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l’uscita dall’Euro è sempre più vicina

Se la Grecia uscisse dall’Euro, l’Italia perderebbe 61 miliardi di euro. Tutte le cifre contenute nel rapporto shock di Barclays.

61 miliardi di euro. Questi i soldi che l’Italia rischia di perdere se la Grecia esce dell’Euro, praticamente il costo di una maxi – manovra da «lacrime e sangue».

Un’eventualità tutt’altro che remota date le recenti news provenienti dall’Eurogruppo e i continui dissidi tra Tsipras e i vertici UE.

L’esposizione del nostro Paese verso Atene, è stata calcolata da Barclays, una dele più grandi banche internazionali che giorno dopo giorno pubblicano report drammatici per gli ellenici, ma anche per noi. Anzi, per essere precisi, l’istituto parla di 61,2 miliardi di euro che l’Italia vedrebbe andare in fumo come conseguenza della Grexit.

Se fino a pochi giorni fa infatti, l’abbandono della moneta unica da parte della Grecia sembra un’eventualità remota, oggi le possibilità che questo avvenga sono salite al 30 – 40%.

Italia e Grecia: i calcoli di Barclays
Secondo la banca infatti:

“le possibilità di uscita sono più alte adesso che nel 2012”

Subito dopo arrivano le cifre, catastrofiche per chiunque.

Per quanto riguarda l’Italia, la tabella sull’official exposure inanella una serie di numeri la cui somma spaventa, e pure parecchio:

- 10 miliardi di prestiti bilaterali,
- 27,2 tramite il fondo salvastati,
- 4,8 come quota parte dell’operazione Securities Markets Programme del 2012
- 19,2 come passività derivanti dal Target 2 (il sistema di compensazione dei pagamenti fra banche nazionali coordinato dalla Bce.

Barclays sottolinea che le ultime due voci sono state calcolate in base al cosiddetto capital key, ovvero la quota che l’Italia ha nel capitale della BCE (17%).

La somma delle varie perdite arriva a 61,2 miliardi di euro, una cifra che corrisponde al 3,8% del Pil italiano.

Ma, se vale la legge del «mal comune mezzo gaudio», a rimetterci parecchio saranno anche Germania e Francia che, in caso di Grexit, perderebbero rispettivamente 91,6 e 70,1 miliardi di euro (3,3% del PIL per ognuna). Malissimo anche per gli altri Stati Membri, la cui esposizione corrisponde a:

- Estonia: 4,3% del Pil,
- Slovacchia: 4,2% del PIL,
- Malta: 5,3%.

Grexit: le conseguenze per la Grecia
Ma Barclays si spinge oltre sostenendo che un’uscita «veloce e traumatica» come quella che si prospetta, potrebbe causare ripercussioni pesantissime sui singoli cittadini greci:

«La storia insegna che pochi governi sono sopravvissuti in casi del genere. Come negli altri casi, le più colpite sarebbero le classi medie, senza soldi all’estero né speciali proprietà»

La fuga dalle banche sarebbe la prima mossa che gran parte della popolazione attuerebbe, ancor prima che venga fissato il nuovo cambio della dracma, le banche andrebbero incontro al collasso e alla statalizzazione. Uno scenario da incubo che però potrebbe non essere migliore nel caso in cui si trovasse una soluzione in extremis e la Grecia restasse nell’Euro.

Nel caso in cui Tsipras si sottomettesse al volere della Troika il debito pubblico, attualmente al 175% del PIL: scenderà entro il 2020 al 120%, in caso contrario bisognerà attendere 10 anni in più. E tutto questo ammettendo che venga concesso ad Atene l’azzeramento degli interessi per 20 anni.

«La Grecia resterebbe per decenni altamente esposta a shock fiscali e dipendente da aiuti finanziari».

