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Ecco le 4 banche italiane a rischio secondo l’UE

Bocciatura impietosa per MPS e Carige; anche MPS e BPM tra quelle col cartellino rosso.

L’Unione Europea ha acceso i fari sulle banche dell’Eurozona per verificare il loro grado di solidità e affidabilità sul mercato.

Circa il 33% degli istituti di credito europei he non hanno superato il test dei bilanci – condotto dalla Banca Centrale Europea dallo scorso 31 dicembre – sono italiane. Delle 13 banche, infatti, bocciate da Francoforte, ben 4 sono italiane. Per loro, ora, si aprono le porte della vigilanza da parte della BCE a partire dal 4 novembre, oltre alla necessità di un aumento di capitale.

Si tratta di Monte Paschi di Siena, che dovrà raccogliere 2,11 miliardi di euro, Carige (810 milioni), BPM, Banca Popolare di Milano (170 milioni) e Banca Popolare di Vicenza (220 milioni).

La Bce ha passato al setaccio i conti di ben 130 banche dell’eurozona dallo scorso anno. Le voci di corridoio parlavano di 25 banche bocciate, di cui 9 italiane (le altre incluse nell’elenco, circolato stamane sui principali rotocalchi, erano  Veneto Banca, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare dell’Emilia-Romagna). Si sono però salvate “per il rotto della cuffia” grazie ad alcuni interventi approvati nel corso del 2104 con aumenti di capitale per 15 miliardi di euro, riportandolo sopra la soglia dell’8% dell’attivo ponderato per il rischio fissato dall’esercizio.

Insomma, una situazione non certo rosea neanche per quei soggetti – le banche, appunto – alla cui lobby molti imputano la rovina dell’Italia.

Tra le promosse ci sono invece Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mediobanca, Credem, Iccrea e Ubi.

La ragione per cui è scattata l’ammonizione sulle italiane è banale: l’analisi della Bce si basa infatti sull’analisi dei bilanci al 31 dicembre 2013, quando ancora molti istituti, soprattutto di natura popolare, non avevano varato l’ondata di aumenti di capitale (oltre 10 miliardi di euro) con cui hanno rafforzato i loro patrimoni.

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Citi: sta nascendo la “Draghinomics”, l’euro si indebolirà ancora

In un recente report pubblicato dagli specialisti di Citigroup è stato avanzato un interessante parallelo tra lo scenario economico giapponese e quello dell’eurozona. Mentre nel paese del Sol Levante è stato lanciato un mastodontico piano di qualitative & quantitative easing, noto come Abenomics, allo scopo di combattere la deflazione e di rilanciare la crescita, nell’eurozona Mario Draghi ha di recente annunciato un maxi-piano di stimolo monetario fatto di tassi a zero (addirittura su valori negativi il tasso sui depositi overnight) e operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate al credito (T-Ltro), anche qui con l’obiettivo di scongiurare il rischio deflazione e di rilanciare l’anemica crescita economica.

La banca americana ha bollato le recenti misure annunciate dal governatore della BCE con l’etichetta “Draghinomics”, sottolineando che appare sempre più evidente la configurazione di uno scenario giapponese per l’area euro. Gli analisti di Citi fanno notare che “la correlazione tra euro e azioni è diventata negativa”, per cui viene stimato un prolungato periodo di tempo nel quale sarà probabile assistere a una sovraperformance delle borse continentali e a una sottoperformance dell’euro sui mercati valutari. In pratica potrebbe ripetersi la stessa correlazione inversa tra yen e borsa di Tokyo, che tra fine 2012 e fine 2013 hanno viaggiato su binari diametralmente opposti con un listino azionario record e uno yen iper-svalutato.

Citi rileva che “le aggressive misure di allentamento annunciate a inizio giugno hanno spinto la correlazione tra l’indice dell’euro e l’EuroStoxx sotto quota zero”. L’istituto di credito statunitense ritiene che la politica monetaria della BCE è destinato a diventare ancor più accomodante in futuro, in quanto la crescita economica nell’eurozona dovrebbe restare fragile e l’inflazione su valori molto distanti dal target di medio periodo del 2% (attualmente siamo allo 0,5%). Citi non esclude quindi il lancio di un piano di quantitative easing, che dovrebbe così indebolire ulteriormente l’euro. La correlazione tra la moneta unica e l’indice azionario EuroStoxx dovrebbe diventare sempre più negativa.

