Petrolio: la bolla dello shale oil sta per scoppiare?

Lo shale oil americano è in crisi,ormai sembra inutile negarlo. Il petrolio USA, nonostante scorrasempre più abbondantemente, sta assistendo ad un vero e proprio crollo dei prezzi (80 dollari al barile), toccando i minimi da 4 anni. Nello stesso tempo però, il flusso di denaro volto a finanziare il francking comincia a scarseggiare e gli operatori si dimostrano sempre più preoccupati.

Società di piccole e medie dimensioni, costruite contraendo debiti a volte cospicui, cominciano a fare fatica. Pagare gli interessi era già difficile quando il prezzo si aggirava intorno ai 100 dollari al barile, ma adesso la situazione sembra diventata impossibile da sostenere.

Secondo un’analisi realizzata da Bloomberg sui bilanci di 60 società quotate a Wall Street, a fine giugno i loro debiti ammontavano a oltre 190 miliardi di dollari, 50 miliardi in più rispetto al 2011.

Gli ultimi quattro anni hanno visto raddoppiare il fardello a fronte di entrate in aumento solo del 5,6%. Secondo i calcoli di Bloomberg, molte di queste società spendono il 10% del fatturato per pagare gli interessi di un debito che ormai è diventato spazzatura a causa dell’altissimo rischio insolvenza. Le agenzie di rating classificano allo “Junk level” 2/3 delle società americane attive nel settore del petrolio.

Il pericolo bolla del petrolio dunque sembra tutt’altro che una fantasia. Sull’obbligazionario, il rendimento dei bond del settore energetico è salito al 6,9% (massimo da 12 mesi) a causa della pioggia di vendite. Nel mese di ottobre il segmento ha perso l’1,3%, mettendo in atto la peggior prestazione dell’intero mercato high-yeld. Nonostante ciò, continua a crescere iil numero di aziende che chiedono finanziamenti al mercarto: solo nel mese di novembre Dealogic parla di 17 miliardi di $ di nuove emissioni negli Stati Uniti.

Secondo Adrian Miller di Gmp Securities:

«In termini assoluti gli oneri di finanziamento per molte società sono cresciuti solo in modo marginale. Ma la chiave è l’impiego del denaro. Molte società non stanno più ricorrendo a prestiti per finanziare l’espansione. Lo fanno per ripagare i debiti o per rifinanziarli. E cercano di farlo il più in fretta possibile»

Per capire la reale dimensione del problema basta pensare che, a detta diBarclays, il segmento energetico rappresenta al giorno d’oggi il 15,7% del mercato junk bond a fronte del 4,3% di 10 anni fa. Quest’ultimo vale a suo volta 1.300 miliardi.

La possibilità adesso è che, nel caso in cui nel settore arrivi un’orda di ristrutturazioni del debito, il mercato possa andare in contro ad un vero e proprio crollo. Una possibilità che diventa sempre più certezza, tenendo in considerazione la risalita dei tassi d’interesse e il calo continuo del prezzo dello shale oil che, dal mese di giugno a oggi ha perso quasi un terzo del suo valore a fronte di un perenne bisogno di delle entrate che minaccia di renderli insolventi.

I pozzi di petrolio costano una marea di soldi e il loro output crolla del 65-90% dopo i primi 12 mesi. Per mantenere attiva la produzione bisogna continuare a trivellare, spendendo milioni e milioni di dollari. Soldi che attualmente le società non hanno e che reperiscono contraendo nuovi debiti.

I rischi dunque, cominciano a diventare troppo alti e una ristrutturazione del mercato richiederebbe troppo tempo. Il crollo dei prezzi però potrebbe comportare, anzi sta comportando, un’accelerazione delle estrazioni dato che gli operatori provano a contrastare le perdite producendo maggiori volumi.

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2 pensieri su “Petrolio: la bolla dello shale oil sta per scoppiare?”

  1. Interessante l’osservazione secondo cui “…”gli operatori provano a contrastare le perdite producendo maggiori volumi…”. Come dire che sciupano quel poco che hanno per galleggiare qualche mese in più; lasciandoci in eredità una disponibilità residua di riserve ancor più esigua. Come trasformare una discesa in un crollo?

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