Tfr subito in busta paga: quanto aumenta lo stipendio del lavoratore?

l premier Renzi l’ha rilanciato anche ieri nel corso della Direzione Nazionale del Pd, il governo sta lavorando per mettere subito in busta paga al lavoratore il 50% del proprio Tfr, il trattamento di fine lavoro. Dopo il bonus di 80 euro per coloro che guadagnano meno di 26.000 euro all’anno, il governo tenta di rilanciare i consumi mettendo altri soldi in tasca ai lavoratori. Ma questa volta, al contrario degli 80 euro, i soldi sono già del lavoratore che, invece di riceverli tutti insieme a fine lavoro, li trova subito in busta paga.

Di quanti soldi stiamo parlando?
Secondo il piano del governo il Tfr potrà essere inserito nelle buste paga attraverso un protocollo tra Abi, Confindustria e governo già dal primo gennaio 2015. Ciò significa che a partire dallo stipendio di gennaio 2015 i lavoratori si troveranno un piccolo tesoretto in più da spendere. Secondo Alberto Brambilla, esperto di previdenza e sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, coloro che guadagnano 1.500 euro lordi circa si troveranno in busta paga 55 euro in più.

Obiezioni
L’ipotesi di mettere il 50% del Tfr in busta paga con l’obiettivo di far ripartire i consumi è, in linea di principio, ben accolta dal mondo della politica e dell’imprenditoria. Ma in pratica emergono diverse obiezioni.

La prima, parte dai fatti attuali: “Oggi ogni anno gli italiani maturano Tfr per un valore di circa 25 miliardi. Di questi, 5,2 vanno ai fondi pensione. Altri 6 all’Inps. Circa 14 si fermano nelle casse delle piccole imprese. Se il premier vuole dare subito il 50% del Tfr ai lavoratori, allora si creerà un buco da 3 miliardi l’anno nelle casse dell’Inps che andrà coperto”. Quindi obiezioni numero 1: l’Inps, che già non versa in ottime condizioni, si troverebbe con circa 3 miliardi in meno.

Ma non solo. Anche le imprese andrebbero a perdere un importante tesoretto di liquidità di circa 14 miliardi che, in attesa di darli al lavoratore, utilizzano per fare investimenti. La seconda obiezione è chiara nelle parole di Giorgio Merletti, presidente di Rete imprese Italia e Confartigianato: “Se l’intenzione è far chiudere decine di migliaia di piccole aziende che stanno resistendo stremate alla crisi siamo di fronte alla misura perfetta.

Infine Maurizio Del Conte, giuslavorista della Bocconi di Milano solleva la terza obiezione: “Il Tfr serve a fornire una sicurezza in più al lavoratore che esce dall’azienda. Dare i soldi subito vuol dire smettere di guardare al futuro”.

Isee precompilato dal 2015

Un Isee precompilato. Ma solo da gennaio 2015,

Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto sui nuovi modelli dell’indicatore della situazione economica equivalente. Decreto che, a quasi un anno dalla riforma degli indicatori, non ha ancora trovato il crisma dell’ufficialità. Ora, sembra che, per venire incontro anche alle richieste dei comuni, che devono rielaborare le soglie Isee, si sarebbe trovato un accordo per far pubblicare il decreto a metà ottobre.

Da lì, come da indicazione normativa, passerebbero i 40 giorni necessari per diramare i nuovi modelli e rendere pienamente operativa la riforma.

Valeriano Canepari presidente della consulta nazionale dei Caf si dice fiducioso del nuovo calendario: «Si sta lavorando con forte collaborazione con ministero del lavoro e Inps per far partire l’Isee dal 1° gennaio».

Il nuovo modello funzionerà sulla stessa direzione del modello 730 precompilato. Oggi, per predisporre e compilare l’Isee, il contribuente si reca presso un Centro di assistenza fiscale (Caf) o presso l’Inps (Istituto nazionale di previdenza sociale) e fornisce i dati necessari, tutti autocertificati.

