Separazione

Con redditi uguali niente mantenimento per i figli.

Quando le disponibilità economiche dei genitori si equivalgono, non c’è assegno perequativo in favore dei figli, collocati da uno dei genitori.

Se, nonostante la separazione, i redditi dei due ex coniugi sono sostanzialmente uguali, colui presso il quale vengono collocati i figli non può accampare pretese sul mantenimento. In altre parole, in caso di guadagni quasi identici, non spetta l’assegno mensile. Resta salvo, tuttavia, l’obbligo dell’altro coniuge di contribuire, al 50%, alle spese straordinarie per i figli.

È questa l’interpretazione del Tribunale di Roma espressa con un recente decreto .

La vicenda

In tale calcolo, il giudice ha tenuto conto del fatto che entrambi i coniugi percepivano circa 2000 euro al mese su cui incideva la rata del mutuo. Ma mentre a lei era stata assegnata la casa familiare dove vivere insieme ai bambini, per lui si aprivano le difficoltà economiche derivanti dalla necessità di provvedere a un nuovo alloggio per sé stesso. Valutate, dunque, le due rispettive esigenze e la maggiore utilità, in termini economici e pratici, per la donna, derivante dalla disponibilità del tetto coniugale (di proprietà dell’ex), l’uomo è stato esonerato dal versare l’assegno.

Necessaria la proporzione tra spese e redditi

Giustamente il tribunale capitolino ricorda che il mantenimento “periodico” va disposto solo ove il giudice lo ritenga “necessario ed al fine di realizzare il principio di proporzionalità” tra i coniugi. L’assegnazione della casa, però, è già una forma di mantenimento in forma diretta. E, pertanto, se anche i redditi sono simili, proporzione vuole che non si debba corrispondere anche il mantenimento.

Resta che entrambi i genitori sono tenuti a sostenere al 50% ciascuno le spese straordinarie per i figli, tra loro previamente concordate.

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Auto: stesso intestatario per patente e libretto? facciamo chiarezza.

Ecco chi rischia la multa da 705 euro.

Da qualche giorno si è diffusa la notizia, con toni sempre più allarmistici, secondo cui chiunque guidi l’auto di un altro proprietario rischia una multa di 705 euro e il ritiro della carta di circolazione. A meno di una settimana dall’entrata in vigore nelle norma, cerchiamo di fare chiarezza, spiegando chi dovrà aggiornare il libretto e, al contrario, i casi di familiari o dipendenti esentati.

La normativa
Le nuove regole, che entreranno in vigore dal 3 novembre, nascono dall’articolo 94, comma 4 bis del Codice della Strada e dall’articolo 247 bis del d.P.R numero 495 del 1992. In data 10 luglio 2014 il Ministero delle infrastrutture e la motorizzazione hanno diffuso una circolare per l’applicazione delle leggi sopra indicate. Ecco la circolare numero 1553 del 10 luglio 2014.

In pratica il regolamento prevede che coloro che utilizzano l’auto di un altro proprietario per un periodo di tempo superiore ai 30 giorni, debba essere inserito tra i nominativi riportati sulla carta di circolazione del veicolo. Per aggiornare i nominativi sul libretto di circolazione dell’auto è richiesto un versamento di 16 euro come imposta di bollo e di 9 euro per i diritti di motorizzazione.

Il nuovo regolamento entra in vigore dal 3 novembre, ma non ha potere retroattivo; riguarda sia le auto che le moto. Le sanzioni per i trasgressori sono fissate in un multa di 705 euro e il ritiro della carta di circolazione. Vediamo però chi ha l’obbligo di aggiornare la propria carta di circolazione.

Familiari
Dal 3 novembre 2014, arriveranno le prime multe per coloro che utilizzano abitualmente un veicolo di proprietà di terzi, ma non comunicano, presso la motorizzazione, la variazione, anche solo formale, del possesso del mezzo. Per i parenti però non è sempre obbligatorio l’aggiornamento del libretto di circolazione.

