Big G, online il form per essere cancellati.

Diritto all’oblio anche su FB.

Google recepisce al volo il ‘diritto all’oblio’ e pubblica il form per la disindicizzazione. Ma il rimedio può risultare più pericoloso del male.

“Caro, non puoi lasciarmi così! Come farò a dimenticarti?” – “Tranquillo, ho già compilato il modulo per il diritto all’oblio”.
La battuta circola su Twitter da quando si è diffusa la notizia che Google ha attivato, su richiesta Ue, il servizio per consentire agli utenti di esercitare il diritto all’oblio.
Ovvero il colosso di Mountain View, a distanza di due settimane dalla sentenza emessa dall’Unione Europea, che chiedeva ai motori di ricerca di rispondere alle richieste di cancellazione degli interessat(implicando in tal modo che i motori fossero i titolari dei dati personali degli utenti e del loro trattamento) ha già provveduto ad attivare il servizio di cancellazione.

La sezione, all’interno dell’area di supporto legale, si chiama  “Richiesta di rimozione di risultati di ricerca ai sensi della legislazione europea per la protezione dei dati personali” e qui gli utenti potranno chiedere al motore di ricerca di rimuovere i link che appaiono dopo una ricerca sul proprio nome, qualora contengano informazioni “inadeguate, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessive in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”.

Per ottenere la disindicizzazione dei dati sarà necessario identificarsi mediante copie digitali del proprio documento, indicare il link da rimuovere, in relazione a quale ricerca e la motivazione. Al modulo dovrà inoltre essere apposta la propria firma elettronica.
Big G fa sapere che valuterà “ogni singola richiesta” e cercherà “di bilanciare i diritti sulla privacy della persona con il diritto di tutti di conoscere e distribuire le informazioni”.

Google si è dunque tempestivamente piegato alle delibere del vecchio Continente in tema privacy?
Non necessariamente, anzi. Un’analisi più attenta potrebbe condurci a  considerare quella di Bruxelles una vittoria di Pirro.

Scrive a questo proposito l’avvocato Guido Scorza, esperto di diritto digitale, in un articolo dal titolo emblematico “Non lasciamo Google (da solo) a scrivere la storia”

…da oggi, di fatto il bilanciamento tra due diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino come quelli alla privacy ed all’informazione diviene competenza di un soggetto privato e viene sottratto ai Giudici nazionali ed alle Autorità Garanti per il trattamento dei dati personali.

E’ Google che – in ossequio alla Sentenza della Corte di Giustizia – si incarica di “cercare di bilanciare i diritti sulla privacy della persona con il diritto di tutti di conoscere e distribuire le informazioni”.
Un’affermazione che ha in sé il germe della sconfitta dello Stato di diritto che abdica l’amministrazione della giustizia in un settore drammaticamente rilevante per l’equilibrio democratico e lo sviluppo economico di ogni Paese a favore di un soggetto privato, lasciato solo ad agire da arbitro di ciò che i cittadini hanno diritto a leggere e ciò che è bene non leggano e non sappiano.

Ma non basta.

Oggi si registra un’altra sconfitta perché si consegna, di fatto, il diritto di scrivere la storia nelle mani dei suoi protagonisti nel senso che ciascuno di noi si ritrova a poter scegliere cosa di lui e delle proprie imprese – piccole e grandi, nobili e meno nobili – il resto del mondo avrà diritto a sapere e ricordare nel tempo.

Provate a immaginare quante indicizzazioni “scomode” rischierebbero di non essere più visibili. Senza avere inoltre la possibilità di re-indicizzare le pagine epurate, poiché nessuno può chiedere a Google l’indicizzazione di una pagina web.
Tutto questo accadrebbe in Europa, perché i link agli stessi contenuti pubblicati su pagine web extra-europee non potranno essere toccati.

Tanto basta per falsare ancora di più il processo di scrittura della storia perché, di fatto, si lascia che a raccontarla in autonomia siano solo taluni, mettendo cerotti censorei sulla bocca di tanti altri.

La storia del vecchio continente la racconteranno solo gli altri.

E ancora, la questione potrebbe essere estesa anche ai social media, “Non solo Google, ma  tutti i social network applichino il diritto all’oblio stabilito dall’Unione europea e paghino le tasse in Italia”, chiede Adiconsum.
Nel caso, potremmo rischiare di vedere delegata alla discrezionalità di Fabebook, Twitter e quanti altri la decisione su quali contenuti siano da considerare ‘riservati’ e quali no.

E’ urgente che le nostre Istituzioni si riapproprino di un compito che spetta loro e che non può essere demandato a nessun soggetto privato: decidere quando il diritto del mondo a sapere debba prevalere sul diritto del singolo a che gli altri non sappiano.
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