Separazione

Con redditi uguali niente mantenimento per i figli.

Quando le disponibilità economiche dei genitori si equivalgono, non c’è assegno perequativo in favore dei figli, collocati da uno dei genitori.

Se, nonostante la separazione, i redditi dei due ex coniugi sono sostanzialmente uguali, colui presso il quale vengono collocati i figli non può accampare pretese sul mantenimento. In altre parole, in caso di guadagni quasi identici, non spetta l’assegno mensile. Resta salvo, tuttavia, l’obbligo dell’altro coniuge di contribuire, al 50%, alle spese straordinarie per i figli.

È questa l’interpretazione del Tribunale di Roma espressa con un recente decreto .

La vicenda

In tale calcolo, il giudice ha tenuto conto del fatto che entrambi i coniugi percepivano circa 2000 euro al mese su cui incideva la rata del mutuo. Ma mentre a lei era stata assegnata la casa familiare dove vivere insieme ai bambini, per lui si aprivano le difficoltà economiche derivanti dalla necessità di provvedere a un nuovo alloggio per sé stesso. Valutate, dunque, le due rispettive esigenze e la maggiore utilità, in termini economici e pratici, per la donna, derivante dalla disponibilità del tetto coniugale (di proprietà dell’ex), l’uomo è stato esonerato dal versare l’assegno.

Necessaria la proporzione tra spese e redditi

Giustamente il tribunale capitolino ricorda che il mantenimento “periodico” va disposto solo ove il giudice lo ritenga “necessario ed al fine di realizzare il principio di proporzionalità” tra i coniugi. L’assegnazione della casa, però, è già una forma di mantenimento in forma diretta. E, pertanto, se anche i redditi sono simili, proporzione vuole che non si debba corrispondere anche il mantenimento.

Resta che entrambi i genitori sono tenuti a sostenere al 50% ciascuno le spese straordinarie per i figli, tra loro previamente concordate.

Auto: stesso intestatario per patente e libretto? facciamo chiarezza.

Ecco chi rischia la multa da 705 euro.

Da qualche giorno si è diffusa la notizia, con toni sempre più allarmistici, secondo cui chiunque guidi l’auto di un altro proprietario rischia una multa di 705 euro e il ritiro della carta di circolazione. A meno di una settimana dall’entrata in vigore nelle norma, cerchiamo di fare chiarezza, spiegando chi dovrà aggiornare il libretto e, al contrario, i casi di familiari o dipendenti esentati.

La normativa
Le nuove regole, che entreranno in vigore dal 3 novembre, nascono dall’articolo 94, comma 4 bis del Codice della Strada e dall’articolo 247 bis del d.P.R numero 495 del 1992. In data 10 luglio 2014 il Ministero delle infrastrutture e la motorizzazione hanno diffuso una circolare per l’applicazione delle leggi sopra indicate. Ecco la circolare numero 1553 del 10 luglio 2014.

In pratica il regolamento prevede che coloro che utilizzano l’auto di un altro proprietario per un periodo di tempo superiore ai 30 giorni, debba essere inserito tra i nominativi riportati sulla carta di circolazione del veicolo. Per aggiornare i nominativi sul libretto di circolazione dell’auto è richiesto un versamento di 16 euro come imposta di bollo e di 9 euro per i diritti di motorizzazione.

Il nuovo regolamento entra in vigore dal 3 novembre, ma non ha potere retroattivo; riguarda sia le auto che le moto. Le sanzioni per i trasgressori sono fissate in un multa di 705 euro e il ritiro della carta di circolazione. Vediamo però chi ha l’obbligo di aggiornare la propria carta di circolazione.

Familiari
Dal 3 novembre 2014, arriveranno le prime multe per coloro che utilizzano abitualmente un veicolo di proprietà di terzi, ma non comunicano, presso la motorizzazione, la variazione, anche solo formale, del possesso del mezzo. Per i parenti però non è sempre obbligatorio l’aggiornamento del libretto di circolazione.

Sono esentati dall’obbligo di aggiornamento i componenti del nucleo familiare conviventi. Quindi, per esempio, l’obbligo di comunicazione non spetta al figlio che utilizzi anche abitualmente per un periodo superiore ai 30 giorno l’auto del padre, vivendo sotto lo stesso tetto; ma invece, spetta al figlio che non ha più la residenza presso i genitori. Per conviventi infatti, si intende coloro che hanno la residenza presso la stessa abitazione.