Sono esentati dall’obbligo di aggiornamento i componenti del nucleo familiare conviventi. Quindi, per esempio, l’obbligo di comunicazione non spetta al figlio che utilizzi anche abitualmente per un periodo superiore ai 30 giorno l’auto del padre, vivendo sotto lo stesso tetto; ma invece, spetta al figlio che non ha più la residenza presso i genitori. Per conviventi infatti, si intende coloro che hanno la residenza presso la stessa abitazione.

Altra precisazione è dovuta nei casi di auto ereditata da un parente defunto. In attesa del disbrigo delle formalità della successione, se l’erede utilizza il mezzo per più di 30 giorni sarà necessario procedere con una “intestazione temporanea” a nome dell’erede.

Società e dipendenti
Nel caso dei rapporti tra società, soci e dipendenti, la questione diventa più complessa. In generale il comodato d’uso dell’auto aziendale deve essere annotato nel libretto di circolazione; mentre non vale l’obbligo di aggiornamento per le altre forme di utilizzo. La circolare della motorizzazione precisa che si può parlare di comodato d’uso quando c’è un utilizzo “esclusivo e personale” e “a titolo gratuito” del mezzo.

Per questo motivo non scatta l’obbligo di aggiornamento del libretto di circolazione nei casi di auto aziendale in uso come fringe benefit o come mezzo di servizio, anche se solo parzialmente.

Come evitare il pignoramento della casa

Meglio l’usufrutto o il diritto di abitazione?

La costituzione di usufrutto, al fine di evitare l’aggressione dei creditori non è un ottimo rimedio, tenendo conto di cosa dice la legge in materia. Il diritto di usufrutto è infatti un diritto pignorabile e quindi esposto all’azione esecutiva di eventuali creditori. Essi possono dunque sottoporre l’immobile sul quale è stato costituito l’usufrutto, a pignoramento e successivamente alla vendita forzata, anche se la nuda proprietà spetti ad un soggetto estraneo al debito.

E’ decisamente meglio riservarsi il diritto di abitazione che invece non è pignorabile.
Esso ha natura diversa dall’usufrutto, in quanto diretto a soddisfare le esigenze abitative del titolare e della sua famiglia. La legge vieta la cessione o qualsiasi altra forma di trasferimento, ed esclude che il diritto di abitazione possa essere oggetto di ipoteca.
Ne consegue che il diritto di abitazione non possa essere oggetto di sequestro o di pignoramento.

Azione esecutive
Poichè il diritto di abitazione si ritiene impignorabile ad opera di terzi, il creditore del titolare del diritto, non potrà effettuarne l’ espropriazione forzata.

Azione revocatoria
I creditori del titolare del diritto di abitazione, entro cinque anni dal trasferimento dell’immobile ad un familiare, potranno intraprendere l’azione revocatoria al fine di provare che il debitore ha alienato il bene solo con l’intento di frodare i propri creditori. Qualora l’azione sia fondata renderebbe inefficace la cessione fatta ad esempio ad un figlio nei confronti dei creditori medesimi.

Costituzione del diritto di abitazione

Il diritto di abitazione può essere conseguito:

  • mortis causa dal coniuge superstite;
  • con provvedimento di assegnazione della casa coniugale, in caso di separazione o scioglimento del matrimonio;
  • mediante contratto soggetto a trascrizione. Tale diritto deve avere ad oggetto un immobile ad uso abitativo mentre è esclusa la costituzione del diritto di abitazione su un immobile destinato ad uso diverso.

Cosa accade se l’acquirente dell’immobile che ne ha acquisito la nuda proprietà ha dei creditori?
Nel momento in cui si aliena un immobile riservandosi il diritto di abitazione è opportuno verificare se il nuovo titolare del bene abbia o meno dei debiti; i creditori potrebbero infatti pignorare la nuda proprietà, iscrivere ipoteca sulla casa e avviare la procedura esecutiva con la messa all’asta dell’immobile.
Quando ai creditori del nudo proprietario può essere opposto l’atto di costituzione del diritto di abitazione debitamente trascritto? E’ certamente opponibile alla procedura esecutiva il diritto di abitazione trascritto nei registri immobiliari prima della trascrizione del pignoramento. In tal caso la vendita sarà gravata dal diritto di abitazione.