Insomma, in ogni caso, si prospettano anni durissimi. E non solo per la Grecia

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Citi: sta nascendo la “Draghinomics”, l’euro si indebolirà ancora

In un recente report pubblicato dagli specialisti di Citigroup è stato avanzato un interessante parallelo tra lo scenario economico giapponese e quello dell’eurozona. Mentre nel paese del Sol Levante è stato lanciato un mastodontico piano di qualitative & quantitative easing, noto come Abenomics, allo scopo di combattere la deflazione e di rilanciare la crescita, nell’eurozona Mario Draghi ha di recente annunciato un maxi-piano di stimolo monetario fatto di tassi a zero (addirittura su valori negativi il tasso sui depositi overnight) e operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate al credito (T-Ltro), anche qui con l’obiettivo di scongiurare il rischio deflazione e di rilanciare l’anemica crescita economica.

La banca americana ha bollato le recenti misure annunciate dal governatore della BCE con l’etichetta “Draghinomics”, sottolineando che appare sempre più evidente la configurazione di uno scenario giapponese per l’area euro. Gli analisti di Citi fanno notare che “la correlazione tra euro e azioni è diventata negativa”, per cui viene stimato un prolungato periodo di tempo nel quale sarà probabile assistere a una sovraperformance delle borse continentali e a una sottoperformance dell’euro sui mercati valutari. In pratica potrebbe ripetersi la stessa correlazione inversa tra yen e borsa di Tokyo, che tra fine 2012 e fine 2013 hanno viaggiato su binari diametralmente opposti con un listino azionario record e uno yen iper-svalutato.

Citi rileva che “le aggressive misure di allentamento annunciate a inizio giugno hanno spinto la correlazione tra l’indice dell’euro e l’EuroStoxx sotto quota zero”. L’istituto di credito statunitense ritiene che la politica monetaria della BCE è destinato a diventare ancor più accomodante in futuro, in quanto la crescita economica nell’eurozona dovrebbe restare fragile e l’inflazione su valori molto distanti dal target di medio periodo del 2% (attualmente siamo allo 0,5%). Citi non esclude quindi il lancio di un piano di quantitative easing, che dovrebbe così indebolire ulteriormente l’euro. La correlazione tra la moneta unica e l’indice azionario EuroStoxx dovrebbe diventare sempre più negativa.

L’euro presto non esisterà più secondo il Telegraph

In attesa delle prossime mosse della BCE, chiamata a un intervento deciso per dimostrare la volontà di combattere il rischio di deflazione nell’eurozona, e a pochi giorni dalla conclusione delle elezioni europee continua il dibattito sul destino dell’euro, che sui mercati internazionali si mantiene molto forte ma che allo stesso tempo viene snobbato da una buona fetta della popolazione continentale. La moneta unica è diventata così il capro espiatorio di tutti i mali che affliggono l’Europa ormai già da qualche anno: stagnazione/recessione, disoccupazione record, elevato indebitamento, dolorose misure di austerità. Sia a Bruxelles che a Francoforte sembra non ci sia tanta voglia di cambiare indirizzo alla politica monetaria e fiscale nel Vecchio Continente, dove però il malcontento popolare sta raggiungendo i suoi massimi storici.

L’euro-scetticismo sta però dilagando e secondo alcuni analisti, investitori, economisti e giornalisti di fama mondiale ciò potrebbe sancire uno storico pericoloso punto di rottura. La vittoria di Nile Farage nel Regno Unito, dove ha ottenuto il 27,5% dei voti, è un segnale chiaro del ripudio da parte dei britannici delle politiche di austerity imposte da Bruxelles. Farage vuole indire un referendum per uscire dall’Unione Europea e da qualche giorno è stato appoggiato anche dai conservatori, storicamente su posizioni più moderate. E che dire poi dell’affermazione del Front National di Marine Le Pen in Francia, che chiede subito l’uscita dall’euro e dalla stessa UE? L’Europa rischia seriamente di sgretolarsi se non sterza immediatamente dall’attuale linea di rigore di bilancio, che non contempla il problema della scarsa crescita e della disoccupazione record.

