Tfr subito in busta paga: quanto aumenta lo stipendio del lavoratore?

l premier Renzi l’ha rilanciato anche ieri nel corso della Direzione Nazionale del Pd, il governo sta lavorando per mettere subito in busta paga al lavoratore il 50% del proprio Tfr, il trattamento di fine lavoro. Dopo il bonus di 80 euro per coloro che guadagnano meno di 26.000 euro all’anno, il governo tenta di rilanciare i consumi mettendo altri soldi in tasca ai lavoratori. Ma questa volta, al contrario degli 80 euro, i soldi sono già del lavoratore che, invece di riceverli tutti insieme a fine lavoro, li trova subito in busta paga.

Di quanti soldi stiamo parlando?
Secondo il piano del governo il Tfr potrà essere inserito nelle buste paga attraverso un protocollo tra Abi, Confindustria e governo già dal primo gennaio 2015. Ciò significa che a partire dallo stipendio di gennaio 2015 i lavoratori si troveranno un piccolo tesoretto in più da spendere. Secondo Alberto Brambilla, esperto di previdenza e sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, coloro che guadagnano 1.500 euro lordi circa si troveranno in busta paga 55 euro in più.

Obiezioni
L’ipotesi di mettere il 50% del Tfr in busta paga con l’obiettivo di far ripartire i consumi è, in linea di principio, ben accolta dal mondo della politica e dell’imprenditoria. Ma in pratica emergono diverse obiezioni.

La prima, parte dai fatti attuali: “Oggi ogni anno gli italiani maturano Tfr per un valore di circa 25 miliardi. Di questi, 5,2 vanno ai fondi pensione. Altri 6 all’Inps. Circa 14 si fermano nelle casse delle piccole imprese. Se il premier vuole dare subito il 50% del Tfr ai lavoratori, allora si creerà un buco da 3 miliardi l’anno nelle casse dell’Inps che andrà coperto”. Quindi obiezioni numero 1: l’Inps, che già non versa in ottime condizioni, si troverebbe con circa 3 miliardi in meno.

Ma non solo. Anche le imprese andrebbero a perdere un importante tesoretto di liquidità di circa 14 miliardi che, in attesa di darli al lavoratore, utilizzano per fare investimenti. La seconda obiezione è chiara nelle parole di Giorgio Merletti, presidente di Rete imprese Italia e Confartigianato: “Se l’intenzione è far chiudere decine di migliaia di piccole aziende che stanno resistendo stremate alla crisi siamo di fronte alla misura perfetta.

Infine Maurizio Del Conte, giuslavorista della Bocconi di Milano solleva la terza obiezione: “Il Tfr serve a fornire una sicurezza in più al lavoratore che esce dall’azienda. Dare i soldi subito vuol dire smettere di guardare al futuro”.

Isee precompilato dal 2015

Un Isee precompilato. Ma solo da gennaio 2015,

Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto sui nuovi modelli dell’indicatore della situazione economica equivalente. Decreto che, a quasi un anno dalla riforma degli indicatori, non ha ancora trovato il crisma dell’ufficialità. Ora, sembra che, per venire incontro anche alle richieste dei comuni, che devono rielaborare le soglie Isee, si sarebbe trovato un accordo per far pubblicare il decreto a metà ottobre.

Da lì, come da indicazione normativa, passerebbero i 40 giorni necessari per diramare i nuovi modelli e rendere pienamente operativa la riforma.

Valeriano Canepari presidente della consulta nazionale dei Caf si dice fiducioso del nuovo calendario: «Si sta lavorando con forte collaborazione con ministero del lavoro e Inps per far partire l’Isee dal 1° gennaio».

Il nuovo modello funzionerà sulla stessa direzione del modello 730 precompilato. Oggi, per predisporre e compilare l’Isee, il contribuente si reca presso un Centro di assistenza fiscale (Caf) o presso l’Inps (Istituto nazionale di previdenza sociale) e fornisce i dati necessari, tutti autocertificati.

In questo modo, terminata la compilazione, torna a casa con un modello Isee in tasca. Con le nuove regole si ribaltano completamente i piani. Il contribuente, infatti, fornirà soltanto alcune informazioni attraverso l’autocertificazione; per il resto, il Caf trasmetterà all’Inps tutto il materiale e l’Inps verificherà la correttezza delle informazioni, attraverso l’accesso alla banca dati dell’anagrafe tributaria.

Un lavoro più complesso che non si concluderà in un giorno e costringerà il contribuente ad almeno un secondo appuntamento, per il ritiro del certificato. In caso di dati in contrasto o di informazioni anomale, il Caf dovrà verificare con il contribuente .