L’euro presto non esisterà più secondo il Telegraph

In attesa delle prossime mosse della BCE, chiamata a un intervento deciso per dimostrare la volontà di combattere il rischio di deflazione nell’eurozona, e a pochi giorni dalla conclusione delle elezioni europee continua il dibattito sul destino dell’euro, che sui mercati internazionali si mantiene molto forte ma che allo stesso tempo viene snobbato da una buona fetta della popolazione continentale. La moneta unica è diventata così il capro espiatorio di tutti i mali che affliggono l’Europa ormai già da qualche anno: stagnazione/recessione, disoccupazione record, elevato indebitamento, dolorose misure di austerità. Sia a Bruxelles che a Francoforte sembra non ci sia tanta voglia di cambiare indirizzo alla politica monetaria e fiscale nel Vecchio Continente, dove però il malcontento popolare sta raggiungendo i suoi massimi storici.

L’euro-scetticismo sta però dilagando e secondo alcuni analisti, investitori, economisti e giornalisti di fama mondiale ciò potrebbe sancire uno storico pericoloso punto di rottura. La vittoria di Nile Farage nel Regno Unito, dove ha ottenuto il 27,5% dei voti, è un segnale chiaro del ripudio da parte dei britannici delle politiche di austerity imposte da Bruxelles. Farage vuole indire un referendum per uscire dall’Unione Europea e da qualche giorno è stato appoggiato anche dai conservatori, storicamente su posizioni più moderate. E che dire poi dell’affermazione del Front National di Marine Le Pen in Francia, che chiede subito l’uscita dall’euro e dalla stessa UE? L’Europa rischia seriamente di sgretolarsi se non sterza immediatamente dall’attuale linea di rigore di bilancio, che non contempla il problema della scarsa crescita e della disoccupazione record.

Nei paesi del Sud Europa, tranne che in Italia, si è assistito a un significativo aumento del consenso dei partiti euro-scettici. Nel Nord Europa hanno conquistato terreno i partiti che vogliono l’uscita dall’Europa. Secondo Ambrose Evans Pritchard, giornalista delTelegraph, le attese mosse della BCE non serviranno a risollevare l’economia nell’eurozona e presto l’intero continente ripiomberà in recessione, con i connotati di una profonda depressione. I popoli si stanno ribellando un po’ dappertutto, così alla finel’euro appare destinato a scomparire. Pritchard ritiene che, se proprio dovrà esserci una nuova crisi dell’euro, meglio che arrivi subito senza attendere ancora. Poi tra 50 anni gli storici dell’economia si chiederanno perché mai l’euro sia stato introdotto come moneta unica nel Vecchio Continente.

Europa, è allarme deflazione

Ma che cos’è e quali sono le conseguenze per l’Italia?

I giornali di tutto il mondo oggi non parlano d’altro che di deflazione. L’Europa è nuovamente a rischio e l’Italia è una delle Nazioni più coinvolte nel problema.

A lanciare l’allarme è l’Eurostat, secondo cui nel mese di marzo l’inflazione sarebbe scesa allo 0,5%, un livello bassissimo che non si vedeva dal 2009. Addirittura, fanno sapere gli esperti, solo nel corso della Grande recessione il costo della vita era stato più lento.

Il punto fondamentale è che l’attuale strategia economica europea si basa su un’inflazione media annua pari all’1%, il che significa che per mantenere gli obiettivi il vecchio continente dovrà mantenere l’inflazione all’1,1% da qui a dicembre, un risultato tutt’altro che semplice da raggiungere considerando che la Spagna si trova già in piena deflazione (-0,2% a marzo), mentre i tassi di Italia (+0,4% da +0,5% di febbraio) e Germania (+0,9% da 1%) continuano a scendere.

L’attenzione quindi adesso si concentra nuovamente su Mario Draghi e sulle decisioni che la Banca Centrale Europea prenderà nei prossimi mesi per evitare che il Continente crolli nuovamente in quella recessione dalla quale sta cercando disperatamente di uscire.

Ma per capire meglio cosa sta succedendo nell’Eurozona occorre sapere cos’è la deflazione, quali sono le sue cause, ma soprattutto quali potrebbero essere le conseguenze per l’Italia e per gli altri Stati membri.

Deflazione, che cos’è?
La deflazione consiste in un calo generale dei prezzi di beni e servizi e si oppone all’inflazione che invece è il fenomeno che ne causa l’aumento, ma è anche diversa dalla disinflazione che rappresenta un rallentamento del tasso d’inflazione.

I consumatori di tutto il mondo a questo punto si chiederanno perché dovrebbe essere un male. Lo è perché, se non viene combattuta con le dovute misure economiche, essa innesca una spirale recessiva difficile da contrastare.

Le prime vittime della deflazione sono infatti le imprese che, guadagnando meno, hanno sempre meno liquidità. L’inferiore liquidità porta a ridurre i costi di produzione, ma anche e soprattutto il costo del lavoro.