Nei paesi del Sud Europa, tranne che in Italia, si è assistito a un significativo aumento del consenso dei partiti euro-scettici. Nel Nord Europa hanno conquistato terreno i partiti che vogliono l’uscita dall’Europa. Secondo Ambrose Evans Pritchard, giornalista delTelegraph, le attese mosse della BCE non serviranno a risollevare l’economia nell’eurozona e presto l’intero continente ripiomberà in recessione, con i connotati di una profonda depressione. I popoli si stanno ribellando un po’ dappertutto, così alla finel’euro appare destinato a scomparire. Pritchard ritiene che, se proprio dovrà esserci una nuova crisi dell’euro, meglio che arrivi subito senza attendere ancora. Poi tra 50 anni gli storici dell’economia si chiederanno perché mai l’euro sia stato introdotto come moneta unica nel Vecchio Continente.

Uscita dall’euro: gravi danni per l’economia

Qualcuno vorrebbe far credere che la grave crisi che sta attraversando il nostro Paese è dovuta alla introduzione dell’euro e che il ritorno alla vecchia lira potrebbe risolvere tutti i problemi economici. 

In particolare ci si lamenta che l’Europa ci impone di mettere ordine nei nostri conti pubblici obbligandoci a mantenere il deficit del bilancio dello Stato entro il famoso limite del 3% del Pil e questo non ci consente, come fatto per decenni, di coprire il deficit cronico del bilancio statale con il ricorso sistematico all’indebitamento e anche con l’emissione di carta moneta senza alcun limite, come avvenuto nei decenni precedenti l’introduzione dell’euro. 

Questo modo di amministrare la cosa pubblica ha consentito agli italiani di godere per decenni di un tenore di vita superiore alle proprie possibilità, di avere un elevato numero di baby pensionati, di mantenere ancora oggi numerosi Enti inutili e di sostenere una spesa davvero esagerata per la pubblica amministrazione, compresi i trattamenti economici erogati ai nostri politici, di gran lunga superiori alla media europea. 

Di contro, il debito pubblico ha raggiunto cifre astronomiche, non più sostenibili dal nostro fragile sistema economico. Le ultime cifre parlano di un debito di 2.124 miliardi di euro a fronte del quale lo Stato deve pagare oltre 90 miliardi di euro di interessi ogni anno. È chiaro che si doveva intervenire prima per evitare di creare una situazione di così grave disagio economico e imporre il principio molto importante dell’obbligo del “pareggio di bilancio degli Enti pubblici”. 

Non è possibile pensare che si possa andare avanti all’infinito finanziando il deficit del bilancio dello Stato ricorrendo sistematicamente al debito e sprecando impunemente il denaro pubblico. Questo è un problema che va affrontato indipendentemente dal dettato europeo, se si vogliono creare le basi necessarie per la ripresa economica. 

Negli anni ’80 il Paese ha vissuto un periodo molto difficile, caratterizzato da un’inflazione intorno al 40% e con tassi bancari che superavano il 30% sui prestiti concessi. In quel periodo la lira si è svalutata pesantemente nei confronti delle valute degli altri Paesi. 

Nel 1980 un dollaro Usa costava 855 lire e un marco tedesco costava 470 lire. Nel 2001 il dollaro costava 2.170 lire e il marco 990 lire. 

A dicembre 1980 il tasso di remunerazione dei Bot a 6 mesi era del 17,13% e a dicembre 1981 del 21,62%. 

In quegli anni, per cercare di frenare la svalutazione della lira e limitare l’acquisto di valute straniere, sono stati posti in essere numerose limitazioni. Ad esempio il cittadino italiano che andava all’estero in vacanza oltre alle spese di viaggio e albergo, regolarmente documentate, poteva portare con sé valuta estera per un controvalore non superiore a lire 200.000. Per difendere la lira, in quel periodo era stato introdotto addirittura anche il divieto a carico delle squadre di calcio italiane di comprare calciatori stranieri. I benefici che si avevano dalla svalutazione che favorivano le esportazioni dei nostri prodotti all’estero, venivano vanificati dal continuo aumento delle materie prime comprate all’estero, in primo luogo il petrolio. 

Dobbiamo, purtroppo, prendere atto che l’introduzione dell’euro, unitamente alla globalizzazione dei mercati, hanno messo allo scoperto la fragilità della nostra economia, e la scarsa competitività del nostro apparato produttivo penalizzato anche da una burocrazia farraginosa, da infrastrutture inadeguate e da una imposizione fiscale molto alta. 