In questo modo, terminata la compilazione, torna a casa con un modello Isee in tasca. Con le nuove regole si ribaltano completamente i piani. Il contribuente, infatti, fornirà soltanto alcune informazioni attraverso l’autocertificazione; per il resto, il Caf trasmetterà all’Inps tutto il materiale e l’Inps verificherà la correttezza delle informazioni, attraverso l’accesso alla banca dati dell’anagrafe tributaria.

Un lavoro più complesso che non si concluderà in un giorno e costringerà il contribuente ad almeno un secondo appuntamento, per il ritiro del certificato. In caso di dati in contrasto o di informazioni anomale, il Caf dovrà verificare con il contribuente .

Jobs Act: demansionamento più facile?

Ammortizzatori sociali, revisione dei contratti, abolizione dell’articolo 18: sono solo alcune delle principali novità contenute nel Jobs Act, tra cui spunta anche la norma sul demansionamento. Cosa contiene il testo della legge delega a riguardo? l’Obiettivo sarebbe quello di coniugare

“l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento”.

Il cambio di mansioni potrà avvenire rispettando delle condizioni, come la tutela del posto di lavoro e della professionalità del dipendente.

I sindacati temono che questa pratica del demansionamento, vietata dal codice civile, possa prendere piede e quindi consentire alle aziende di gestire le proprie risorse con un alto grado di flessibilità, in ragione dei livelli produttivi, senza rischiare cause di lavoro, proprio in ragione del demansionamento.

Come si evince dal termine stesso, il demansionamento consiste nell’assegnare al lavoratore delle mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto.

L’art. 2103 del Codice Civile disciplina questa situazione:

“Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione”.

Ne consegue che il dipendente può cambiare mansioni e ruolo in virtù di una promozione o mantenendo il medesimo inquadramento, ma non tramite un demansionamento, a maggior ragione se prevede una decurtazione dello stipendio.

Il demansionamento del dipendente oggi è previsto in due situazioni:

  • tutela del posto di lavoro del dipendente;
  • tutela della salute del dipendente.

Demansionamento e abolizione dell’articolo 18 sono spettri che aleggiano sempre più sulle tese dei lavoratori italiani, per i quali le tutele contro gli abusi e le torsioni autoritarie sono sempre più deboli.

Novità fiscali 2015: certificazione unica e 730 precompilato

Sul fronte Fisco il Governo Renzi si è detto subito pronto a percorrere la strada delle semplificazioni fiscali, in un’ottica di una maggiore trasparenza e del Fisco amico.

E’ su questa scia che sono state messe a punto delle novità fiscali, al debutto nel 2015:

  • 730 precompilato;
  • Certificazione unica, il CU che sostituirà il CUD.

Il CdM ha approvato il DLgs sulle semplificazioni fiscali, che ora tornerà in Parlamento prima di passare ancora una volta al Governo per l’approvazione definitiva.

Tra le misure previste c’è appunto l’introduzione del 730 precompilato, che interesserà circa 30 milioni di italiani. Come funzionerà? L’Agenzia delle Entrate terrà conto delle informazioni:

  • dell’anagrafe tributaria;
  • di quelle trasmesse da terzi (banche o assicurazioni);
  • di quelle presenti nelle certificazioni dei sostituti d’imposta per la redazione del documento.

La nuova dichiarazione sarà inserita online dall’Agenzia delle Entrate entro il 15 aprile, momento dal quale i contribuenti dovranno accettarla o richiedere modifiche:

  • personalmente;
  • tramite sostituti d’imposta;
  • tramite CAF o professionisti.

Arriva la bozza del nuovo modello di Certificazione Unica 2015, che dal prossimo anno dovrà essere utilizzato dai sostituti d’imposta, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, che spiega che la Certificazione Unica:

“consentirà di far confluire in un unico documento tutti i redditi corrisposti nel 2014: non solo, quindi, quelli di lavoro dipendente e assimilati, ma anche quelli finora certificati in forma libera”.