Le seconde vittime sono dunque i lavoratori, poiché senza assunzioni e con nuovi esuberi, aumenta il tasso di disoccupazione (che oggi in Italia ha raggiunto il 13%, livello più alto dal 1977). Non avendo un lavoro, i cittadini non hanno soldi da spendere e la domanda si riduce ulteriormente, causando altri cali e altri licenziamenti.
Insomma, un vero e proprio circolo vizioso che rischia di mettere in ginocchio l’economia di un Paese.

L’Europa a rischio deflazione
L’Europa attualmente si troverebbe in una situazione di disinflazioneche, come abbiamo detto in precedenza, è un rallentamento dell’inflazione causata da un decremento del suo tasso.

Sulla situazione attuale incide senza dubbio la flessione dei prezzi dell’Energia, in ribasso del 2,1% annuo. Ma a ben guardare, il panorama generale non mostra dati incoraggianti: l’indice dei prezzi è in rialzo solo dello 0,8%, i prezzi dei prodotti industriali sono saliti dello 0,3% mentre quelli dei servizi sono aumentati dell’1,1% (1,3%) a febbraio. Incrementi troppo bassi che mostrano un quadro a dir poco allarmante.

Deflazione, le conseguenze per l’Italia
Volete sapere qual è il rischio per l’Italia? Ve ne diciamo una su tutte.
Se non si riuscirà a porre un freno alla deflazione, il nostro Paese si troverà costretto a reperire con urgenza nuove risorse per rispettare i parametri del Fiscal Compact. 10-15 miliardi l’anno che ovviamente non ci sono. E cosa fa il Governo quando non ha soldi? Impone nuove tasse e taglia la spesa. L’Italia ha più volte dimostrano di non essere brava nella seconda ipotesi, ma sulla prima è una Nazione difficile da battere.

Per non parlare del debito pubblico italiano. Come spiega Federico Rubini su Repubblica, infatti:

Il caso del debito pubblico italiano è probabilmente quello più rilevante. Ogni anno il Tesoro emette oltre 450 miliardi di nuovi bond per finanziarsi, pagando in media un interesse vicino a quello di un Btp a cinque anni. Il rendimento di quel titolo è sceso, dal 2,8% di un anno fa all’1,9% di ieri sera. Nel frattempo però l’inflazione è scesa di più, dunque il costo di ogni euro di nuovo debito pubblico dell’Italia sale in termini reali anche quando lo spread fra Bund tedeschi e Btp scende. Per ogni euro degli oltre duemila miliardi di vecchio debito pubblico l’onere da bassa inflazione poi è ancora più forte, perché i tassi d’interesse sui vecchi titoli sono più alti. In queste condizioni il debito pubblico non scenderà mai.

Il pericolo è alto e reale. Basti pensare che un anno fa l’inflazione europea era pari all’1,7%, mentre oggi ci troviamo allo 0,5%, uno dei cali più bruschi che si sia visto dal Secondo Dopoguerra.

Mentre in Italia stiamo intorno allo 0,4% cinque Paesi dell’Eurozona si trovano già in deflazione: Slovacchia, Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna.

Deflazione, le risposte della BCE
In questo frangente Mario Draghi dovrà tenere in considerazione due parametri:

  1. Il primo riguarda le aspettative sull’inflazione. Per la Banca Centrale l’obiettivo a lungo termine rimane fisso intorno al 2%. Il problema è valutare se la flessione degli ultimi mesi possa incidere sulle previsioni ad ampio spettro temporale, ridimensionando le aspettative. Se così fosse, bisognerà prendere delle misure serie per evitare che dall’attuale disinflazione si passi ad una deflazione vera e propria.
  2. In secondo luogo bisogna cercare di capire se questo rallentamento possa minare ulteriormente l’equilibrio e la ripresa dell’Eurozona. Normalmente, il compito di svalutare il cambio viene svolto da prezzi e salari, che rallentando nei paesi più deboli e accelerando in quelli in ripresa. Il problema è che attualmente sembrano non esserci i margini per adottare provvedimenti del genere.

Molti si aspettano che giovedì la BCE decida di non fare nulla, continuando la sua opera di controllo senza però intervenire sui tassi e aspettando di vedere se la situazione migliora. Speriamo solo, che semmai si troverà ad agire, non sarà troppo tardi.

Made in Italy in crescita: Ecco i bilanci di Cucinelli, Ferragamo e Tod’s

Nonostante la crisi mondiale e la recessione dell’Eurozona il Made in Italy continua a crescere. Le difficoltà a livello macroeconomico restano, ma l’andamento di alcune aziende che puntano sulle bellezze italiane mostrano come ci sia spazio di crescita e rilancio sul mercato italiano e non solo.

Cucinelli, Ferragamo e Tod’s, le tre eccellenze quotate a Piazza Affari, hanno approvato i bilanci 2013. Cucinelli ha registrato un livello di crescita superiore rispetto ai suoi colleghi del made in Italy; Tod’s si afferma come migliore gestione del circolante e Ferragamo registra un importante incremento degli utili, superiore agli altri.