Jobs Act: demansionamento più facile?

Ammortizzatori sociali, revisione dei contratti, abolizione dell’articolo 18: sono solo alcune delle principali novità contenute nel Jobs Act, tra cui spunta anche la norma sul demansionamento. Cosa contiene il testo della legge delega a riguardo? l’Obiettivo sarebbe quello di coniugare

“l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento”.

Il cambio di mansioni potrà avvenire rispettando delle condizioni, come la tutela del posto di lavoro e della professionalità del dipendente.

I sindacati temono che questa pratica del demansionamento, vietata dal codice civile, possa prendere piede e quindi consentire alle aziende di gestire le proprie risorse con un alto grado di flessibilità, in ragione dei livelli produttivi, senza rischiare cause di lavoro, proprio in ragione del demansionamento.

Come si evince dal termine stesso, il demansionamento consiste nell’assegnare al lavoratore delle mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto.

L’art. 2103 del Codice Civile disciplina questa situazione:

“Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione”.

Ne consegue che il dipendente può cambiare mansioni e ruolo in virtù di una promozione o mantenendo il medesimo inquadramento, ma non tramite un demansionamento, a maggior ragione se prevede una decurtazione dello stipendio.

Il demansionamento del dipendente oggi è previsto in due situazioni:

  • tutela del posto di lavoro del dipendente;
  • tutela della salute del dipendente.

Demansionamento e abolizione dell’articolo 18 sono spettri che aleggiano sempre più sulle tese dei lavoratori italiani, per i quali le tutele contro gli abusi e le torsioni autoritarie sono sempre più deboli.

Novità fiscali 2015: certificazione unica e 730 precompilato

Sul fronte Fisco il Governo Renzi si è detto subito pronto a percorrere la strada delle semplificazioni fiscali, in un’ottica di una maggiore trasparenza e del Fisco amico.

E’ su questa scia che sono state messe a punto delle novità fiscali, al debutto nel 2015:

  • 730 precompilato;
  • Certificazione unica, il CU che sostituirà il CUD.

Il CdM ha approvato il DLgs sulle semplificazioni fiscali, che ora tornerà in Parlamento prima di passare ancora una volta al Governo per l’approvazione definitiva.

Tra le misure previste c’è appunto l’introduzione del 730 precompilato, che interesserà circa 30 milioni di italiani. Come funzionerà? L’Agenzia delle Entrate terrà conto delle informazioni:

  • dell’anagrafe tributaria;
  • di quelle trasmesse da terzi (banche o assicurazioni);
  • di quelle presenti nelle certificazioni dei sostituti d’imposta per la redazione del documento.

La nuova dichiarazione sarà inserita online dall’Agenzia delle Entrate entro il 15 aprile, momento dal quale i contribuenti dovranno accettarla o richiedere modifiche:

  • personalmente;
  • tramite sostituti d’imposta;
  • tramite CAF o professionisti.

Arriva la bozza del nuovo modello di Certificazione Unica 2015, che dal prossimo anno dovrà essere utilizzato dai sostituti d’imposta, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, che spiega che la Certificazione Unica:

“consentirà di far confluire in un unico documento tutti i redditi corrisposti nel 2014: non solo, quindi, quelli di lavoro dipendente e assimilati, ma anche quelli finora certificati in forma libera”.

Tra le novità nella nuova Certificazione unica

“trova spazio una sezione per gestire il bonus Irpef di 80 euro riconosciuto ai lavoratori dipendenti e ad alcune categorie assimilate”.

click sul link per la bozza

http://www.forexinfo.it/IMG/pdf/bozza_cu_2015_modello_26_09_2014_p.pdf

La nuova Certificazione Unica 2015, che manderà in pensione il CUD, dovrà essere trasmesse dai sostituti ai percettori, nonché all’Agenzia delle Entrate entro il 9 marzo 2015.