Altra precisazione è dovuta nei casi di auto ereditata da un parente defunto. In attesa del disbrigo delle formalità della successione, se l’erede utilizza il mezzo per più di 30 giorni sarà necessario procedere con una “intestazione temporanea” a nome dell’erede.

Società e dipendenti
Nel caso dei rapporti tra società, soci e dipendenti, la questione diventa più complessa. In generale il comodato d’uso dell’auto aziendale deve essere annotato nel libretto di circolazione; mentre non vale l’obbligo di aggiornamento per le altre forme di utilizzo. La circolare della motorizzazione precisa che si può parlare di comodato d’uso quando c’è un utilizzo “esclusivo e personale” e “a titolo gratuito” del mezzo.

Per questo motivo non scatta l’obbligo di aggiornamento del libretto di circolazione nei casi di auto aziendale in uso come fringe benefit o come mezzo di servizio, anche se solo parzialmente.

Come evitare il pignoramento della casa

Meglio l’usufrutto o il diritto di abitazione?

La costituzione di usufrutto, al fine di evitare l’aggressione dei creditori non è un ottimo rimedio, tenendo conto di cosa dice la legge in materia. Il diritto di usufrutto è infatti un diritto pignorabile e quindi esposto all’azione esecutiva di eventuali creditori. Essi possono dunque sottoporre l’immobile sul quale è stato costituito l’usufrutto, a pignoramento e successivamente alla vendita forzata, anche se la nuda proprietà spetti ad un soggetto estraneo al debito.

E’ decisamente meglio riservarsi il diritto di abitazione che invece non è pignorabile.
Esso ha natura diversa dall’usufrutto, in quanto diretto a soddisfare le esigenze abitative del titolare e della sua famiglia. La legge vieta la cessione o qualsiasi altra forma di trasferimento, ed esclude che il diritto di abitazione possa essere oggetto di ipoteca.
Ne consegue che il diritto di abitazione non possa essere oggetto di sequestro o di pignoramento.

Azione esecutive
Poichè il diritto di abitazione si ritiene impignorabile ad opera di terzi, il creditore del titolare del diritto, non potrà effettuarne l’ espropriazione forzata.

Azione revocatoria
I creditori del titolare del diritto di abitazione, entro cinque anni dal trasferimento dell’immobile ad un familiare, potranno intraprendere l’azione revocatoria al fine di provare che il debitore ha alienato il bene solo con l’intento di frodare i propri creditori. Qualora l’azione sia fondata renderebbe inefficace la cessione fatta ad esempio ad un figlio nei confronti dei creditori medesimi.

Costituzione del diritto di abitazione

Il diritto di abitazione può essere conseguito:

  • mortis causa dal coniuge superstite;
  • con provvedimento di assegnazione della casa coniugale, in caso di separazione o scioglimento del matrimonio;
  • mediante contratto soggetto a trascrizione. Tale diritto deve avere ad oggetto un immobile ad uso abitativo mentre è esclusa la costituzione del diritto di abitazione su un immobile destinato ad uso diverso.

Cosa accade se l’acquirente dell’immobile che ne ha acquisito la nuda proprietà ha dei creditori?
Nel momento in cui si aliena un immobile riservandosi il diritto di abitazione è opportuno verificare se il nuovo titolare del bene abbia o meno dei debiti; i creditori potrebbero infatti pignorare la nuda proprietà, iscrivere ipoteca sulla casa e avviare la procedura esecutiva con la messa all’asta dell’immobile.
Quando ai creditori del nudo proprietario può essere opposto l’atto di costituzione del diritto di abitazione debitamente trascritto? E’ certamente opponibile alla procedura esecutiva il diritto di abitazione trascritto nei registri immobiliari prima della trascrizione del pignoramento. In tal caso la vendita sarà gravata dal diritto di abitazione.

Il creditore ipotecario di un bene gravato da diritto di abitazione, potrà ottenere la vendita coattiva dell’immobile come libera da vincoli, solo se l’iscrizione dell’ipoteca è avvenuta prima della trascrizione del diritto di abitazione.

Conclusione di un contratto

Quando è richiesta la forma scritta?

Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio della libertà delle forme per la conclusione di un contratto. I contratti, in linea generale, possono risultare da dichiarazioni espresse o possono essere conclusi tacitamente, mediante cioè un comportamento che esclude in maniera univoca, una volontà diversa.
I primi, a loro volta, possono essere verbali o scritti. E’ sufficiente, affinchè il contratto sia valido e produttivo di effetti, che la volontà delle parti sia comunque manifestata.
A questa regola vi sono talune eccezioni.

Forma scritta
E’ richiesta la forma scritta per:

  • i contratti che trasferiscono la proprietà di beni immobili;
  • i contratti che trasferiscono su beni immobili dei diritti reali minori;
  • i contratti che costituiscono, modificano o trasferiscono dei diritti reali minori;
  • i contratti che costituiscono la comunione su beni immobili;
  • i contratti di locazione immobiliare stipulati per una durata superiore a 9 anni;
  • altri atti unilaterali o contratti espressamente indicati dalla legge.

Essi a pena di nullità devono essere conclusi per atto scritto.

La forma scritta richiesta può consistere in un atto pubblico o in una scrittura privata.

L’atto pubblico
L’atto pubblico è il documento redatto da notaio (o altro pubblico ufficiale autorizzato), che costituisce piena prova della volontà manifestata dalle parti fino a querela di falso.

La scrittura privata
La scrittura privata è il documento redatto e sottoscritto dalle parti, senza la partecipazione di pubblico ufficiale alla sua redazione.
Si precisa che la scrittura privata può essere anche autenticata da un notaio ma in questo caso il notaio si limita ad attestare che le parti hanno sottoscritto il documento in sua presenza e perciò che le firme sono autentiche.
Il requisito della forma scritta prescritta dalla legge, sotto pena di nullità, è soddisfatto anche dalla sola scrittura privata (anche se non autenticata).
Atto pubblico e autentificazione della scrittura privata costituiscono sempre mezzi di prova del contratto e servono ai fini dell’eventuale trascrizione del contratto nei registri immobiliari.

Forma solenne
Solo in alcuni eccezionali casi è necessariamente richiesto l’atto pubblico a pena di nullità e si parla di forma solenne.
E’ il caso di:

  • donazione;
  • contratto di società per azioni e società a responsabilità limitata;
  • atto costitutivo di un’associazione o fondazione;
  • atto costitutivo di una società cooperativa;
  • costituzione fondo patrimoniale.

L’obbligo risponde all’esigenza di richiamare l’attenzione delle parti sull’importanza dell’atto che si compie che richiede la predisposizione di un documento solenne idoneo a dare certezza all’atto. Si deroga al principio generale della semplicità della forma scritta.

In alcuni casi la legge richiede la forma scritta per la prova del contratto: così per il contratto di assicurazione o per il patto di non concorrenza tra imprenditori. in questi casi il contratto è valido anche se non redatto per iscritto ma la sua prova, se una delle parti ne contesti l’esistenza dovrà essere fornita solo con documento scritto e non potrà essere fornita ad esempio mediante testimoni.

Preliminare di vendita

Niente rogito in mancanza del certificato di abitabilità.

Cos’è il certificato di abitabilità?

Si tratta di un requisito essenziale del bene da vendere in quanto riguarda l’attitudine del bene stesso ad assolvere la sua funzione.
Esso rileva il rispetto delle normative, nazionali e locali, riguardanti le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati. Se non vengono attestate tali condizioni l’immobile non potrà essere abitato.

Che cos’è il contratto preliminare?

E’ il contratto con il quale le parti si obbligano a concludere un futuro contratto del quale predeterminano il contenuto.
Più nello specifico, con il preliminare di vendita, le parti non trasferiscono la proprietà ma si obbligano, l’una nei confronti dell’altra a vendere e a comprare. Il trasferimento della proprietà si avrà solo con il contratto definitivo.
Ai sensi di quanto disposto dal codice civile, qualora una delle due parti non adempia al preliminare, l’altra può rivolgersi al giudice ed ottenere, l’esecuzione forzata dell’obbligazione di contrattare, mediante sentenza che produca gli stessi effetti del contratto non concluso.