Il creditore ipotecario di un bene gravato da diritto di abitazione, potrà ottenere la vendita coattiva dell’immobile come libera da vincoli, solo se l’iscrizione dell’ipoteca è avvenuta prima della trascrizione del diritto di abitazione.

Conclusione di un contratto

Quando è richiesta la forma scritta?

Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio della libertà delle forme per la conclusione di un contratto. I contratti, in linea generale, possono risultare da dichiarazioni espresse o possono essere conclusi tacitamente, mediante cioè un comportamento che esclude in maniera univoca, una volontà diversa.
I primi, a loro volta, possono essere verbali o scritti. E’ sufficiente, affinchè il contratto sia valido e produttivo di effetti, che la volontà delle parti sia comunque manifestata.
A questa regola vi sono talune eccezioni.

Forma scritta
E’ richiesta la forma scritta per:

  • i contratti che trasferiscono la proprietà di beni immobili;
  • i contratti che trasferiscono su beni immobili dei diritti reali minori;
  • i contratti che costituiscono, modificano o trasferiscono dei diritti reali minori;
  • i contratti che costituiscono la comunione su beni immobili;
  • i contratti di locazione immobiliare stipulati per una durata superiore a 9 anni;
  • altri atti unilaterali o contratti espressamente indicati dalla legge.

Essi a pena di nullità devono essere conclusi per atto scritto.

La forma scritta richiesta può consistere in un atto pubblico o in una scrittura privata.

L’atto pubblico
L’atto pubblico è il documento redatto da notaio (o altro pubblico ufficiale autorizzato), che costituisce piena prova della volontà manifestata dalle parti fino a querela di falso.

La scrittura privata
La scrittura privata è il documento redatto e sottoscritto dalle parti, senza la partecipazione di pubblico ufficiale alla sua redazione.
Si precisa che la scrittura privata può essere anche autenticata da un notaio ma in questo caso il notaio si limita ad attestare che le parti hanno sottoscritto il documento in sua presenza e perciò che le firme sono autentiche.
Il requisito della forma scritta prescritta dalla legge, sotto pena di nullità, è soddisfatto anche dalla sola scrittura privata (anche se non autenticata).
Atto pubblico e autentificazione della scrittura privata costituiscono sempre mezzi di prova del contratto e servono ai fini dell’eventuale trascrizione del contratto nei registri immobiliari.

Forma solenne
Solo in alcuni eccezionali casi è necessariamente richiesto l’atto pubblico a pena di nullità e si parla di forma solenne.
E’ il caso di:

  • donazione;
  • contratto di società per azioni e società a responsabilità limitata;
  • atto costitutivo di un’associazione o fondazione;
  • atto costitutivo di una società cooperativa;
  • costituzione fondo patrimoniale.

L’obbligo risponde all’esigenza di richiamare l’attenzione delle parti sull’importanza dell’atto che si compie che richiede la predisposizione di un documento solenne idoneo a dare certezza all’atto. Si deroga al principio generale della semplicità della forma scritta.

In alcuni casi la legge richiede la forma scritta per la prova del contratto: così per il contratto di assicurazione o per il patto di non concorrenza tra imprenditori. in questi casi il contratto è valido anche se non redatto per iscritto ma la sua prova, se una delle parti ne contesti l’esistenza dovrà essere fornita solo con documento scritto e non potrà essere fornita ad esempio mediante testimoni.

Preliminare di vendita

Niente rogito in mancanza del certificato di abitabilità.

Cos’è il certificato di abitabilità?

