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Lavoratori autonomi 2015

salgono ancora i contributi INPS, è il terzo aumento in tre anni. Ecco quanto si deve pagare.

Dal 1°gennaio 2015 scatta l’aumento dei contributi INPS per i lavoratori autonomi. Il rincaro sarà pari allo 0,45%. Un rialzo minimo, volendo, ma che analizzato in una prospettiva più ampia mostra una tendenza che non si fermerà fino al 2019.

Quello appena arrivato infatti, è il terzo aumento dei contributi INPS in tre anni. Nel 2012 era stato dell’1,13%, nel 2013 dello 0,45%, la stessa percentuale dell’anno scorso e di quest’anno. L’innalzamento è minimo, lento, ma continuo. Non si arresterà fino al 2019, così come stabilito dal Governo Monti tre anni fa.

Lo stesso si potrebbe dire per gli autonomi attivi nel settore dell’agricoltura. Per loro i contributi cresceranno di una percentuale compresa fra lo 0.4% e l’1.5%, a seconda del territorio.

Contributi INPS: gli aumenti dei prossimi anni.
La Legge di Stabilità varata dal Governo Monti nel 2012 prevede un aumento annuo dei contributi INPS dovuti da artigiani e commercianti fino al 2019. La misura, praticamente passata sotto silenzio tre anni fa, consentirà di portare lealiquote al 24% entro i prossimi 4 anni. Gli unici a salvarsi saranno gli autonomi under 21, che continueranno a godere di una contribuzione ridotta.

Tenendo conto della crisi che affligge il mercato del lavoro in generale e quello autonomo in particolare (artigiani in primis) il rincaro contributivo rappresenta l’ennesimo controsenso italiano. Mentre si dovrebbero favorire gli investimenti, mentre si dovrebbe migliorare la situazione remunerativa di lavoratori ridotti alla fame, mentre si dovrebbe far ripartire la produzione, si aumentano le tasse peggiorando uno status lavorativo già di per sé precario e ingiusto.

Ad oggi, i lavoratori autonomi versano già la metà dei loro guadagni in tasse. Diminuirle non è un opzione, è una necessità volta, spesso, a consentire la sussistenza e sopravvivenza. E invece, tra un aumento e l’altro, la stangata (nascosta) prosegue.

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Pensione 2014, tutte le modifiche alla legge su anzianità, contributi, minima e integrazioni

L’attesa controriforma Fornero non c’è stata, ma nel 2014 sono state diverse le modifiche apportate alla normativa sulle pensioni, in gran parte dovute proprio agli effetti della legge del 2011. Il contestato pacchetto di regole previdenziali varato a suo tempo dal governo Monti, infatti, contempla regolari scatti di anzianità, o di requisiti contributivi, con il passaggio da un anno all’altro.

A ben vedere, però, i cambiamenti sulle pensioni nel 2014 non derivano solo dall’onda lunga del governo Monti: a mutare le caratteristiche base di ogni ritirato dal lavoro, sono arrivati anche gli ultimi provvedimenti emanati dal governo Letta, su tutti la legge di stabilità 2014, dove hanno trovato spazio novità di non poco conto, in particolare sugli assegni di chi la pensione già la percepisce.

Anzianità

Donne

Per le lavoratrici del settore privato, si avverte l’effetto di un principio, stabilito proprio dalla legge Fornero del 2011, che punta alla convergenza anagrafica dei ritiri dal lavoro tra uomini e donne. Si tratta dell’obiettivo 2018, quando, cioè il processo di avvicinamento tra i requisiti di anzianità tra i generi dovrebbe essere concluso. Così, anche nel 2014 un ulteriore gradino viene salito dalle dipendenti nel settore privato, che dal primo gennaio devono aver maturato 63 anni e 9 mesi di anzianità per poter accedere al trattamento pensionistico, cioè un anno e mezzo in più rispetto a quanto previsto fino al 2013.

Le uniche lavoratrici che, anche per il 2014, conserveranno le caratteristiche antecedenti per l’addio alla carriera lavorativa, saranno quelle nate prima del 30 settembre 1951.

Tra due anni, nel 2016, il prossimo incremento, che verrà influenzato anche dalla risalita della speranza di vita, che la stessa Fornero stabilisce con cadenza altrettanto regolare.