Tra le novità nella nuova Certificazione unica

“trova spazio una sezione per gestire il bonus Irpef di 80 euro riconosciuto ai lavoratori dipendenti e ad alcune categorie assimilate”.

click sul link per la bozza

http://www.forexinfo.it/IMG/pdf/bozza_cu_2015_modello_26_09_2014_p.pdf

La nuova Certificazione Unica 2015, che manderà in pensione il CUD, dovrà essere trasmesse dai sostituti ai percettori, nonché all’Agenzia delle Entrate entro il 9 marzo 2015.

Sanzioni salate per chi non redige l’APE

La certificazione energetica nel nostro Paese entra in vigore nel 2005 con la pubblicazione del D.Lgs. 192/2005. In ordine di tempo, le ultime modifiche al decreto sono state apportate dal decreto legge 63/2013 che ha introdotto l’Attestato di Prestazione Energetica (APE) in luogo dell’Attestato di Certificazione Energetica (ACE).
L’Attestato di Prestazione Energetica è un documento obbligatorio nella locazione e vendita degli immobili

L’A.P.E. – L’A.P.E. (Attestato di Prestazione Energetica) è un documento che descrive le caratteristiche energetiche di un edificio o unità immobiliare, tiene conto di una serie di parametri, come ad esempio l’involucro, gli infissi, il generatore di calore ecc. che portano in definitiva all’elaborazione della classe energetica dell’edificio.
Esso si compone da una scala che va dalla lettera A+ (massima classe raggiungibile) alla lettera G (la più bassa classe raggiungibile), in cui la classe energetica viene determinata attraverso un’unità di misura che la normativa stabilisce in KWH/mq.

Chi lo redige – L’A.P.E. viene redatto da un tecnico abilitato, che può operare da solo (libero professionista) o in uno studio associato, avendo i requisiti stabiliti dal D.P.R. 75/2013.
In sede di redazione del certificato energetico il professionista dichiara l’assenza di conflitto di interessi, il non coinvolgimento con i produttori dei materiali utilizzati nella costruzione dell’edificio e che in ogni caso non deve essere né coniuge né parente fino al quarto grado con il committente.

Quando deve essere redatto – L’Attestato di Prestazione energetica ha l’obbligo di essere redatto nel caso di:
– Compravendita di immobili;
– Registrazione contratto di affitto o comodato d’uso (anche se va fatta una specifica, in quanto non c’è l’obbligo di allegare il certificato nel contratto, ma basta inserire nel contratto stesso una dichiarazione con la quale il conduttore ha ricevuto la documentazione comprensiva dell’Attestato, relativa all’A.P.E. D.Lgs. 192 del 19/08/2005 art. 6);
– Annunci di vendita o affitto di un’unità immobiliare;
– Al momento della fine lavori di una nuova costruzione (classe energetica non inferiore alla lettera C);
– Ristrutturazione importante;
– Edifici pubblici;
– Richiesta certificato di agibilità.

Le sanzioni – In assenza o mancata redazione dell’Attestato di Prestazione Energetica vengono determinate delle sanzioni che per il proprietario possono essere così suddivise:
– immobile venduto senza essere dotato di A.P.E., il venditore può incorrere in una sanzione che varia dagli € 3.000,00 agli € 18.000,00;
– immobile affittato senza essere dotato di A.P.E., il locatario può incorrere in una sanzione che varia dagli € 300,00 agli € 1.800,00;
– annuncio di un immobile da vendere o affittare, si incorre in una sanzione variabile dagli € 500,00 agli € 3.000,00.

La marca da bollo si acquista con “@e.bollo”

Massima semplicità per il pagamento dell’imposta di bollo dovuta sulle istanze trasmesse in via telematica alla Pubblica Amministrazione e sui relativi atti: con il Provvedimento del 19 settembre l’Agenzia delle Entrate dà il via al progetto per il pagamento on line, con carte di credito, debito o prepagate, della marca da bollo digitale.