Sarebbe molto semplicistico attribuire i mali del nostro disagio economico all’introduzione dell’euro e pensare che abbandonando l’euro il nostro Paese possa risolvere tutti i problemi economici. 

Oggi l’uscita dall’euro sarebbe un disastro per l’Italia, forse riavremo gli stessi problemi vissuti negli anni ’80. 

• Ci sarebbe un assalto alla banche per ritirare i propri risparmi in euro ed evitare che gli stessi si tramutassero automaticamente in lire svalutate; 
• Ci sarebbe un’impennata dell’inflazione generata principalmente dai rincari delle materie importate dall’estero, in primo luogo il petrolio. Nei periodi di elevato tasso di inflazione ad essere maggiormente penalizzati sono i percettori di redditi fissi, dipendenti e pensionati, in quanto i salari e le pensioni si adeguano lentamente al maggiore costo della vita. E’ vero che la svalutazione della lira agevolerà le nostre esportazioni, ma l’effetto, come detto sopra, può essere in parte neutralizzato dai maggiori costi delle materie prime comprate all’estero e, inoltre, non è da escludere che gli altri paesi europei possano introdurre dei dazi per ostacolare le vendite dei nostri prodotti. 
• I tassi sugli interessi subiranno sicuramente un forte rialzo e ciò creerà un grosso problema in quanto lo Stato dovrà pagare somme di interessi sul debito pubblico di gran lunga superiori a quelli attuali e per coprire i maggiori esborsi non è escluso un inasprimento dell’imposizione fiscale. 
• Ci sarà da chiedersi quanti investitori stranieri saranno disposti a comprare poi i titoli si Stato espressi in lire italiane; i maggiori tassi di remunerazione non compenseranno il maggiore rischio Paese. 
• I tassi di interesse dei mutui stipulati a tasso variabile si potrebbero triplicare passando dall’attuale 5 – 5,50% ad oltre il 15%. 
• I debiti che le banche e le imprese hanno verso l’estero espressi in euro dovranno essere pagati con tale moneta e ciò metterà in gravi difficoltà i debitori che dovranno pagare con un euro che nel frattempo si sarà fortemente rivalutato nei confronti della lira. 
• Si può facilmente immaginare quanti risparmiatori cercheranno di portare all’estero i soldi per proteggerli dalla svalutazione della nuova lira. 

Uscire dall’euro per risollevare l’economia del Paese è un’illusione, i danni sarebbero di gran lunga superiori ai momentanei vantaggi. 

L’obiettivo da perseguire è quello di riformare le regole attuali, far pesare di più in Europa le esigenze dei Paesi ad economia debole e limitare l’attuale strapotere dei Paesi con un’economia più forte.

Joseph Stiglitz a gamba tesa sull’euro: ottimismo sconcertante, è una valuta instabile!

Joseph Stiglitz ha condannato l’attuale politica di Francoforte, fatta quasi esclusivamente di austerità, e ha affermato che l’euro è una moneta instabile.

flussi di denaro che continuano ad arrivare nell’area euro hanno gonfiato oltremodo borse e bond di un’area monetaria che fino all’estate del 2012 rischiava un clamoroso break-up, ovvero la disgregazione della moneta unica e il ritorno alle valute nazionali. L’Europa è diventata improvvisamente il luogo migliore per fare affari, ma anche per puntare con decisione sul ritorno della crescita e dell’occupazione. In realtà gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da una crescita inesistente (in molti casi c’è stata una profonda recessione), da una disoccupazione volata a livelli record, da consumi ridotti al lumicino e da redditi sempre più bassi.

Inoltre da qualche tempo aleggia sempre più con insistenza lo spettro della deflazione, che potrebbe mettere definitivamente in ginocchio l’unione monetaria europea soffocando sul nascere le velleità di tornare a crescere a buoni ritmi nei prossimi anni. Molti economisti di fama mondiale continuano a nutrire forti dubbi sulla stabilità dell’eurozona. Tra questi c’è anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, che qualche giorno fa ha espresso tutti i suoi timori sul futuro dell’euro. L’economista americano, intervenuto a Toronto a una riunione del “thin-tank” Cigi-Inet, ha dichiarato che l’ottimismo sull’euro è sconcertante e privo di qualsiasi fondamento.