Si tratta di un requisito essenziale del bene da vendere in quanto riguarda l’attitudine del bene stesso ad assolvere la sua funzione.
Esso rileva il rispetto delle normative, nazionali e locali, riguardanti le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati. Se non vengono attestate tali condizioni l’immobile non potrà essere abitato.

Che cos’è il contratto preliminare?

E’ il contratto con il quale le parti si obbligano a concludere un futuro contratto del quale predeterminano il contenuto.
Più nello specifico, con il preliminare di vendita, le parti non trasferiscono la proprietà ma si obbligano, l’una nei confronti dell’altra a vendere e a comprare. Il trasferimento della proprietà si avrà solo con il contratto definitivo.
Ai sensi di quanto disposto dal codice civile, qualora una delle due parti non adempia al preliminare, l’altra può rivolgersi al giudice ed ottenere, l’esecuzione forzata dell’obbligazione di contrattare, mediante sentenza che produca gli stessi effetti del contratto non concluso.

Che succede se l’immobile è privo del certificato di abitabilità?
Qualora l’immobile promesso in vendita sia privo dell’abitabilità viene meno l’obbligo di recarsi dal notaio per stipulare il contratto definitivo ai fini del passaggio dei proprietà. Si potranno così ottenere la restituzione dell’eventuale caparra confirmatoria versata alla stipula del preliminare.

Come ritenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 629 del 14/01/2014 il mancato rilascio del suddetto certificato da parte del promittente venditore costituisce inadempimento della parte contraente, a fronte del quale sarà legittimo il rifiuto da parte del futuro acquirente di recarsi davanti al notaio per il rogito.
La Corte poi precisa che l’inadempimento del venditore viene meno solo nel caso in cui sia avvenuto successivamente il rilascio del certificato. Il fatto che in un primo momento l’abitabilità non sia stata concessa non può essere utilizzato come scusa, dall’acquirente, per sottrarsi ai propri impegni.

L’aumento dell’IVA di 3,5 punti % e la clausola di salvaguardia

Restituire più degli 80 euro ricevuti in busta paga grazie a un meccanismo inserito nella legge di stabilità.   La notizia di ieri della conferma, da parte della Ragioneria di Stato, dell’aumento dell’IVA è rimbalzata sul web con la consueta velocità della luce (leggi “Confermato l’aumento IVA al 25,5%”). In pratica, la Ragioneria ha “bollinato” il testo del DdL di Stabilità ove è contenuta quella che, oggi, i nostri politici chiamano “clausola di salvaguardia”. Si tratta, in buona sostanza, di una previsione che scatta in automatico se non verranno raggiunti determinati obiettivi di bilancio e di spending review.   Ma cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta e quante probabilità ci sono che, una volta approvata la classica manovra di fine anno, scatti l’aumento IVA. Il tutto in un clima di allerta. Perché proprio ieri il disegno di legge di stabilità è arrivato alla Camera dei deputati. Nella serata il presidente Giorgio Napolitano ha firmato il Ddl e ne ha autorizzato la presentazione in Parlamento. Da oggi, dunque, avrà inizio ufficialmente la sessione di bilancio di fine 2014 con l’avvio dell’esame della Stabilità e del bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2015 e bilancio pluriennale per il triennio 2015-2017. Confermate, comunque, anche le clausole di salvaguardia sull’intera impostazione della manovra con l’aumento dell’Iva dal 2016 e delle accise per altri 700 milioni.   Cos’è una clausola di salvaguardia Un tempo si usava fare, dopo l’approvazione della cosiddetta Finanziaria, anche le manovre correttive, ossia la famigerata Finanziaria-bis, che però riscuoteva scarsissima popolarità tra gli elettori. Tenuto poi conto che i governi, in Italia, reggono spesso solo pochi mesi, la seconda manovra veniva scritta e approvata in un periodo di piena campagna elettorale, divenendo essa stessa inefficace.   Così, oggi, si ricorre alle “clausole di salvaguardia” che ipotecano, oggi per domani, i correttivi di bilancio, senza bisogno di tornare a scrivere una nuova legge di stabilità.   Purtroppo, al contrario di quanto alcuni commentatori hanno detto ieri, il Governo ha dimostrato in passato che, una volta inserita una clausola di salvaguardia, ad essa poi si fa puntualmente ricorso. Era stato così già per l’ultimo aumento dell’IVA, ma anche per la Tasi e per la mancata previsione di detrazioni fiscali. Dunque, la clausola di salvaguardia è un “se”, ma con un elevato grado di probabilità. Un aumento sconsiderato, che porterà un aumento generalizzato di prezzi, una contrazione della domanda e, soprattutto, costituirà un incentivo ulteriore all’evasione fiscale.   Dicevamo, nella legge di stabilità per il 2015 è inserita la clausola di salvaguardia che contiene già tre aumenti dell’IVA, a partiredal 2016 per finire al 2018: se mancheranno o non verranno raggiunti gli interventi programmati di spending review,scatterà dal 2016la l’aumento delle aliquote Iva del 10% (che arriverà al 13% del 2017) e del 22% (che, partendo da 24% a partire dal 2016, toccherà il 25,5% dal 2018). Aumenteranno anche (ma a queste ci siamo già abituati) le accise sui carburanti.   Peraltro, secondo le notizie dell’ultim’ora, a far presagire nulla di buono vi è la sostanziale bocciatura della legge di stabilità da parte dell’UE. In particolare, la Commissione europea ha bollato gli obiettivi della nostra legge di fine anno con queste due, per niente incoraggianti, parole: deviazione significativa. Il che, tradotto in chiaro, vuol dire che la partita tra Bruxelles (dove siamo al passaggio di consegne tra Manuel Barroso e Jean Claude Juncker alla guida della Commissione) e Roma si è appena aperta e che Matteo Renzi ha deciso di giocarla in attacco.