La crescita mondiale del comparto del lusso è certamente in flessione, ma i numeri del made in Italy fanno ben sperare. A piazza Affari premiato Ferragamo che vanta una capitalizzazione di 3,8 miliardi; seguito sa Tod’s che vale 3 miliardi; e infine, Cucinelli, la new entry della borsa che comunque vale già 1,3 miliardi.

Cucinelli
Cucinelli, il re del cachemire, ha chiuso il 2013 in crescita rispetto al 2012: un utile netto a 29,6 milioni, +10,9%, un Ebitda di 58,2 milioni, +18,5% e ricavi netti per 322,5 milioni, +15,5%.

In una nota del gruppo si informa che l’assemblea ha proposto al Cda del gruppo un dividendo di 0,11 euro per azione. Cucinelli, approvando i dati di bilancio 2013, segnala anche la forte crescita del business all’estero: +21,4%, che rappresenta il 79,3% dei ricavi totali. Ecco le percentuali per Stato: Usa +23,2%, Europa +20%, Greater China +52,5%, resto del mondo +5,7%. Unico neo l’Italia che registra un -2,9%, pari al 20,7% dei ricavi.

Cucinelli ha chiuso in rialzo ieri a Piazza Affari dopo la diffusione dei dati di bilancio 2013 e la promozione da “underperform” a “neutral” stabilita da Mediobanca Securities.

Ferragamo
Positivi anche i dati di bilancio di Ferragamo che segna un +43% sul 2012. La società ha archiviato il 2013 con un utile netto di gruppo pari a 150 milioni di euro. I ricavi sono stati di 1.258 milioni di euro, +9% sul 2012 a tassi di cambio correnti, l’ebitda di 260 milioni, +14% sul 2012, l’ebit di 219 milioni, +13% sull’anno precedente, con l’utile ante imposte a 221 milioni, +17%.

In flessione l’indebitamento finanziario che passa dai 58 milioni di euro del 2012 ai 33 milioni di euro di fine 2013. In aumento anche il valore del dividendo: il cda ha proposto la distribuzione di un dividendo di 0,40 euro per azione ordinaria, il 21% in più rispetto al 2012.

Inoltre, conclude la nota di Ferragamo, “per quanto riguarda l’anno in corso, l’andamento del business nei primi mesi dell’anno conferma, in assenza di particolari turbative di mercato, un’aspettativa di ulteriore crescita”.

Tod’s
Tod’s, l’azienda multimarca di Diego Della Valle, ha risentito della recessione italiana, dal momento che due dei suoi brand principali, ovvero Hodan e Fay’s hanno una notorietà soprattutto locale.

Tod’s infatti registra un utile netto in calo dell’8% rispetto al 2012, ma conferma le stime di crescita per il 2014 e la cedola agli azionisti. L’azienda archivia il 2013 con un utile netto a 133,8 milioni nel 2013, contro i 145,46 dell’esercizio 2012. Nell’esercizio scorso l’Ebitda ha registrato una flessione del 5,5% attestandosi a 236,3 milioni dai 250 milioni dell’anno precedente, a fronte di un fatturato stabile a 967,5 milioni di euro.

A incidere sulla redditività, a fronte di un fatturato che segna un +5%, sono l’aumento delle spese per gli affitti e l’incremento del costo del lavoro a 151,7 milioni di euro.

l consiglio di amministrazione ha comunque deciso di proporre all’assemblea la distribuzione di un dividendo per azione pari a 2,70 euro, uguale a quello dello scorso esercizio, che corrisponde ad un pay-out sull’utile del 61,8%, in crescita rispetto all’anno precedente. Lo stacco della cedola avverrà il 19 maggio con pagamento il 22 maggio.

Della Valle commenta così l’approvazione del bilancio 2013: “Considerato che il gruppo dispone, comunque, di tutte le risorse necessarie per continuare ad investire nello sviluppo dei marchi e nel rafforzamento della struttura distributiva e produttiva, proporremo all’assemblea di confermare il dividendo dello scorso esercizio”.

Il presidente di Tod’s sottolinea inoltre che “continua il forte apprezzamento dei clienti per la qualità ed esclusività dei nostri marchi e dei nostri prodotti, come confermato dagli ottimi riscontri delle collezioni autunno/inverno, presentate di recente a Milano. Si stanno nel frattempo completando i lavori di costruzione del nuovo stabilimento produttivo in Italia, che servirà per soddisfare la prevista crescita della domanda”. A conferma dell’impegno del gruppo Tod’s per il sociale, conclude Della Valle, “anche quest’anno proporremo all’assemblea di destinare l’1% dell’utile ad iniziative di solidarietà, da noi considerate molto importanti”.