Che succede se l’immobile è privo del certificato di abitabilità?
Qualora l’immobile promesso in vendita sia privo dell’abitabilità viene meno l’obbligo di recarsi dal notaio per stipulare il contratto definitivo ai fini del passaggio dei proprietà. Si potranno così ottenere la restituzione dell’eventuale caparra confirmatoria versata alla stipula del preliminare.

Come ritenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 629 del 14/01/2014 il mancato rilascio del suddetto certificato da parte del promittente venditore costituisce inadempimento della parte contraente, a fronte del quale sarà legittimo il rifiuto da parte del futuro acquirente di recarsi davanti al notaio per il rogito.
La Corte poi precisa che l’inadempimento del venditore viene meno solo nel caso in cui sia avvenuto successivamente il rilascio del certificato. Il fatto che in un primo momento l’abitabilità non sia stata concessa non può essere utilizzato come scusa, dall’acquirente, per sottrarsi ai propri impegni.

L’aumento dell’IVA di 3,5 punti % e la clausola di salvaguardia

Restituire più degli 80 euro ricevuti in busta paga grazie a un meccanismo inserito nella legge di stabilità.   La notizia di ieri della conferma, da parte della Ragioneria di Stato, dell’aumento dell’IVA è rimbalzata sul web con la consueta velocità della luce (leggi “Confermato l’aumento IVA al 25,5%”). In pratica, la Ragioneria ha “bollinato” il testo del DdL di Stabilità ove è contenuta quella che, oggi, i nostri politici chiamano “clausola di salvaguardia”. Si tratta, in buona sostanza, di una previsione che scatta in automatico se non verranno raggiunti determinati obiettivi di bilancio e di spending review.   Ma cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta e quante probabilità ci sono che, una volta approvata la classica manovra di fine anno, scatti l’aumento IVA. Il tutto in un clima di allerta. Perché proprio ieri il disegno di legge di stabilità è arrivato alla Camera dei deputati. Nella serata il presidente Giorgio Napolitano ha firmato il Ddl e ne ha autorizzato la presentazione in Parlamento. Da oggi, dunque, avrà inizio ufficialmente la sessione di bilancio di fine 2014 con l’avvio dell’esame della Stabilità e del bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2015 e bilancio pluriennale per il triennio 2015-2017. Confermate, comunque, anche le clausole di salvaguardia sull’intera impostazione della manovra con l’aumento dell’Iva dal 2016 e delle accise per altri 700 milioni.   Cos’è una clausola di salvaguardia Un tempo si usava fare, dopo l’approvazione della cosiddetta Finanziaria, anche le manovre correttive, ossia la famigerata Finanziaria-bis, che però riscuoteva scarsissima popolarità tra gli elettori. Tenuto poi conto che i governi, in Italia, reggono spesso solo pochi mesi, la seconda manovra veniva scritta e approvata in un periodo di piena campagna elettorale, divenendo essa stessa inefficace.   Così, oggi, si ricorre alle “clausole di salvaguardia” che ipotecano, oggi per domani, i correttivi di bilancio, senza bisogno di tornare a scrivere una nuova legge di stabilità.   Purtroppo, al contrario di quanto alcuni commentatori hanno detto ieri, il Governo ha dimostrato in passato che, una volta inserita una clausola di salvaguardia, ad essa poi si fa puntualmente ricorso. Era stato così già per l’ultimo aumento dell’IVA, ma anche per la Tasi e per la mancata previsione di detrazioni fiscali. Dunque, la clausola di salvaguardia è un “se”, ma con un elevato grado di probabilità. Un aumento sconsiderato, che porterà un aumento generalizzato di prezzi, una contrazione della domanda e, soprattutto, costituirà un incentivo ulteriore all’evasione fiscale.   Dicevamo, nella legge di stabilità per il 2015 è inserita la clausola di salvaguardia che contiene già tre aumenti dell’IVA, a partiredal 2016 per finire al 2018: se mancheranno o non verranno raggiunti gli interventi programmati di spending review,scatterà dal 2016la l’aumento delle aliquote Iva del 10% (che arriverà al 13% del 2017) e del 22% (che, partendo da 24% a partire dal 2016, toccherà il 25,5% dal 2018). Aumenteranno anche (ma a queste ci siamo già abituati) le accise sui carburanti.   Peraltro, secondo le notizie dell’ultim’ora, a far presagire nulla di buono vi è la sostanziale bocciatura della legge di stabilità da parte dell’UE. In particolare, la Commissione europea ha bollato gli obiettivi della nostra legge di fine anno con queste due, per niente incoraggianti, parole: deviazione significativa. Il che, tradotto in chiaro, vuol dire che la partita tra Bruxelles (dove siamo al passaggio di consegne tra Manuel Barroso e Jean Claude Juncker alla guida della Commissione) e Roma si è appena aperta e che Matteo Renzi ha deciso di giocarla in attacco.