Ecco le 4 banche italiane a rischio secondo l’UE

Bocciatura impietosa per MPS e Carige; anche MPS e BPM tra quelle col cartellino rosso.

L’Unione Europea ha acceso i fari sulle banche dell’Eurozona per verificare il loro grado di solidità e affidabilità sul mercato.

Circa il 33% degli istituti di credito europei he non hanno superato il test dei bilanci – condotto dalla Banca Centrale Europea dallo scorso 31 dicembre – sono italiane. Delle 13 banche, infatti, bocciate da Francoforte, ben 4 sono italiane. Per loro, ora, si aprono le porte della vigilanza da parte della BCE a partire dal 4 novembre, oltre alla necessità di un aumento di capitale.

Si tratta di Monte Paschi di Siena, che dovrà raccogliere 2,11 miliardi di euro, Carige (810 milioni), BPM, Banca Popolare di Milano (170 milioni) e Banca Popolare di Vicenza (220 milioni).

La Bce ha passato al setaccio i conti di ben 130 banche dell’eurozona dallo scorso anno. Le voci di corridoio parlavano di 25 banche bocciate, di cui 9 italiane (le altre incluse nell’elenco, circolato stamane sui principali rotocalchi, erano  Veneto Banca, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare dell’Emilia-Romagna). Si sono però salvate “per il rotto della cuffia” grazie ad alcuni interventi approvati nel corso del 2104 con aumenti di capitale per 15 miliardi di euro, riportandolo sopra la soglia dell’8% dell’attivo ponderato per il rischio fissato dall’esercizio.

Insomma, una situazione non certo rosea neanche per quei soggetti – le banche, appunto – alla cui lobby molti imputano la rovina dell’Italia.

Tra le promosse ci sono invece Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mediobanca, Credem, Iccrea e Ubi.

La ragione per cui è scattata l’ammonizione sulle italiane è banale: l’analisi della Bce si basa infatti sull’analisi dei bilanci al 31 dicembre 2013, quando ancora molti istituti, soprattutto di natura popolare, non avevano varato l’ondata di aumenti di capitale (oltre 10 miliardi di euro) con cui hanno rafforzato i loro patrimoni.