell’imposizione fiscale immobiliare (lmu e la Tasi) hanno finito con l’influire anche sull’Irpef che il proprietario di immobili non locati andava a pagare, valutiamo l’evoluzione della situazione negli ultimi tre anni, fino al regime previsto per il 2013 (anno per il quale ci accingiamo a pagare nelle prossime settimane).

Prima di analizzare nel dettaglio le diverse discipline, rileviamo che anche le riforme impositive sulla casa sono state orientate, come molte altre, negli ultimi anni, da criteri che badassero principalmente alle coperture di bilancio immediate (elemento certo indispensabile), senza tenere però in alcun conto la coerenza del sitema di imposizione fiscale e tributaria che si andava a sviluppare e soprattutto quei principi costituzionali a cui il nostro sistema fiscale dovrebbe essere inspirato.

Tutto questo porta a normative che, se riescono (e non potrebbe essere altrimenti visti i nostri vincoli comunitari) a mantenere la copertura tra entrate e uscite, non riescono invece in alcun modo a dimostrare una logica secondo gli scopi del nostro ordinamento e secondo quei principi di ragionevolezza, di equità sociale, di lotta all’evasione e spinta allo sviluppo economico che le norme in questione dovrebbero invece sempre sottendere.

Cos’è cambiato dal 2011 ad oggi?
Andando nel dettaglio delle ultime riforme distinguiamo i tre periodi temporali e le rispettive discipline:

  • Il periodo ante 2011 (anno di introduzione dell’Imu in sostituzione dell’ici ) quandosi pagava l’Irpef sulla base dell’intero importo della rendita catastale rivalutata
  • Il 2012 quando a seguito dell’introduzione dell’Imu si è deciso di eliminare completamente l’irpef su tutte le seconde case non locate (su quelle locate si paga irpef o la cedolare secca a titolo di imposta sui redditi in base al canone percepito).
  • Il 2013, per il quale si preparano proprio in questi giorni le dichiarazioni dei redditi, in cui si è tornati a far pagare l’Irpef, ma sulla rendita rivalutata ridotta al 50% e solo sugli immobili sfitti situati nello stesso comune di quello di residenza.

Per capire la logica di questa norma si deve partire dalla cervellotica discussione che l’ha preceduta in Parlamento che ha visto nel corso del 2013 più volte cambiare le carte in tavola, tra l’esenzione dall’Irpef totale per le case sfitte e varie forme di esenzione parziale, tutta la discussione nasceva da un presupposto che è un dato piuttosto assodato e cioè che se si ha nello stesso comune di residenza una casa sfitta:

  • o la si affitta in nero,
  • o si ha la possibilità di mantenere i costi (di manutenzione, tasse, condominio ecc.) di una casa non a reddito e quindi pagare un’Irpef sia pure ridotta alla metà.

Ragionamento corretto ma che ha portato ad una mediazione al ribasso che non risolve il problema dell’iniquità e dell’evasione (che invece è stata combattuta come noto con l’art. 3 dlgs 23/2011 norma illogica che senza favorire il fisco e i contribuenti è stata prima dichiarata incostituzionale con la sentenza 50/2014 e poi reiterata nei suoi effetti fino al 31 dicembre 2015, pochi giorni fa).

Basterebbe poco per combattere l’evasione e rendere il sistema coerente e costituzionale (senza reiterare norme assurde come l’art 3 del dLgs 23/2011 citato), basterebbe far pagare l’irpef e ridurre invece l’imu (finanziandola con l’irpef), per legge anche a chi fitta a canone libero (e non solo concordato come oggi in alcuni comuni è previsto).

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