Novità anche per le donne lavoratrici professioniste o autonome: ulteriore sbalzo di anzianità minima per la pensione, che nel 2014 approda a 64 anni e 9 mesi, addirittura un anno in più rispetto a quanto valido fino al 2013. Anche per loro, nel 2016 si verificherà il prossimo aggiustamento: verrà, cioè, aggiunto un altro anno ai minimi pensionabili, portando la quota di anzianità per le autonome a 65 anni e 9 mesi.

Uomini

Per gli uomini impiegati nel settore privato, poche le novità di rilievo sul fronte anagrafico per la pensione: rimangono validi i requisiti di 66 ani e 3 mesi, in prospettiva, ovviamente, dell’aggiornamento alla speranza di vita, che li investirà, proprio come le donne, nel 2016.

Contributi

Dal 2014 gli uomini lavoreranno un mese in più: saranno necessari almeno 42 anni e 6 mesi versati nelle casse dell’Inps per accedere all’assegno di pensione. Stesso trattamento per le donne, le quali si vedranno riconoscere il diritto alla pensione non appena avranno maturato 41 anni e 6 mesi di contributi nelle casse previdenziali. Indici, questi, che non saranno indenni dal coefficiente di speranza di vita, come sempre aggiornato al 2016.

Redditi e Minimi

Integrazione

Con l’arrivo del 2014, sono cambiati anche i parametri di reddito per il calcolo dell’integrazione alla pensione minima, che saranno tarati in base al minimo stesso.

Partendo dalla quota retributiva, che riguarda le annualità antecedenti al 31 dicembre 2011, si tiene conto sia della retribuzione che può essere erogata tramite assegno di pensione (cioè la media delle mensilità percepite nell’ultima fase lavorativa), che gli anni effettivi di contributi maturati. In tal senso, l’integrazione viene riconosciuta pari al 2% per ogni anno di versamenti, ma solo quando la somma si situa a un livello inferiore al minimo stabilito per legge. Per il riconoscimento dell’integrazione, poi, è necessario non avere ulteriori fonti di reddito ai sensi dell’imponibile Irpef, e un reddito famigliare di coppia che deve rientrare sotto la soglia di quattro volte il minimo stabilito.

Non vengono considerati come concorrenti ai fini del reddito, la casa di proprietà, eventuali Tfr e competenze arretrate sottoposte a tassazione separata.

Limiti

Il minimo di pensione per il 2014 è stabilito a 501,38 euro al mese. Sulla base di questo conteggio, allora, vengono a emergere le conseguenti soglie di reddito:

13.035,88 euro è il limite di reddito individuale oltre il quale viene esclusa l’integrazione

26.071,76 euro è il tetto di reddito famigliare di coppia che cancella il diritto all’integrazione

6.517,94 euro è il massimo personale al di sotto del quale l’integrazione viene completamente riconosciuta

19.553,82 è quello cumulato che permette il massimo di integrazione

Nelle fasce intermedie – da 6.517,94 a 13.035,88 euro per i redditi personali e da 19.553,82 a 26.071,76 per il reddito di coppia – viene corrisposta integrazione completa o parziale, secondo l’importo calcolato per l’assegno, il quale, in caso di coppia coniugata, sarà sempre stabilito sulla base dei redditi cumulati.

Legge di stabilità 2014

Con la legge di bilancio approvata a fine 2013, sono state introdotti nuovi blocchi alle indicizzazioni fino a sei volte il minimo, con conferma al 95% per la fascia entro i 2mila euro al mese. Sì anche al contributo di solidarietà per le cosiddette pensioni d’oro, mentre vengono vietati i cumuli da pensione e reddito oltre i 150 mila euro, oltre il quale scatta la riduzione dell’assegno previdenziale.

Modello F24: le novità

La spending review cambia (anche) il Fisco. Sulla base del DL n. 66/2014 scatteranno una serie di novità sulle modalità di presentazione e versamento delle tasse utilizzando il noto Modello F24, che coinvolgeranno diversi soggetti: contribuenti, intermediari e tutti coloro che sono convenzionati alla riscossione. Cosa cambia?