Sanzioni salate per chi non redige l’APE

La certificazione energetica nel nostro Paese entra in vigore nel 2005 con la pubblicazione del D.Lgs. 192/2005. In ordine di tempo, le ultime modifiche al decreto sono state apportate dal decreto legge 63/2013 che ha introdotto l’Attestato di Prestazione Energetica (APE) in luogo dell’Attestato di Certificazione Energetica (ACE).
L’Attestato di Prestazione Energetica è un documento obbligatorio nella locazione e vendita degli immobili

L’A.P.E. – L’A.P.E. (Attestato di Prestazione Energetica) è un documento che descrive le caratteristiche energetiche di un edificio o unità immobiliare, tiene conto di una serie di parametri, come ad esempio l’involucro, gli infissi, il generatore di calore ecc. che portano in definitiva all’elaborazione della classe energetica dell’edificio.
Esso si compone da una scala che va dalla lettera A+ (massima classe raggiungibile) alla lettera G (la più bassa classe raggiungibile), in cui la classe energetica viene determinata attraverso un’unità di misura che la normativa stabilisce in KWH/mq.

Chi lo redige – L’A.P.E. viene redatto da un tecnico abilitato, che può operare da solo (libero professionista) o in uno studio associato, avendo i requisiti stabiliti dal D.P.R. 75/2013.
In sede di redazione del certificato energetico il professionista dichiara l’assenza di conflitto di interessi, il non coinvolgimento con i produttori dei materiali utilizzati nella costruzione dell’edificio e che in ogni caso non deve essere né coniuge né parente fino al quarto grado con il committente.

Quando deve essere redatto – L’Attestato di Prestazione energetica ha l’obbligo di essere redatto nel caso di:
– Compravendita di immobili;
– Registrazione contratto di affitto o comodato d’uso (anche se va fatta una specifica, in quanto non c’è l’obbligo di allegare il certificato nel contratto, ma basta inserire nel contratto stesso una dichiarazione con la quale il conduttore ha ricevuto la documentazione comprensiva dell’Attestato, relativa all’A.P.E. D.Lgs. 192 del 19/08/2005 art. 6);
– Annunci di vendita o affitto di un’unità immobiliare;
– Al momento della fine lavori di una nuova costruzione (classe energetica non inferiore alla lettera C);
– Ristrutturazione importante;
– Edifici pubblici;
– Richiesta certificato di agibilità.

Le sanzioni – In assenza o mancata redazione dell’Attestato di Prestazione Energetica vengono determinate delle sanzioni che per il proprietario possono essere così suddivise:
– immobile venduto senza essere dotato di A.P.E., il venditore può incorrere in una sanzione che varia dagli € 3.000,00 agli € 18.000,00;
– immobile affittato senza essere dotato di A.P.E., il locatario può incorrere in una sanzione che varia dagli € 300,00 agli € 1.800,00;
– annuncio di un immobile da vendere o affittare, si incorre in una sanzione variabile dagli € 500,00 agli € 3.000,00.

La marca da bollo si acquista con “@e.bollo”

Massima semplicità per il pagamento dell’imposta di bollo dovuta sulle istanze trasmesse in via telematica alla Pubblica Amministrazione e sui relativi atti: con il Provvedimento del 19 settembre l’Agenzia delle Entrate dà il via al progetto per il pagamento on line, con carte di credito, debito o prepagate, della marca da bollo digitale.

Il nuovo servizio, denominato “@e.bollo”, è disponibile sui siti internet delle Amministrazioni che offrono servizi interattivi per l’acquisizione delle istanze a loro dirette, e sui siti degli intermediari, ovvero quei soggetti individuati tra quelli definiti ai sensi dell’art. 116 sexies del T.U. in materia bancaria e creditizia, convenzionati con l’Agenzia delle Entrate, che acquistano gli Identificativi univoci bollo digitale ed emettono le Marche da Bollo digitali.

Più precisamente, nel provvedimento in oggetto, che nasce dal comma 596 dell’unico articolo della legge di stabilità 2014, viene chiarito che il bollo digitale potrà essere assolto collegandosi direttamente al sito dell’Amministrazione interessata, autenticandosi se richiesto, oppure, nel caso in cui la Pubblica amministrazione non renda disponibile tale nuova modalità di pagamento attraverso il proprio sito istituzionale, rivolgendosi agli intermediari che saranno abilitati alla prestazione di tale servizio.

In nessun caso è ammesso il rimborso della marca da bollo digitale.

L’atto della Pubblica amministrazione – Potrebbe accadere che sia dovuto il pagamento del bollo su un atto o provvedimento prodotto dalla Pubblica Amministrazione a seguito di una istanza del cittadino.
In questo caso l’Amministrazione può consentire il pagamento dell’imposta di bollo tramite il servizio “@e.bollo”:
– contestualmente alla presentazione dell’istanza, qualora i servizi interattivi resi disponibili dall’Amministrazione prevedano l’immediato rilascio dell’atto e del provvedimento richiesto;
– a seguito di una comunicazione con la quale l’Amministrazione avvisa il contribuente della disponibilità dell’atto o del provvedimento e fornisce le istruzioni per il pagamento sul proprio sito;
– a seguito dell’invio di una comunicazione contenente in allegato il documento informatico nel caso in cui l’Amministrazione non disponga degli strumenti del pagamento sul proprio sito. In questo caso si rende necessario, per il contribuente, acquistare la marca da bollo digitale accedendo direttamente al servizio “@e.bollo” reso disponibile in rete dagli intermediari.

