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Krugman contro la BCE

Paul Krugman attacca la Banca Centrale Europea: ‘’ignorano il pericolo deflazione e danno la colpa agli altri’’ e “vivono in un altro mondo”.

Il premio Nobel Paul Krugman non le manda di certo a dire. L’economista keynesiano, dopo aver più volte attaccato la Federal Reserve, attraversa l’oceano e se la prende con la Banca Centrale Europea.

Dalle colonne del suo blog presente sul New York Times, in un post dal titolo “Blaming the Messengers, Euro Edition”, Krugman si scaglia contro Jürgen Stark, ex banchiere centrale tedesco, colpevole di aver scritto un pezzo sul Financial Times dal titolo “Doomsayers risk a self fulfilling prophecy” (“I fatalisti rischiano una profezia che si auto-avvera”).

L’economista cita testualmente alcuni passaggi del testo pubblicato sul quotidiano inglese:

è come se stessimo vivendo un lungo periodo di stabilità dei prezzi. È una buona notizia. Questo aumenta il reddito reale e supporta il consumo privato. Le aspettative sull’inflazione sono ben ancorate e non ci sono prove che famiglie e compagnie stiano ritardando i loro acquisti a causa di aspettative negative. Le preoccupazioni sulla deflazione e le richieste continue di intervento alla BCE sono sbagliate e irresponsabili. Più se ne parla, più questa discussione diventa intensa, più sale il rischio che questo rischio si trasformi in una profezia che si auto-avvera.

Insomma, secondo Sparks il rischio deflazione esisterebbe solo nella mente dei “fatalisti”, mentre in realtà l’attuale situazione potrebbe rivelarsi addirittura un vantaggio per il reddito reale degli europei e per il consumo privato. Non c’è quindi alcun bisogno, a detta sua, di un intervento della BCE. L’economia va bene e la politica monetaria non ha bisogno di ritocchi.

Non è dello stesso avviso però Paul Krugman che, utilizzando la sferzante ironia che lo contraddistingue, fa letteralmente a pezzi le parole scritte dal banchiere europeo. Qualche esempio?

La parte più interessante dell’articolo scritto da Sparks è l’affermazione che chiunque parli della possibilità che si verifichi la deflazione sia un irresponsabile, perchè questo potrebbe trasformarsi in una profezia che si auto-avvera. Ha ragione: se un intervento inadeguato della BCE portasse l’Europa a perdere una o due decadi imitando lo stile giapponese, la colpa sarebbe di tutti quei critici che lo avevano preannunciato. Se solo si fossero seduti ad applaudire le loro gesta, tutto sarebbe andato per il verso giusto.

Secondo l’economista Americano inoltre, la bassa inflazione registrata nell’ultimo periodo sarebbe tutt’altro che positiva. Essa infatti aumenterebbe i tassi d’interesse reali (quelli nominali sono vicini allo zero), comportando una depressione della domanda e un maggior peso dei debiti.

Ecco come conclude il premio Nobel:

Posso capire perché alcuni vogliano vivere in un altro pianeta – un mondo in cui, se i critici sostengono che le loro politiche falliranno, e le loro previsioni si rivelano corrette, la colpa è dei critici. Ma per me è arduo immaginare lo stato mentale di qualcuno che ha il coraggio di affermare una cosa del genere sul Financial Times.

 

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Joseph Stiglitz a gamba tesa sull’euro: ottimismo sconcertante, è una valuta instabile!

Joseph Stiglitz ha condannato l’attuale politica di Francoforte, fatta quasi esclusivamente di austerità, e ha affermato che l’euro è una moneta instabile.

flussi di denaro che continuano ad arrivare nell’area euro hanno gonfiato oltremodo borse e bond di un’area monetaria che fino all’estate del 2012 rischiava un clamoroso break-up, ovvero la disgregazione della moneta unica e il ritorno alle valute nazionali. L’Europa è diventata improvvisamente il luogo migliore per fare affari, ma anche per puntare con decisione sul ritorno della crescita e dell’occupazione. In realtà gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da una crescita inesistente (in molti casi c’è stata una profonda recessione), da una disoccupazione volata a livelli record, da consumi ridotti al lumicino e da redditi sempre più bassi.