Il nuovo servizio, denominato “@e.bollo”, è disponibile sui siti internet delle Amministrazioni che offrono servizi interattivi per l’acquisizione delle istanze a loro dirette, e sui siti degli intermediari, ovvero quei soggetti individuati tra quelli definiti ai sensi dell’art. 116 sexies del T.U. in materia bancaria e creditizia, convenzionati con l’Agenzia delle Entrate, che acquistano gli Identificativi univoci bollo digitale ed emettono le Marche da Bollo digitali.

Più precisamente, nel provvedimento in oggetto, che nasce dal comma 596 dell’unico articolo della legge di stabilità 2014, viene chiarito che il bollo digitale potrà essere assolto collegandosi direttamente al sito dell’Amministrazione interessata, autenticandosi se richiesto, oppure, nel caso in cui la Pubblica amministrazione non renda disponibile tale nuova modalità di pagamento attraverso il proprio sito istituzionale, rivolgendosi agli intermediari che saranno abilitati alla prestazione di tale servizio.

In nessun caso è ammesso il rimborso della marca da bollo digitale.

L’atto della Pubblica amministrazione – Potrebbe accadere che sia dovuto il pagamento del bollo su un atto o provvedimento prodotto dalla Pubblica Amministrazione a seguito di una istanza del cittadino.
In questo caso l’Amministrazione può consentire il pagamento dell’imposta di bollo tramite il servizio “@e.bollo”:
– contestualmente alla presentazione dell’istanza, qualora i servizi interattivi resi disponibili dall’Amministrazione prevedano l’immediato rilascio dell’atto e del provvedimento richiesto;
– a seguito di una comunicazione con la quale l’Amministrazione avvisa il contribuente della disponibilità dell’atto o del provvedimento e fornisce le istruzioni per il pagamento sul proprio sito;
– a seguito dell’invio di una comunicazione contenente in allegato il documento informatico nel caso in cui l’Amministrazione non disponga degli strumenti del pagamento sul proprio sito. In questo caso si rende necessario, per il contribuente, acquistare la marca da bollo digitale accedendo direttamente al servizio “@e.bollo” reso disponibile in rete dagli intermediari.

Adempimenti delle Amministrazioni
– Il servizio “@e.bollo” per crescere e diventare operativo avrà bisogno di alcuni mesi necessari al perfezionamento delle procedure informatiche, da parte sia delle Pubbliche amministrazioni sia degli intermediari, che avverrà in base alle linee guida elaborate dall’Agenzia delle Entrate e dall’Agenzia per l’Italia digitale.

Nel provvedimento si chiarisce infatti che, per facilitare gli adempimenti delle amministrazioni, sui siti delle Entrate e dell’Agenzia per l’Italia digitale sarà reso disponibile un software, con le relative specifiche tecniche, che le amministrazioni potranno collegare al proprio sistema di protocollazione.

Attraverso questo software le Amministrazioni potranno verificare, nel momento in cui ricevono un documento soggetto a bollo, la contestuale presenza del documento e della marca da bollo digitale, la correttezza formale di quest’ultima, e controllare che l’imposta sia stata assolta nella misura dovuta.

In caso di esito negativo dei controlli l’Amministrazione ne dà immediata comunicazione per via telematica al Contribuente, che provvederà, entro dieci giorni dalla trasmissione dell’istanza, alla rimozione di eventuali errori materiali commessi in sede di redazione dei documenti.
Qualora i termini in oggetto non siano rispettati, l’amministrazione provvederà ad inviare il documento all’agenzia delle Entrate per la sua regolarizzazione fiscal, con irrogazione delle sanzioni amministrative in materia di imposta bollo.

Tassa di successione

Ipotesi aumento, il governo non smentisce.

E’ scoppiata la bufera sulla Legge di Stabilità 2015, poco meno di un mese prima della sua presentazione. Ieri il Sole 24Ore ha diffuso per primo la notizia che allo studio del governo ci sarebbe anche l’aumento della tassa di successione e donazione. Attualmente lo Stato incassa circa 500 milioni dalla tassa di successione; l’obiettivo con la Legge di Stabilità 2015 sarebbe di arrivare a 1 miliardo.