Lo stesso ritorno della Grecia sui mercati dei capitali dopo 4 anni di assenza è stato reso possibile solo da sacrifici immani della popolazione ellenica, che ha dovuto sopportare misure di austerità molto dure per consentire al proprio governo di ottenere gli aiuti finanziari dalla troika (Ue-Bce-Fmi). Stiglitz ha ricordato poi che il pil di Atene è crollato del 25% negli anni di crisi. Inoltre ha spiegato che l’euro è una moneta instabile a partire dalle fondamenta, in quanto i paesi membri dell’Ue-18 non dispongono di risorse comuni e non esiste un’unione bancaria. In tutto questo la Germania continua a imporre severe misure di austerity, facendo emergere tra i popoli del Sud Europa pericolosi sentimenti anti-europei.

Secondo Stiglitz il ridimensionamento degli spread sovrani della periferia europea non dipende dal miglioramento dell’economia dell’area euro bensì dalla capacità di Mario Draghi di convincere i mercati che avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’euro. Ora il governatore della BCE ha anche promesso di voler acquistare asset per aumentare la liquidità nell’eurozona, nel caso in cui l’euro resterà troppo forte e la deflazione diventerà un pericolo sempre più concreto. I mercati potrebbero così mettere davvero alla prova il numero uno dell’Eurotower per testare le sue reali intenzioni.

Stiglitz aveva già condannato le politiche di austerità in Europa nel periodo di forte crisi di due anni fa, dichiarando addirittura che la fine dell’euro non sarebbe poi stata la fine del mondo. Per superare la crisi, ma soprattutto per rendere l’eurozona più stabile e sicura nel lungo termine, il premio Nobel ha da tempo suggerito di mettere in comune i debiti (lanciando gli eurobond), di creare un sistema finanziario unico europeo, di armonizzare le imposte e di cambiare il mandato della BCE, spostando così il focus dalla sola inflazione a una serie di variabili macro (prezzi, crescita, occupazione, finanza).

Se l’Italia uscisse dall’euro…

Se l’Italia uscisse dall’Euro quali conseguenze dovrebbero affrontare le banche italiane?

Negli ultimi mesi si parla molto di un’uscita dall’Euro come soluzione per l’Italia per uscire dalla crisi economica e guadagnare nuova competitività.

Purtroppo un’uscita dall’Euro con conseguente ritorno alla lira non sarebbe un’operazione priva di effetti dannosi, tanto da far valutare seriamente la permanenza nell’Euro come ipotesi preferibile.

Nei prossimi giorni pubblicherò una serie di articoli che illustreranno quelli che a mio parere sarebbe i 5 principali effetti negativi di un’uscita dall’Euro. Iniziamo oggi con il primo effetto negativo: lo shock sui rendimenti dei BTP.

Vendita massiccia dei BTP da parte degli investitori esteri e rialzo shock dei rendimenti su tutta la curva dei titoli di stato.
Perché? Perché l’Italia fuori dall’Euro non darebbe più garanzie ai nostri creditori esteri in quanto saremmo fuori dal programma OMT ( Outright Monetary Transactions) che Draghi ha avviato nel 2012 e che permette alla BCE di procedere ad acquisti illimitati di titoli del debito pubblico dei paesi appartenenti all’area Euro: acquisti che servono a difendere il valore dei bond dei Paesi sotto attacco da parte degli speculatori.

Se l’Italia fosse fuori dall’Euro il sistema bancario italiano non parteciperebbe nemmeno al programma di QE (quantitative easing) che sta per essere varato in questi giorni sempre dalla BCE, e che serve ad iniettare altra liquidità nel sistema, mediante acquisti a titolo definitivo di ABS (cartolarizzazioni di mutui e di finanziamenti vari di emanazione bancaria).