Inoltre da qualche tempo aleggia sempre più con insistenza lo spettro della deflazione, che potrebbe mettere definitivamente in ginocchio l’unione monetaria europea soffocando sul nascere le velleità di tornare a crescere a buoni ritmi nei prossimi anni. Molti economisti di fama mondiale continuano a nutrire forti dubbi sulla stabilità dell’eurozona. Tra questi c’è anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, che qualche giorno fa ha espresso tutti i suoi timori sul futuro dell’euro. L’economista americano, intervenuto a Toronto a una riunione del “thin-tank” Cigi-Inet, ha dichiarato che l’ottimismo sull’euro è sconcertante e privo di qualsiasi fondamento.

Lo stesso ritorno della Grecia sui mercati dei capitali dopo 4 anni di assenza è stato reso possibile solo da sacrifici immani della popolazione ellenica, che ha dovuto sopportare misure di austerità molto dure per consentire al proprio governo di ottenere gli aiuti finanziari dalla troika (Ue-Bce-Fmi). Stiglitz ha ricordato poi che il pil di Atene è crollato del 25% negli anni di crisi. Inoltre ha spiegato che l’euro è una moneta instabile a partire dalle fondamenta, in quanto i paesi membri dell’Ue-18 non dispongono di risorse comuni e non esiste un’unione bancaria. In tutto questo la Germania continua a imporre severe misure di austerity, facendo emergere tra i popoli del Sud Europa pericolosi sentimenti anti-europei.

Secondo Stiglitz il ridimensionamento degli spread sovrani della periferia europea non dipende dal miglioramento dell’economia dell’area euro bensì dalla capacità di Mario Draghi di convincere i mercati che avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’euro. Ora il governatore della BCE ha anche promesso di voler acquistare asset per aumentare la liquidità nell’eurozona, nel caso in cui l’euro resterà troppo forte e la deflazione diventerà un pericolo sempre più concreto. I mercati potrebbero così mettere davvero alla prova il numero uno dell’Eurotower per testare le sue reali intenzioni.

Stiglitz aveva già condannato le politiche di austerità in Europa nel periodo di forte crisi di due anni fa, dichiarando addirittura che la fine dell’euro non sarebbe poi stata la fine del mondo. Per superare la crisi, ma soprattutto per rendere l’eurozona più stabile e sicura nel lungo termine, il premio Nobel ha da tempo suggerito di mettere in comune i debiti (lanciando gli eurobond), di creare un sistema finanziario unico europeo, di armonizzare le imposte e di cambiare il mandato della BCE, spostando così il focus dalla sola inflazione a una serie di variabili macro (prezzi, crescita, occupazione, finanza).

Europa, è allarme deflazione

Ma che cos’è e quali sono le conseguenze per l’Italia?

I giornali di tutto il mondo oggi non parlano d’altro che di deflazione. L’Europa è nuovamente a rischio e l’Italia è una delle Nazioni più coinvolte nel problema.

A lanciare l’allarme è l’Eurostat, secondo cui nel mese di marzo l’inflazione sarebbe scesa allo 0,5%, un livello bassissimo che non si vedeva dal 2009. Addirittura, fanno sapere gli esperti, solo nel corso della Grande recessione il costo della vita era stato più lento.

Il punto fondamentale è che l’attuale strategia economica europea si basa su un’inflazione media annua pari all’1%, il che significa che per mantenere gli obiettivi il vecchio continente dovrà mantenere l’inflazione all’1,1% da qui a dicembre, un risultato tutt’altro che semplice da raggiungere considerando che la Spagna si trova già in piena deflazione (-0,2% a marzo), mentre i tassi di Italia (+0,4% da +0,5% di febbraio) e Germania (+0,9% da 1%) continuano a scendere.

L’attenzione quindi adesso si concentra nuovamente su Mario Draghi e sulle decisioni che la Banca Centrale Europea prenderà nei prossimi mesi per evitare che il Continente crolli nuovamente in quella recessione dalla quale sta cercando disperatamente di uscire.

Ma per capire meglio cosa sta succedendo nell’Eurozona occorre sapere cos’è la deflazione, quali sono le sue cause, ma soprattutto quali potrebbero essere le conseguenze per l’Italia e per gli altri Stati membri.

Deflazione, che cos’è?
La deflazione consiste in un calo generale dei prezzi di beni e servizi e si oppone all’inflazione che invece è il fenomeno che ne causa l’aumento, ma è anche diversa dalla disinflazione che rappresenta un rallentamento del tasso d’inflazione.

I consumatori di tutto il mondo a questo punto si chiederanno perché dovrebbe essere un male. Lo è perché, se non viene combattuta con le dovute misure economiche, essa innesca una spirale recessiva difficile da contrastare.