Adempimenti delle Amministrazioni
– Il servizio “@e.bollo” per crescere e diventare operativo avrà bisogno di alcuni mesi necessari al perfezionamento delle procedure informatiche, da parte sia delle Pubbliche amministrazioni sia degli intermediari, che avverrà in base alle linee guida elaborate dall’Agenzia delle Entrate e dall’Agenzia per l’Italia digitale.

Nel provvedimento si chiarisce infatti che, per facilitare gli adempimenti delle amministrazioni, sui siti delle Entrate e dell’Agenzia per l’Italia digitale sarà reso disponibile un software, con le relative specifiche tecniche, che le amministrazioni potranno collegare al proprio sistema di protocollazione.

Attraverso questo software le Amministrazioni potranno verificare, nel momento in cui ricevono un documento soggetto a bollo, la contestuale presenza del documento e della marca da bollo digitale, la correttezza formale di quest’ultima, e controllare che l’imposta sia stata assolta nella misura dovuta.

In caso di esito negativo dei controlli l’Amministrazione ne dà immediata comunicazione per via telematica al Contribuente, che provvederà, entro dieci giorni dalla trasmissione dell’istanza, alla rimozione di eventuali errori materiali commessi in sede di redazione dei documenti.
Qualora i termini in oggetto non siano rispettati, l’amministrazione provvederà ad inviare il documento all’agenzia delle Entrate per la sua regolarizzazione fiscal, con irrogazione delle sanzioni amministrative in materia di imposta bollo.

Tassa di successione

Ipotesi aumento, il governo non smentisce.

E’ scoppiata la bufera sulla Legge di Stabilità 2015, poco meno di un mese prima della sua presentazione. Ieri il Sole 24Ore ha diffuso per primo la notizia che allo studio del governo ci sarebbe anche l’aumento della tassa di successione e donazione. Attualmente lo Stato incassa circa 500 milioni dalla tassa di successione; l’obiettivo con la Legge di Stabilità 2015 sarebbe di arrivare a 1 miliardo.

Probabile aumento
Attualmente la tassa di successione italiana è tra le più leggere d’Europa, secondo le ultime disposizioni approvare al tempo del secondo governo Prodi. La tassa di successione attuale prevede una franchigia di un milione di euro, al di sotto della quale non vi è alcun prelievo. Il governo avrebbe intenzione di abbassare tale soglia da un milione a circa 200mila euro.

Oltre tale soglia, scattano i prelievi, con aliquote diverse a seconda del grado di parentela con il defunto o donatore.Ecco quanto peserà l’aumento:

  • dal 4% attuale, per i beni devoluti a favore del coniuge e dei parenti in linea retta al 5%,
  • dal 6%, per i beni devoluti a favore di fratelli e sorelle, degli altri parenti fino al quarto grado e degli affini in linea retta, (sopra i 100mila euro) all’8%,
  • dall’8%, per i beni devoluti a favore di altri soggetti al 10%.

La polemica e nessuna smentita
Il primo a parlare, appena si è diffusa la notizia dell’aumento della tassa di successione, è stato il Presidente della commissione Finanze della Camera Capezzone che, a nome di Forza Italia, ha dichiarato “È bene chiarire che si tratterebbe di una ulteriore mazzata sui contribuenti, dopo gli aumenti delle imposte sui risparmi e della tassa sulla casa. Mi auguro che il governo sia in condizione di diffondere una credibile e netta smentita”.

Ma all’appello di Capezzone dal governo non è arrivata alcuna riposta. Oggi l’esponente di Forza Italia parla tramite un’intervista su Il Tempo. “Finora – attacca Capezzone – nonostante la richiesta di una smentita del governo sul possibile aumento delle tasse di successione, da Palazzo Chigi e dal Tesoro non è arrivato nulla. È la prova evidente che l’indiscrezione sul rialzo delle aliquote è più che fondata. E che l’esecutivo Renzi bara: a parole vuole abbassare le imposte, di fatto le ha già aumentate sul risparmio, sulla casa e ora lo farà sulle eredità”.