Modello F24: novità dal 1 ottobre 2014

Quali novità scatteranno a partire dal 1 ottobre 2014 per effetto del Decreto Renzi? Riassumiamo le novità principali in 4 punti:

  • dal prossimo 1 Ottobre il versamento di imposte, premi assicurativi e/o contributi potrà essere eseguito mediante il Modello F24 cartaceo esclusivamente da persone fisiche che debbano pagare un importo pari o inferiore a 1.000 euro, senza compensazione;
  • se il modello presenta un saldo a zero, per effetto di compensazioni, si potrà fare ricorso solo ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, Entratel o Fisconline (previa registrazione);
  • sarà previsto: l’obbligo di presentazione del Modello F24 con modalità telematiche per i titolari di partita IVA, verranno stabiliti limiti alla compensazione dei crediti IVA, nonché di crediti di imposte dirette e sarà individuato il divieto di compensazione di crediti di imposte erariali qualora ci fossero debiti iscritti a ruolo e non pagati.

Cosa si può pagare con il Modello F24?

Il modello F24 deve essere usato da tutti i contribuenti, titolari e non titolari di partita IVA, per il pagamento di tributi e contributi. Ecco quali:

  • imposte sui redditi (Irpef, Ires)
  • ritenute sui redditi da lavoro e sui redditi da capitale
  • Iva
  • imposte sostitutive delle imposte sui redditi dell’Irap e dell’Iva
  • imposta sostitutiva sulle vendite immobiliari
  • altre imposte sostitutive (ad esempio: imposta sugli intrattenimenti, imposta sulle scommesse e giochi, ecc.)
  • Irap
  • addizionale regionale e comunale all’Irpef
  • accise, imposta di consumo e di fabbricazione
  • contributi e premi Inps, Inail, Enpals, Inpgi
  • diritti camerali
  • interessi
  • Imu, Tares, Tari e Tasi
  • tributi speciali catastali, interessi, sanzioni e oneri accessori per l’attribuzione d’ufficio della rendita presunta
  • Tarsu/Tariffa, Tosap/Cosap: riservato ai Comuni che hanno stipulato un’apposita convenzione con l’Agenzia delle Entrate. Nel modello F24 nello spazio “codice ente/codice comune” deve essere riportato il codice catastale del Comune in cui sono ubicati gli immobili o le aree e gli spazi occupati
  • canoni di locazione Inpdap sulla base delle comunicazioni specificatamente trasmesse agli affittuari
  • alcune tipologie di proventi derivanti dall’utilizzo dei beni di Demanio e di Patrimonio dello Stato sulla base delle comunicazioni specificatamente trasmesse agli utilizzatori
  • sanzioni

Detto Modello si usa anche in caso di:

  • autoliquidazione da dichiarazioni
  • ravvedimento
  • controllo automatizzato e documentale della dichiarazione
  • avviso di accertamento (in caso di omessa impugnazione)
  • avviso di irrogazione di sanzioni
  • istituti conciliativi di avvisi di accertamento e irrogazione di sanzioni (accertamento con adesione, conciliazione giudiziale)

Contributi volontari Inps, oggi la prima scadenza del 2014. Ma convengono ancora?

Contributi volontari Inps, proprio oggi, giorno della prima scadenza, molti ex lavoratori si staranno chiedendo se ci sia ancora convenienza nel pagarsi in proprio la pensione. Effettivamente, è un costo non da poco: per coprire un solo anno è necessario sostenere una spesa minima di 2903 euro (se autorizzati entro il 31 dicembre 1995), altrimenti la quota sale fino a 3372 euro per tutti gli autorizzati in data successiva.

I contributori volontari in Italia

Al momento, nel nostro Paese, sono coinvolti nella contribuzione volontaria poco meno di 2 milioni di ex lavoratori, per la maggior parte donne, che hanno scelto di continuare a versare in maniera autonoma i contributi per poter maturare il diritto alla pensione (o per incrementare l’importo dell’assegno previdenziale). Ne sono coinvolti: lavoratori dipendenti, artigiani e commercianti, lavoratori parasubordinati e quelli domestici. Ma non è un fenomeno che interessa solo le persone che si sono ritirate dall’attività lavorativa: vi possono ricorrere anche tutti coloro che, ad esempio, allo scadere di un contratto a tempo determinato non hanno visto scattare immediatamente una nuova assunzione, e non possono contare sulla contribuzione prevista da ammortizzatori sociali come Aspi e mini Aspi.

Di fatto, quindi, anche se gli importi richiesti continuano a salire, la contribuzione volontaria può essere una buona soluzione per perfezionare i requisiti necessari all’accesso al trattamento pensionistico.