Le prime vittime della deflazione sono infatti le imprese che, guadagnando meno, hanno sempre meno liquidità. L’inferiore liquidità porta a ridurre i costi di produzione, ma anche e soprattutto il costo del lavoro.

Le seconde vittime sono dunque i lavoratori, poiché senza assunzioni e con nuovi esuberi, aumenta il tasso di disoccupazione (che oggi in Italia ha raggiunto il 13%, livello più alto dal 1977). Non avendo un lavoro, i cittadini non hanno soldi da spendere e la domanda si riduce ulteriormente, causando altri cali e altri licenziamenti.
Insomma, un vero e proprio circolo vizioso che rischia di mettere in ginocchio l’economia di un Paese.

L’Europa a rischio deflazione
L’Europa attualmente si troverebbe in una situazione di disinflazioneche, come abbiamo detto in precedenza, è un rallentamento dell’inflazione causata da un decremento del suo tasso.

Sulla situazione attuale incide senza dubbio la flessione dei prezzi dell’Energia, in ribasso del 2,1% annuo. Ma a ben guardare, il panorama generale non mostra dati incoraggianti: l’indice dei prezzi è in rialzo solo dello 0,8%, i prezzi dei prodotti industriali sono saliti dello 0,3% mentre quelli dei servizi sono aumentati dell’1,1% (1,3%) a febbraio. Incrementi troppo bassi che mostrano un quadro a dir poco allarmante.

Deflazione, le conseguenze per l’Italia
Volete sapere qual è il rischio per l’Italia? Ve ne diciamo una su tutte.
Se non si riuscirà a porre un freno alla deflazione, il nostro Paese si troverà costretto a reperire con urgenza nuove risorse per rispettare i parametri del Fiscal Compact. 10-15 miliardi l’anno che ovviamente non ci sono. E cosa fa il Governo quando non ha soldi? Impone nuove tasse e taglia la spesa. L’Italia ha più volte dimostrano di non essere brava nella seconda ipotesi, ma sulla prima è una Nazione difficile da battere.

Per non parlare del debito pubblico italiano. Come spiega Federico Rubini su Repubblica, infatti:

Il caso del debito pubblico italiano è probabilmente quello più rilevante. Ogni anno il Tesoro emette oltre 450 miliardi di nuovi bond per finanziarsi, pagando in media un interesse vicino a quello di un Btp a cinque anni. Il rendimento di quel titolo è sceso, dal 2,8% di un anno fa all’1,9% di ieri sera. Nel frattempo però l’inflazione è scesa di più, dunque il costo di ogni euro di nuovo debito pubblico dell’Italia sale in termini reali anche quando lo spread fra Bund tedeschi e Btp scende. Per ogni euro degli oltre duemila miliardi di vecchio debito pubblico l’onere da bassa inflazione poi è ancora più forte, perché i tassi d’interesse sui vecchi titoli sono più alti. In queste condizioni il debito pubblico non scenderà mai.

Il pericolo è alto e reale. Basti pensare che un anno fa l’inflazione europea era pari all’1,7%, mentre oggi ci troviamo allo 0,5%, uno dei cali più bruschi che si sia visto dal Secondo Dopoguerra.

Mentre in Italia stiamo intorno allo 0,4% cinque Paesi dell’Eurozona si trovano già in deflazione: Slovacchia, Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna.

Deflazione, le risposte della BCE
In questo frangente Mario Draghi dovrà tenere in considerazione due parametri:

  1. Il primo riguarda le aspettative sull’inflazione. Per la Banca Centrale l’obiettivo a lungo termine rimane fisso intorno al 2%. Il problema è valutare se la flessione degli ultimi mesi possa incidere sulle previsioni ad ampio spettro temporale, ridimensionando le aspettative. Se così fosse, bisognerà prendere delle misure serie per evitare che dall’attuale disinflazione si passi ad una deflazione vera e propria.
  2. In secondo luogo bisogna cercare di capire se questo rallentamento possa minare ulteriormente l’equilibrio e la ripresa dell’Eurozona. Normalmente, il compito di svalutare il cambio viene svolto da prezzi e salari, che rallentando nei paesi più deboli e accelerando in quelli in ripresa. Il problema è che attualmente sembrano non esserci i margini per adottare provvedimenti del genere.

Molti si aspettano che giovedì la BCE decida di non fare nulla, continuando la sua opera di controllo senza però intervenire sui tassi e aspettando di vedere se la situazione migliora. Speriamo solo, che semmai si troverà ad agire, non sarà troppo tardi.