In poche parole se l’Italia uscisse dall’Euro non ci sarebbe più l’ombrello di protezione della BCE, i nostri BTP diventerebbero molto rischiosi perché associati ad un paese che ha un rapporto debito/PIL pari al 132% con bassi tassi crescita negli ultimi 20 anni e che sta (forse ) uscendo faticosamente da una recessione severa durata anni.

La banca d’Italia potrebbe fare ben poco per difendere i prezzi dei BTP e il cambio euro-lira oppure dollaro –lira, visto che dispone di riserve valutarie per 135 miliardi di euro di cui 100 in oro e 35 in divise estere.

Ripeto, le riserve sarebbero ben poca cosa, visto che il nostro debito pubblico espresso in titoli ammonta a oltre 1700 miliardi (mentre il debito allargato ammonta a 2090 miliardi). Intendiamoci, avere un alto rapporto debito/PIL non è un peccato mortale o un crimine: il Giappone ad esempio ha un rapporto debito/PIL superiore al 230% eppure nessuno si sogna un default del debito pubblico giapponese.

Il problema è un altro: l’allocazione geografica di questo debito. Il 98% circa del debito pubblico giapponese è detenuto dai giapponese mentre il 25% circa del debito pubblico italiano è detenuto da creditori esteri e solo il 75% è in mani italiane.

Ma il 25% di 1700 miliardi fa 425 miliardi. Una potenza di fuoco non da poco, anche se ridotta rispetto alle epoche passate, ma sufficiente per rendere l’Italia molto vulnerabile alle vendite.

E’ già successo lo ricordate? Era il 9 novembre 2011 e tutta la curva dei tassi italiana giaceva intorno al livello 7%. Berlusconi si sarebbe dimesso di lì a poco (12 novembre 2011 ) e le vendite “cash” ( cioè con titoli reali ) e quelle allo scoperto (prendendo in prestito i BTP solo per venderli a scopo speculativo) fioccavano nelle sale delle SIM e trading room delle banche italiane.

A questo si aggiungevano gli acquisiti di CDS sul debito italiano (credit default swap, coperture assicurative contro l’evento default) che fecero salire il costo delle coperture assicurative contro il “crack” dell’Italia a 595 punti base (ora siamo a 120 punti base).

Il mercato dei CDS e quello cash interagiscono fra di loro in questi momenti, amplificando gli effetti a vicenda e aumentando la volatilità. Tutto questo succedeva sulle paure di un’uscita dell’Italia dall’Euro, unica soluzione possibile per evitare il default.

Figuriamoci cosa succederebbe in seguito ad un reale atto d’imperio del Governo italiano di ritorno alla lira …

Orbene, stimare di quanto si innalzerebbe il rendimento dei nostri titoli di Stato, (escludendo, per il momento il finanziamento monetario del debito pubblico da parte di Bankitalia) in una situazione di uscita dall’Euro nei primi giorni del “big bang” finanziario è cosa difficilissima… ma possiamo stimare un ritorno dei rendimenti almeno tra il 7% e l’8% su tutta la curva ( ora i rendimenti tra l’ 1,90 per il 5 anni e il 3,20 per il 10 anni) ricreandosi così la situazione del novembre 2011 (se non peggio).

GRAFICO: Shift verso il basso della curva dei tassi governativa italiana dal nov 2011 al 7 aprile 2014

Continua l’analisi sui possibili effetti di un’uscita dell’Italia dall’Euro, in questo articolo ci occupiamo di cosa potrebbe accadere al sistema bancario italiano.

Pesanti perdite di bilancio per le banche italiane (e non), “credit crunch” dell’economia reale, code agli sportelli bancari per prelevare contante, crollo della borsa italiana .

Circa la metà del debito pubblico italiano (2.090 miliardi di euro) è detenuto dalle banche italiane .

Stiamo parlando di circa 1045 miliardi di BTP, CCT e BOT che riempiono i portafogli di proprietà delle istituzioni creditizie. Un ritorno dei rendimenti al livello di novembre 2011 (se non peggio ) implicherebbe pesanti svalutazioni di portafoglio cui sarebbe impossibile porre riparo per le banche poiché gli aumenti di capitale che sarebbero necessari per ripianare le perdite sarebbero talmente ingenti da costringere lo Stato italiano alla nazionalizzazione totale nel giro di pochi mesi, aumentando lo stock di debito pubblico ulteriormente.