Ecco le 4 banche italiane a rischio secondo l’UE

Bocciatura impietosa per MPS e Carige; anche MPS e BPM tra quelle col cartellino rosso.

L’Unione Europea ha acceso i fari sulle banche dell’Eurozona per verificare il loro grado di solidità e affidabilità sul mercato.

Circa il 33% degli istituti di credito europei he non hanno superato il test dei bilanci – condotto dalla Banca Centrale Europea dallo scorso 31 dicembre – sono italiane. Delle 13 banche, infatti, bocciate da Francoforte, ben 4 sono italiane. Per loro, ora, si aprono le porte della vigilanza da parte della BCE a partire dal 4 novembre, oltre alla necessità di un aumento di capitale.

Si tratta di Monte Paschi di Siena, che dovrà raccogliere 2,11 miliardi di euro, Carige (810 milioni), BPM, Banca Popolare di Milano (170 milioni) e Banca Popolare di Vicenza (220 milioni).

La Bce ha passato al setaccio i conti di ben 130 banche dell’eurozona dallo scorso anno. Le voci di corridoio parlavano di 25 banche bocciate, di cui 9 italiane (le altre incluse nell’elenco, circolato stamane sui principali rotocalchi, erano  Veneto Banca, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare dell’Emilia-Romagna). Si sono però salvate “per il rotto della cuffia” grazie ad alcuni interventi approvati nel corso del 2104 con aumenti di capitale per 15 miliardi di euro, riportandolo sopra la soglia dell’8% dell’attivo ponderato per il rischio fissato dall’esercizio.

Insomma, una situazione non certo rosea neanche per quei soggetti – le banche, appunto – alla cui lobby molti imputano la rovina dell’Italia.

Tra le promosse ci sono invece Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mediobanca, Credem, Iccrea e Ubi.

La ragione per cui è scattata l’ammonizione sulle italiane è banale: l’analisi della Bce si basa infatti sull’analisi dei bilanci al 31 dicembre 2013, quando ancora molti istituti, soprattutto di natura popolare, non avevano varato l’ondata di aumenti di capitale (oltre 10 miliardi di euro) con cui hanno rafforzato i loro patrimoni.

Smentita sulle pensioni pagate il 10 di ogni mese

Solo per chi ha il doppio assegno.

La Ragioneria ha bollinato ieri sera il Ddl sulla cosiddetta Legge di stabilità licenziato dal Consiglio dei ministri il 15 ottobre. Nel testo figurano poche novità, dalla ridefinizione del nuovo Isee al chiarimento del Mef sullo slittamento del pagamento dell’assegno di pensione. In particolare, quest’ultima questione aveva tenuto banco negli scorsi giorni, tra le proteste dei sindacati e dei pensionati; alla fine, però, come spesso succede in questi casi, tutto si è risolto in una bolla di sapone. Come infatti ieri ha confermato l’Inps in un messaggio, e come si legge nel testo della stessa Ragioneria,il differimento al 10 di ogni mese riguarderà unicamente gli 800mila anziani titolari di due pensioni: Inps e Inpdap. Dunque, la novità non riguarda tutti i pensionati, ma una strettissima minoranza. Pericolo scampato.

Resta però il problema dell’aumento dell’IVA come da noi anticipato qualche giorno fa. Infatti, nel testo definitivo viene prevista la cosiddetta “clausola di salvaguardia IVA”: saranno aumentate le aliquote dell’Iva che, attualmente sono al 10% e al 22% a partire dal 2016 e dal 2018. Il picco massimo verrà raggiunto tra 4 anni con un’aliquota del 25,5%. Ma già tra un anno ci potrebbe essere il primo aumento di ben 2 punti percentuali (dal 22 al 24%).