Probabile aumento
Attualmente la tassa di successione italiana è tra le più leggere d’Europa, secondo le ultime disposizioni approvare al tempo del secondo governo Prodi. La tassa di successione attuale prevede una franchigia di un milione di euro, al di sotto della quale non vi è alcun prelievo. Il governo avrebbe intenzione di abbassare tale soglia da un milione a circa 200mila euro.

Oltre tale soglia, scattano i prelievi, con aliquote diverse a seconda del grado di parentela con il defunto o donatore.Ecco quanto peserà l’aumento:

  • dal 4% attuale, per i beni devoluti a favore del coniuge e dei parenti in linea retta al 5%,
  • dal 6%, per i beni devoluti a favore di fratelli e sorelle, degli altri parenti fino al quarto grado e degli affini in linea retta, (sopra i 100mila euro) all’8%,
  • dall’8%, per i beni devoluti a favore di altri soggetti al 10%.

La polemica e nessuna smentita
Il primo a parlare, appena si è diffusa la notizia dell’aumento della tassa di successione, è stato il Presidente della commissione Finanze della Camera Capezzone che, a nome di Forza Italia, ha dichiarato “È bene chiarire che si tratterebbe di una ulteriore mazzata sui contribuenti, dopo gli aumenti delle imposte sui risparmi e della tassa sulla casa. Mi auguro che il governo sia in condizione di diffondere una credibile e netta smentita”.

Ma all’appello di Capezzone dal governo non è arrivata alcuna riposta. Oggi l’esponente di Forza Italia parla tramite un’intervista su Il Tempo. “Finora – attacca Capezzone – nonostante la richiesta di una smentita del governo sul possibile aumento delle tasse di successione, da Palazzo Chigi e dal Tesoro non è arrivato nulla. È la prova evidente che l’indiscrezione sul rialzo delle aliquote è più che fondata. E che l’esecutivo Renzi bara: a parole vuole abbassare le imposte, di fatto le ha già aumentate sul risparmio, sulla casa e ora lo farà sulle eredità”.

10 euro: la nuova banconota anti falsificazione, ma è rischio caos

Entrano in vigore , 23 settembre,le nuove banconote da 10 euro presentate lo scorso 13 gennaio dalla BCE.

Dopo il restyling delle banconote da 5 euro, arriva adesso il nuovo look di quelle da 10.

Il cambiamento è volto a creare banconote più sicure, più resistenti, ma soprattutto più difficili da falsificare.

La nuova “carta” arriverà contemporaneamente in 18 Paesi dell’area Ue: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. Dal gennaio 2015 si unirà anche la Lituania.

Denaro e mitologia
La nuova banconota da 10 euro fa parte della serie Europa, nome che prende ispirazione direttamente dalla mitologia greca. Europa era infatti la principessa di Tiro di cui si innamorò Zeus e che diventò regina a Creta.

La sua immagine, riprodotta sulla banconota, nella filigrana e nell’ologramma è stata ripresa da quella raffigurata su un vaso trovato nell’Italia del Sud e conservato al Louvre,

Banconote anti falsificazione
Il cambiamento è stato necessario per via delle nuove misure di sicurezza volte a garantire maggiori performance anti falsificazione. Ma non basta, perché grazie alle nuove caratteristiche tecniche esse si deterioreranno molto più lentamente rispetto alla serie precedente. Il tutto per via di un nuovo rivestimento protettivo che garantirà una maggior durata.

Le nuove caratteristiche di sicurezza sono state immesse tutte sul fronte della banconota: il ritratto della principessa Europa nella filigrama e nell’ologramma; il numero 10 in verte smeraldo che cambia colore diventando blu scuro, i trattini in rilievo sui margini.

Le vecchie banconote
Le vecchie banconote continueranno a restare in circolazione. Le banche centrali dei singoli paesi le ritireranno in maniera graduale e la loro “uscita dal corso legale” non è ancora stata stabilita.