La richiesta di autorizzazione per i versamenti e i requisiti necessari

E’ comunque necessario ottenere l’autorizzazione da parte dell’Inps (o dell’ente previdenziale di appartenenza) per poter effettuare i suddetti versamenti, e si deve essere in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  • almeno 5 anni di contribuzione (260 contributi settimanali o 60 mensili);
  • almeno 3 anni di contribuzione nei cinque anni che precedono la presentazione della domanda.

Artigiani e commercianti

Come già indicato, anche i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti) possono ricorrere alla contribuzione volontaria. Per loro l’importo del contributo dovuto è mensile, e si calcola sulla base dei redditi d’impresa denunciati ai fini Irpef negli ultimi 36 mesi di contribuzione precedenti alla data della domanda.

Il massimale contributivo

Esattamente come accade per la contribuzione ordinaria, anche quella volontaria prevede un massimale contributivo, valido, tuttavia, solo per i cosiddetti “nuovi iscritti” all’Inps, ovvero quelli successivi al 1996, pari, per il 2014, a 100.123 euro.

Pensione 2014

Tutte le modifiche alla legge su anzianità, contributi, minima e integrazioni

L’attesa controriforma Fornero non c’è stata, ma nel 2014 sono state diverse le modifiche apportate alla normativa sulle pensioni, in gran parte dovute proprio agli effetti della legge del 2011. Il contestato pacchetto di regole previdenziali varato a suo tempo dal governo Monti, infatti, contempla regolari scatti di anzianità, o di requisiti contributivi, con il passaggio da un anno all’altro.

A ben vedere, però, i cambiamenti sulle pensioni nel 2014 non derivano solo dall’onda lunga del governo Monti: a mutare le caratteristiche base di ogni ritirato dal lavoro, sono arrivati anche gli ultimi provvedimenti emanati dal governo Letta, su tutti la legge di stabilità 2014, dove hanno trovato spazio novità di non poco conto, in particolare sugli assegni di chi la pensione già la percepisce.

Donne

Per le lavoratrici del settore privato, si avverte l’effetto di un principio, stabilito proprio dalla legge Fornero del 2011, che punta alla convergenza anagrafica dei ritiri dal lavoro tra uomini e donne. Si tratta dell’obiettivo 2018, quando, cioè il processo di avvicinamento tra i requisiti di anzianità tra i generi dovrebbe essere concluso. Così, anche nel 2014 un ulteriore gradino viene salito dalle dipendenti nel settore privato, che dal primo gennaio devono aver maturato 63 anni e 9 mesi di anzianità per poter accedere al trattamento pensionistico, cioè un anno e mezzo in più rispetto a quanto previsto fino al 2013.

Le uniche lavoratrici che, anche per il 2014, conserveranno le caratteristiche antecedenti per l’addio alla carriera lavorativa, saranno quelle nate prima del 30 settembre 1951.

Tra due anni, nel 2016, il prossimo incremento, che verrà influenzato anche dalla risalita della speranza di vita, che la stessa Fornero stabilisce con cadenza altrettanto regolare.

Novità anche per le donne lavoratrici professioniste o autonome: ulteriore sbalzo di anzianità minima per la pensione, che nel 2014 approda a 64 anni e 9 mesi, addirittura un anno in più rispetto a quanto valido fino al 2013. Anche per loro, nel 2016 si verificherà il prossimo aggiustamento: verrà, cioè, aggiunto un altro anno ai minimi pensionabili, portando la quota di anzianità per le autonome a 65 anni e 9 mesi.

Uomini

Per gli uomini impiegati nel settore privato, poche le novità di rilievo sul fronte anagrafico per la pensione: rimangono validi i requisiti di 66 ani e 3 mesi, in prospettiva, ovviamente, dell’aggiornamento alla speranza di vita, che li investirà, proprio come le donne, nel 2016.

Contributi

Dal 2014 gli uomini lavoreranno un mese in più: saranno necessari almeno 42 anni e 6 mesi versati nelle casse dell’Inps per accedere all’assegno di pensione. Stesso trattamento per le donne, le quali si vedranno riconoscere il diritto alla pensione non appena avranno maturato 41 anni e 6 mesi di contributi nelle casse previdenziali. Indici, questi, che non saranno indenni dal coefficiente di speranza di vita, come sempre aggiornato al 2016.