Ecco le altre novità contenute nel testo “bollinato” ieri dalla Ragioneria.

ISEE: Conti correnti nel calcolo

Cambia il calcolo dell’Isee, che terrà conto anche delle giacenze annue di depositi e conti correnti bancari e postali. Cambia dunque in corsa il nuovo indicatore della situazione economica equivalente che dal 1° gennaio prenderà il posto del vecchio sistema datato 1998.

BONUS BEBÈ: Assegno da 960 euro annui

Bonus bebè da 960 euro annui, erogato con cadenza mensile, a decorrere dal mese di nascita (o di adozione) fino al terzo anno d’età (o d’ingresso nel nucleo familiare). A condizione che il reddito dei genitori non superi complessivamente i 90mila euro.

IRAP: Aliquota al 3,9% nel 2014

Confermato il taglio dell’Irap con il ripristino retroattivo dell’aliquota al 3,9% (dal 3,5%) dal 1° gennaio 2014, mentre dal 2015 scatterà la deduzione, dalla base imponibile dell’imposta, del costo del lavoro per i soli contratti a tempo indeterminato.

DECONTRIBUZIONE: Esonero fino a 8.060 euro

Sgravio contributivo per tre anni sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato effettuate nell’arco del 2015. I datori di lavoro sono esonerati dal pagamento di un importo massimo di 8.060 euro su base annua (i contributi saranno versati dallo Stato).

GIOCHI: Aumento Preu da aprile 2015

Aumento del Preu (prelievo unico) sulle new slot dal 1° aprile 2015 (e non più dal 1° gennaio). Per contrastare il gioco illegale sanzione di 1.500 euro al giorno per le new slot scollegate dal sistema centralizzato, e lo stesso vale per i “totem” per i giochi on line.

PATENT BOX Sconto fiscale sui brevetti

Nel testo “bollinato” della legge di stabilità anche la defiscalizzazione dei redditi da brevetti. L’esclusione dal reddito complessivo imponibile è del 30% nel primo periodo di imposta (2015), del 40% nel secondo e del 50% nei successivi tre.

ISTRUZIONE: Restano i commissari esterni

Marcia indietro del governo sulle modifiche alle commissioni per l’esame di maturità. È saltata la norma che imponeva, da giugno 2015, 6 commissari tutti interni, tranne il presidente. Si rimarrà alle norme attuali: 3 commissari interni, 3 esterni.

L’aumento della bolletta va preannunciato all’utente.

Consumatori: le fatture di luce e gas possono essere illegittime ai sensi delle direttive comunitarie che impongono un alto livello di tutela sulla trasparenza delle condizioni generali di contratto; l’utente deve poter recedere o comunque contestare la revisione della tariffa.

Sarà forse la fine degli aumenti “a sorpresa” delle bollette di luce e gas, preannunciati solo da qualche trafiletto sui giornali o dall’immancabile servizio al TG. La Corte di Giustizia europea, C. Giust. UE cause riunite C-359/11 e C-400/11 del 23.10.2014, è appena scesa in campo in favore dei consumatori, stabilendo un principio di tutela del mercato e della trasparenza che non ha precedenti, almeno nel campo delle bollette delle utenze: la compagnia deve preannunciare all’utente l’incremento delle tariffe; ma non solo: l’incremento deve essere motivato. Ossia vanno date compiute spiegazioni al consumatore sulle ragioni per cui, da quel momento, pagherà di più. Non basta quindi dire “il gas aumenterà di tot…”; andrà anche data una spiegazione. E il consumatore ha diritto a recedere dal contratto di utenza o comunque di contestare la revisione.

Obbligo di comunicazione

Le direttive comunitarie, Direttive UE “energia elettrica” 2003/54 e “gas” 2003/55, non consentono che le leggi degli Stati membri (come quella tedesca), che determinano il contenuto dei contratti di fornitura dell’energia elettrica e del gas e consentono ai fornitori di modificare la tariffa, non garantiscano nello stesso tempo il diritto dei consumatori ad essere informati in tempo utile dei motivi, delle condizioni e della portata del rincaro.