Rischio caos
Una delle preoccupazioni maggiori riguarda bancomat è macchinette automatiche. Il rischio è che si ripeta quanto accadde lo scorso anno per le banconote da 5 euro e cioè che la nuova “carta” non venga accettata e riconosciuta.

A porre l’attenzione sui possibili problemi è il Codacons, che spiega:

già con la banconota da 5 euro introdotta nel maggio del 2013 ha generato problemi a non finire a causa del mancato aggiornamento dei software di macchinette e distributori automatici, che non accettavano la nuova banconota”.

Problemi che secondo Codacons hanno riguardato:

“dai benzinai ai tabacchi, dai distributori di caffè o snack a quelli delle farmacie fino alle colonnine del parcheggio. Le macchinette devono accettare la nuova banconota altrimenti sarà il caos e si registreranno ulteriori disagi a danno dei cittadini”

F24 cartaceo ancora possibile per le rate di Unico

L’Agenzia delle Entrate si sofferma sulle nuove modalità di presentazione delle deleghe di pagamento F24 a decorrere dal 1° ottobre 2014 con la circolare n. 27/E del 19 settembre 2014.

Come noto, infatti, dal prossimo 1 ottobre, se il modello F24, dopo aver effettuato la compensazione, è a saldo zero, potrà essere presentato unicamente attraverso i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate.
Sarà invece possibile ricorrere, alternativamente, ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate o agli intermediari della riscossione convenzionati con la stesa, nel caso in cui siano effettuate delle compensazioni (ma il saldo rimanga comunque positivo) oppure qualora il saldo finale sia superiore ai mille euro.

Le deleghe a saldo zero
– Come anticipato, le deleghe di pagamento a saldo zero potranno essere esclusivamente trasmesse:
– direttamente dal contribuente, attraverso Fisconline o Entratel, servendosi del servizio “F24 web” o del software gratuito “F24 online”, oppure tramite appositi programmi disponibili sul mercato;
– attraverso intermediari abilitati alla trasmissione telematica del modello in nome e per conto degli assistiti, anche con addebito degli importi sul proprio conto corrente. In tal caso, i servizi a disposizione sono “F24 cumulativo” e “F24 addebito unico”, e gli intermediari sono esclusivamente quelli individuati dall’articolo 3, comma 3, del Dpr 322/1998 (professionisti, Caf, associazioni sindacali di categoria, eccetera).

Gli F24 con importi compensati o con saldo superiore a mille euro – Per le deleghe di pagamento con crediti compensati e con risultato maggiore di zero, oppure con saldo finale superiore a mille euro, c’è un’ulteriore modalità: in questi casi sarà infatti possibile utilizzare i servizi di internet banking messi a disposizione da banche, Poste italiane e agenti della riscossione.

F24 cartaceo ancora possibile – In considerazione di quanto sopra esposto, l’unica situazione in cui è ancora possibile presentare l’F24 cartaceo appare essere esclusivamente quella in cui, senza compensazione, si deve pagare un importo pari o inferiore a mille euro.

La circolare 27/E prevede tuttavia altri casi nei quali è ancora possibile utilizzare il modello F24 cartaceo, che possono essere riassunti nei punti che seguono:
– qualora il modello F24 sia precompilato dall’ente impositore. In quanto caso il modello può essere di qualsiasi importo, purché non siano indicati crediti in compensazione;
– qualora il contribuente stia versando a rate tributi e/o contributi. In questo caso non sono previsti limiti d’importo ed è altresì possibile utilizzare in compensazione dei crediti e presentare il modello F24 a saldo zero. La previsione è stata introdotta però solo per le rateazioni in corso ed è pertanto applicabile soltanto fino al 31 dicembre prossimo;
– nel caso in cui il contribuente benefici di agevolazioni fiscali riconosciute sotto forma di crediti d’imposta, utilizzabili in compensazione esclusivamente presso gli agenti della riscossione.