Ma la nazionalizzazione richiederebbe mesi e i mercati non aspettano. Pensate a una banca che ha iscritto in bilancio il BTP 4.5% 2024 ad un rendimento medio del 3,4% (per esempio) cui corrisponde un prezzo di 109,50.

Se i tassi salissero, per fare un esempio, al 7,25% ( situazione del nov.2011) il prezzo del bond crollerebbe a 81,50. Il 25% di perdita secca immediata in conto capitale.

Pensate che Banca intesa, da sola, ha in portafoglio circa 97 miliardi di titoli di stato. Unicredit 45.8 miliardi. Svalutate del 20% medio, per ipotesi, il portafoglio titoli di Stato e otterrete, rispettivamente, una perdita di 19.4mld e di 9.2 mld per le due banche sopracitate.

Ma si svaluterebbero, per contagio anche tutti gli altri bond bancari e industriali in loro possesso e quindi quelle perdite sarebbero ancora maggiori in realtà. Anche le compagnie assicurative italiane sarebbero nella stessa situazione: Assicurazioni Generali ha 56.7 mld di euro di BTP in portafoglio e Unipol 32.4 mld. Pensate cosa succederebbe alla Borsa Italiana il cui listino e’ fatto principalmente da banche e assicurazioni … l’ FTSEMIB perderebbe il 10%-15% di valore in una settimana ( se non di piu’ ).

PRINCIPALI BANCHE E ASSICURAZIONI DETENTRICI DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

Qualcuno dirà “sono problemi della banche, non nostri”. Non è così perché l’economia industriale italiana e quella delle famiglie è totalmente dipendente dalle banche e l’ingresso nell’area default di molte istituzioni creditizie (per le perdite in conto capitale su menzionate) provocherebbe un “credit crunch” di dimensioni imponenti, altro che difficoltà di erogazione prestiti come quelle attuali…

Niente più mutui, niente prestiti personali, niente più linee di fido alle imprese, né alle amministrazioni locali, e quindi difficoltà per pagare gli stipendi agli operai, ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, degli ospedali, delle scuole, ecc. sino all’intervento della banca d’Italia a garantire liquidità immediata alle banche (ma ci vorrebbero settimane prima di una normalizzazione).

Oltre a ciò vanno aggiunte, naturalmente, le file agli sportelli dei correntisti in attesa di ritirare tutto il contante depositato. Denaro che le banche non sarebbero in grado di erogare, perché la liquidità effettiva delle banche è una piccola parte rispetto alla consistenza reale dei depositi.

Ricordate le code degli inglesi davanti alle filiali della banca londinese Northern Rock nel settembre 2007, agli albori della crisi dei Sub-Prime? Non sarebbe la stessa cosa da noi qui in italia, nel panico generale di una crisi di liquidità delle banche che telegiornali e quotidiani saprebbero amplificare a dovere?

E a ben poco servirebbe l’intervento del fondo interbancario per la tutela dei depositi che, come sappiamo, copre solo i depositi sino a 100.000 euro.

A questo punto la prima obiezione ad un siffatto scenario sarebbe “ma Bankitalia potrebbe intervenire subito stampando moneta , cioè garantendo credito illimitato alle banche”. Vero.

Ma avete voi un’ idea di quale inflazione assalirebbe l’ economia italiana in una situazione del genere? Senza escludere l’ipotesi che Bankitalia potrebbe essere indotta ad una “monetizzazione del debito pubblico italiano” comprando lei sul mercato primario i titoli emessi dal Tesoro, titoli che avrebbero difficoltà ad essere collocati, anche se a tassi progressivamente crescenti… potremmo avere in poco tempo un’inflazione stile anni 80, cioè 10% oppure 15%, grazie ad un effetto combinato anche dell’inflazione importata di cui parlerò nei prossimi articoli.