I principi comunitari – osservano i giudici di Lussemburgo – obbligano gli Stati membri a garantire un elevato livello di tutela dei consumatori riguardo alla trasparenza delle condizioni generali di contratto”. Oltre a ciò spetta sempre il diritto di recedere dal contratto in caso di revisione di prezzo, oltre che di contestare la modifica della tariffa applicata alla fornitura.

Guida alla Garanzia Giovani

Dopo averne sentito parlare per mesi, Garanzia Giovani diventa finalmente un progetto operativo. Dopo la pubblicazione sul sito del Ministero del lavoro del decreto 8 agosto 2014 il 2 ottobre, è intervenuta l’INPS il 3 ottobre con il messaggio n. 6789 circa:

  • l’indennità di tirocinio nell’ambito del Piano Italiano di attuazione della cosiddetta “Garanzia Giovani”;
  • la gestione dell’erogazione dell’indennità da parte dell’INPS per conto delle Regioni e delle Province autonome convenzionate.

Al fine di usufruire del bonus assunzioni previsto da Garanzia Giovani è necessario che l’azienda proceda all’assunzione (nei termini indicati dall’art. 4 del decreto suddetto), dal 3 ottobre 2014 al 30 giugno 2017, di un giovane NEET, che ha aderito al programma e ha già sostenuto un primo colloquio di orientamento presso Servizi per l’impiego o Enti accreditati.

Cosa prevede Garanzia Giovani? Ecco una breve guida.

I destinatari

Sono ammessi a Garanzia Giovani:

  • giovani di età compresa tra i 16 e i 29 anni;
  • che abbiano assolto al diritto/dovere all’istruzione e formazione, se minorenni;
  • non occupati, né inseriti in un percorso di studio o formazione.

Tipologie contrattuali incentivate

L’incentivo è conferito alle aziende che assumono giovani, appartenenti alla suddetta categoria, con una delle seguenti tipologie di contratto:

  • contratto a tempo indeterminato, anche a scopo di somministrazione;
  • contratto a tempo determinato, anche a scopo di somministrazione, la cui durata, sia inizialmente prevista per un periodo pari o superiore a 6 mesi;
  • contratto a tempo parziale con orario pari o superiore al 60% dell’orario normale di lavoro;
  • contratto di lavoro subordinato per il socio lavoratore di cooperativa.

Il bonus assunzione è invece escluso con:

  • contratto di apprendistato;
  • lavoro domestico;
  • lavoro intermittente (ripartito e accessorio);
  • contratto di somministrazione qualora l’agenzia per il lavoro usufruisca di assunzioni nell’ambito di programmi a finanziamento pubblico.

Modalità di fruizione dell’incentivo

L’incentivo, concesso dall’INPS nei limiti delle risorse di pertinenza della Regione o Provincia Autonoma nel cui territorio il giovane è impiegato, è fruibile come segue:

  • per i contratti a tempo determinato, di durata inferiore a 12 mesi, l’incentivo è fruibile in 6 quote mensili di pari importo;
  • per i contratti a tempo determinato, di durata pari o superiore a 12 mesi, e per i contratti a tempo indeterminato, l’incentivo è fruibile in 12 quote mensili di pari importo.

Nel caso di cessazione anticipata del rapporto di lavoro, l’incentivo è proporzionato alla durata dello stesso.

Procedura di attivazione

Il datore per fruire del beneficio deve inoltrare un’istanza telematica all’INPS, che a sua volta dovrà:

  • determinare la misura dell’incentivo, in base alla profilazione del candidato;
  • verificare la disponibilità residua delle risorse.

Entro 7 giorni dalla ricezione della comunicazione dell’INPS, il datore di lavoro dovrà procedere all’assunzione ed entro i successivi 14 giorni dovrà comunicarlo all’INPS.

Limiti di spesa e misura dell’incentivo

Come indicato dagli allegati al decreto, vi riportiamo:

  • gli importi relativi ai limiti di spesa per regione/provincia autonoma
Regione Limite di spesa (euro) Tipologia di contratto incentivato
Abruzzo 4.000.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Basilicata 627.180,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Calabria 10.790.413,26 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Emilia – Romagna 7.417.948,40 Contratti a tempo indeterminato, anche a scopo di somministrazione
Friuli – Venezia Giulia 2.500.000,00 Contratti a tempo indeterminato, anche a scopo di somministrazione
Lazio 35.700.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Liguria 2.779.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Lombardia 52.393.780,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Marche 3.200.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Molise 200.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Prov. Autonoma Trento 783.500,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Puglia 28.454.459,00 Contratti a tempo indeterminato, anche a scopo di somministrazione
Sardegna 12.209.063,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Sicilia 10.000.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Toscana 9.000.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Umbria 3.700.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
Veneto 5.000.000,00 Tutte le tipologie di contratto indicate nel decreto
TOTALE 188.755.343,66
  • gli importi relativi alla misura dell’incentivo (in funzione del tipo di assunzione e della classe di profilazione del giovane: bassa, media, alta, molto alta)
Bassa Media Alta Molto Alta
Assunzione a tempo determinato (anche a scopo dì somministrazione) di durata superiore o uguale a 6 mesi € 1.500 € 2.000
Assunzione a tempo determinato (anche a scopo di somministrazione) di durata superiore o uguale a 12 mesi € 3.000 € 4.000
Assunzione a tempo indeterminato (anche a scopo di somministrazione) € 1.500 € 3.000 € 4.500 € 6.000

Per ulteriori informazioni si rimanda al decreto e/o alla circolare INPS citati.

Facendo seguito al messaggio n. 6789 del 3 settembre scorso, tramite il quale è stato comunicato l’invito del Ministero del Lavoro alle regioni di esplicitare la loro volontà di avvalersi del servizio di pagamento dell’indennità di tirocinio da parte della stessa INPS, l’Istituto dà ora informazioni alle regioni informazioni più operative, come l’iter di stipula della Convenzione.

Le regioni interessate sono 19: Lazio, Puglia, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Campania, Valle D’Aosta, Piemonte, Marche, Basilicata, Liguria, Umbria, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo, Sicilia, Lombardia, Sardegna e Molise.

L’iter si articola in 3 fasi:

  • le Regioni inviano al Ministero del Lavoro (DGPOFDIVIII@lavoro.gov.it) tramite la posta elettronica la convenzione;
  • il Ministero invia alla Regione e alla Direzione Regionale dell’INPS il testo, dopo averlo verificato, per l’apposizione della firma digitale di entrambi i predetti rappresentanti;
  • il Ministero, una volta in possesso della Convenzione sottoscritta dalle parti suddette, la sottoscrive, momento dal quale la Convenzione si intenderà perfezionata e sarà trasmessa alla Regione, alla Direzione Regionale dell’INPS ed alla Direzione centrale Prestazioni a Sostegno del Reddito.

Come verrà erogata l’indennità?

Ogni regione riceverà una determinata somma dal Ministero per il Piano di attuazione della Garanzia. L’indennità di tirocinio sarà erogata dall’INPS per conto della regione, nei limiti della disponibilità finanziaria concessa.

Il Ministero del Lavoro tratterrà l’importo individuato dalla Regione per l’indennità di tirocinio e lo verserà anticipatamente all’INPS.

Le regioni dovranno inviare all’INPS, tramite il Sistema Informativo Percettori, attraverso il link “Invio richieste di pagamento indennità/ sussidi”, mensilmente o
con altra periodicità dalle stesse stabilita, tutti i dati necessari per il pagamento
dell’indennità di tirocinio tramite un apposito file xml.

Per ogni beneficiario la regione dovrà indicare:

  • dati anagrafici;
  • modalità di pagamento richieste;
  • periodo di riferimento;
  • importo lordo complessivo da erogare a titolo di indennità di tirocinio per detto periodo.

Il calcolo dell’indennità di tirocinio sarà eseguito dalla regione, che dovrà indicare solo l’importo lordo spettante al beneficiario e non l’importo orario e le ore svolte.

A seconda dall’opzione scelta dal tirocinante, il pagamento dell’indennità può avvenire:

  • tramite accredito su c/c bancario o postale, provvisto di relativo IBAN, indicato dal tirocinante;
  • tramite bonifico cd. “domiciliato”, a mezzo Ufficio postale (competente in base alla residenza/domicilio, individuato tramite il codice di avviamento postale indicato dal tirocinante), che provvederà ad inviare al tirocinante una comunicazione per incassare l’importo spettante.

Una volta eseguiti i pagamenti, le Sedi regionali, su richiesta delle regioni, dovranno attestare gli importi complessivamente posti in pagamento nei perio