Contribuenti impossibilitati a detenere un conto corrente – La circolare si sofferma inoltre su un’ipotesi particolarmente interessante: il caso del contribuente che non può detenere un conto corrente (ad esempio, perché protestato).

In questo caso, se la somma da pagare supera i mille euro (senza utilizzo di crediti in compensazione), il contribuente potrà affidarsi o a un intermediario abilitato a Entratel, disponibile all’addebito sul proprio conto, o a un intermediario della riscossione che consente di pagare, ad esempio, con una carta prepagata. In ultima istanza, se questi canali non sono disponibili, può utilizzare l’F24 cartaceo.

Queste stesse modalità si applicano anche ai modelli di versamento contenenti compensazioni e saldo finale maggiore di zero. In questa circostanza, residualmente, è anche possibile presentare, tramite i servizi telematici dell’Agenzia, un F24 a zero, compensando con i crediti disponibili una parte delle somme dovute e versando il debito restante anche con un F24 cartaceo.

Affrancamento: c’è tempo fino al 30 settembre per evitare la tassazione al 26%.

Conto alla rovescia per coloro che vogliono evitare la tassazione sulle rendite finanziarie al 26%. C’è tempo fino al 30 settembre infatti per comunicare l’intenzione di esercitare l’opzione di affrancamento applicando quindi la precedente aliquota al 20%.

Aumento tassazione rendite finanziarie
Dal primo luglio scorso è scattato l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Con il DL n.66 del 24 aprile 2014 la tassazione è passata dal 20 al 26%. La nuova tassazione pesa sugli interessi dei conti correnti, dei depositi a risparmio, ma anche sulla maggior parte degli strumenti finanziari:

  • azioni,
  • obbligazioni,
  • fondi comuni,
  • pronti contro termine.

E’ passata dall’11 all’11,50% l’aliquota su:

  • fondi pensioni,
  • PIP (Piani individuali pensionistici).

Infine sono rimasti soggetti all’aliquota del 12,5%:

  • titoli di Stato italiani ed equiparati
  • titoli di Stati stranieri, a condizione che siano inseriti nella White List.

Affrancamento
L’unica possibilità di sfuggire alla stangata della tassazione sulle rendite finanziarie si chiama affrancamento. In sostanza aderendo all’opzione di affrancamento il risparmiatore può usufruire della vecchia aliquota, con pagamento di imposta su capital gain sulle plusvalenze maturate entro il 30 giugno. E’ l’unica via d’uscita per evitare la tassazione al 26%.

Entro il 30 settembre il risparmiatore interessato deve comunicare alla banca o all’intermediario finanziario la volontà di esercitare l’opzione di affrancamento, che permette di sfruttare l’imposta sostitutiva del 20% per pagare al Fisco le imposte sulle plusvalenze maturate e non realizzate al 30 giugno scorso.

In pratica l’affrancamento consiste nella cessione fittizia del titolo che consente di pagare l’imposta sui capital gain di azioni, obbligazioni e derivati con l’aliquota al 20%. La cessione essendo fittizia consente comunque al risparmiatore di mantenere e portare avanti il proprio investimento.

Cosa fare per aderire all’affrancamento
In caso di risparmio amministrato il risparmiatore deve inviare entro il 30 settembre una comunicazione scritta al proprio intermediario finanziario. Se il risparmiatore ha nel proprio portafoglio più rapporti titoli dovrà indicare nella comunicazione all’intermediario finanziario per quale rapporto desidera chiedere l’opzione di affrancamento. A tutti i titoli contenuti in un rapporto sarà applicato lo stesso trattamento impositivo. Dopo aver effettuato la comunicazione alla banca sarà quest’ultima a occuparsi del versamento dell’imposta sostitutiva entro il 17 novembre.

In caso di regime dichiarativo invece, l’adesione all’opzione di affrancamento avviene in maniera diversa. In questo caso il risparmiatore deve versare l’imposta sostitutiva entro il 17 novembre e poi indicare la scelta dell’affrancamento nel modello Unico 2015.