Redditi e Minimi

Integrazione

Con l’arrivo del 2014, sono cambiati anche i parametri di reddito per il calcolo dell’integrazione alla pensione minima, che saranno tarati in base al minimo stesso.

Partendo dalla quota retributiva, che riguarda le annualità antecedenti al 31 dicembre 2011, si tiene conto sia della retribuzione che può essere erogata tramite assegno di pensione (cioè la media delle mensilità percepite nell’ultima fase lavorativa), che gli anni effettivi di contributi maturati. In tal senso, l’integrazione viene riconosciuta pari al 2% per ogni anno di versamenti, ma solo quando la somma si situa a un livello inferiore al minimo stabilito per legge. Per il riconoscimento dell’integrazione, poi, è necessario non avere ulteriori fonti di reddito ai sensi dell’imponibile Irpef, e un reddito famigliare di coppia che deve rientrare sotto la soglia di quattro volte il minimo stabilito.

Non vengono considerati come concorrenti ai fini del reddito, la casa di proprietà, eventuali Tfr e competenze arretrate sottoposte a tassazione separata.

 Limiti

Il minimo di pensione per il 2014 è stabilito a 501,38 euro al mese. Sulla base di questo conteggio, allora, vengono a emergere le conseguenti soglie di reddito:

13.035,88 euro è il limite di reddito individuale oltre il quale viene esclusa l’integrazione

26.071,76 euro è il tetto di reddito famigliare di coppia che cancella il diritto all’integrazione

6.517,94 euro è il massimo personale al di sotto del quale l’integrazione viene completamente riconosciuta

19.553,82 è quello cumulato che permette il massimo di integrazione

Nelle fasce intermedie – da 6.517,94 a 13.035,88 euro per i redditi personali e da 19.553,82 a 26.071,76 per il reddito di coppia – viene corrisposta integrazione completa o parziale, secondo l’importo calcolato per l’assegno, il quale, in caso di coppia coniugata, sarà sempre stabilito sulla base dei redditi cumulati.

 Legge di stabilità 2014

Con la legge di bilancio approvata a fine 2013, sono state introdotti nuovi blocchi alle indicizzazioni fino a sei volte il minimo, con conferma al 95% per la fascia entro i 2mila euro al mese. Sì anche al contributo di solidarietà per le cosiddette pensioni d’oro, mentre vengono vietati i cumuli da pensione e reddito oltre i 15 0mila euro, oltre il quale scatta la riduzione dell’assegno previdenziale.

Cosa sono le deduzioni fiscali?

Tempo di dichiarazione dei redditi: meglio allora porre l’attenzione sulle deduzioni. Cerchiamo di capire cosa sono e qual è il loro funzionamento nel calcolo dell’imposta sulle persone fisiche.

L’attuale ordinamento tributario consente di poter dedurre dal proprio reddito complessivo l’importo di alcune spese sostenute per sè o per i familiari a carico.

Contrariamente a quanto avviene con le detrazioni la deduzione opera a monte nel calcolo dell’imposta, considerato che le spese deducibili saranno sottratte dal reddito prima della determinazione dell’Irpef.

In linea di massima (una delle eccezioni più note è quella derivate dalla presenza di contributi previdenziali nella busta paga del lavoratore, la cui “gestione” è demandata al datore di lavoro in qualità di sostituto di imposta), le deduzioni si ottengono in sede di dichiarazione dei redditi, presentando apposito modello Unico o 730.

Per le deduzioni vale inoltre il principio di cassa, per cui la deduzione competerà nello stesso periodo di imposta in cui la spesa è stata effettivamente sostenuta, indipendentemente da quello cui si riferisce.

Per quanto concerne la documentazione da utilizzare per poter fruire delle deduzioni, ricordiamo che nell’ipotesi di presentazione del modello 730 la stessa documentazione “accompagnatoria” dovrà essere fornita all’intermediario che sta curando la dichiarazione dei redditi (consulente, CAF, ecc.) mentre nell’ipotesi di compilazione del modello Unico andrà conservata, ed esibita solo su richiesta degli uffici finanziari.

Ma quali sono i principali oneri deducibili che è possibile inserire in dichiarazione dei redditi?

Tra i principali oneri deducibili ricordiamo anzitutto i già ricordati contributi previdenziali e assistenziali obbligatori e volontari, versati alla forma pensionistica obbligatoria di appartenenza, i contributi per la previdenza complementare fino al limite di 5.164,57 euro, i contributi Inps pagati per gli addetti ai servizi domestici e familiari fino a 1.549,37 euro, alcune tipologie di erogazioni liberali come quelle in favore del non profit (dalle Onlus alle associazioni di promozione sociale, passando per le fondazioni e le associazioni per la tutela dei beni storici), in favore delle istituzioni religiose e ancora nei confronti di università, enti di ricerca e organizzazioni non governative.

In aggiunta a quanto sopra, sono oneri deducibili anche gli assegni periodici corrisposti al coniuge in caso di separazione legale ed effettiva o di scioglimento o annullamento del matrimonio. Di contro, non sono deducibili gli importi che vengono destinati al mantenimento dei figli.

Infine, sono deducibili per l’intero importo dal proprio reddito le spese mediche generiche e quelle di assistenza specifica sostenute dai disabili e – limitatamente alla metà dell’importo complessivo – anche quelle che sono relative all’adozione di minori stranieri da parte dei genitori adottivi, ammesso che siano certificate dall’ente autorizzato che ha ricevuto l’incarico di curare la procedura di adozione.

Durc telematico. È la svolta buona?

Acquisizione e consultazione online: il “Jobs act” accende i motori al Durc

Premessa – Smaterializzare il rilascio del Durc. È questo uno degli obiettivi principali che la squadra del Governo Renzi ha inserito nel decreto legge, recante “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”, più comunemente conosciuto con il nome di “Jobs act”. L’intervento, di massima urgenza, intende quindi venire a capo di uno dei problemi mai risolti della burocrazia, vale a dire l’acquisizione del documento unico di regolarità amministrativa.

Un problema mai risolto – Più volte i precedenti Governi hanno cercato di adottare interventi normativi per trasferire la gestione del Durc in modalità informatica; purtroppo i risultati ottenuti sono stati pressoché deludenti. Basti pensare alle verifiche che le stazioni appaltanti sono chiamate a svolgere sulle autocertificazioni delle imprese; in tal caso, di telematico c’è solo la procedura. Procedura, tra l’altro, abbastanza lunga visto che le amministrazioni sono comunque chiamate a presentare una domanda, seppur in via telematica, e attendere che entro i successivi 30 giorni Inps, Inail o Cassa edile rispondano, sempre per via telematica.

La novità – Lo Jobs act, ora, intende mettere la parola fine a questo tormentoso procedimento burocratico, rendendolo più snello e pratico. Il decreto legge, approvato nell’ultimo consiglio dei ministri, affida l’attuazione a un apposito decreto attuativo – da adottare entro 60 giorni – e stabilisce che “chiunque vi abbia interesse verifica con modalità esclusivamente telematiche e in tempo reale la regolarità contributiva nei confronti dell’Inps, dell’Inail e, per le imprese tenute ad applicare i contratti del settore dell’edilizia, nei confronti delle Casse edili. L’esito dell’interrogazione ha validità di 120 giorni dalla data di acquisizione”. In questo modo, viene superata la vecchia procedura e non sarà più necessario chiedere e aspettare; infatti, basterà semplicemente consultare online i dati che riguarderanno “i pagamenti scaduti sino all’ultimo giorno del secondo mese antecedente a quello in cui la verifica è effettuata, a condizione che sia scaduto anche il termine di presentazione delle relative denunce retributive e comprende anche le posizioni dei lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto che operano nell’impresa”.
In termini pratici, basterà indicare il codice fiscale del soggetto da verificare per controllare la propria posizione contributiva. Tutto ciò avverrà tramite un’unica interrogazione telematica che agirà sugli archivi dell’Inps, dell’Inail e delle Casse edili, usufruendo della “cooperazione applicativa” dei software, per farli comunicare tra loro. Il decreto ministeriale attuativo, inoltre, stabilisce che dalla sua entrata in vigore non vi sarà più l’obbligo di verificare la sussistenza del requisito di ordine generale di cui all’articolo 38, comma 1, lettera i), del D.Lgs. n. 163/2006 presso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori. Altra novità introdotta è quella di acquisire il Durc, sempre con le nuove modalità, anche per le erogazioni di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari e vantaggi economici, di qualunque genere, sempre a partire dalla vigenza del decreto ministeriale attuativo.