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Europa, è allarme deflazione

Ma che cos’è e quali sono le conseguenze per l’Italia?

I giornali di tutto il mondo oggi non parlano d’altro che di deflazione. L’Europa è nuovamente a rischio e l’Italia è una delle Nazioni più coinvolte nel problema.

A lanciare l’allarme è l’Eurostat, secondo cui nel mese di marzo l’inflazione sarebbe scesa allo 0,5%, un livello bassissimo che non si vedeva dal 2009. Addirittura, fanno sapere gli esperti, solo nel corso della Grande recessione il costo della vita era stato più lento.

Il punto fondamentale è che l’attuale strategia economica europea si basa su un’inflazione media annua pari all’1%, il che significa che per mantenere gli obiettivi il vecchio continente dovrà mantenere l’inflazione all’1,1% da qui a dicembre, un risultato tutt’altro che semplice da raggiungere considerando che la Spagna si trova già in piena deflazione (-0,2% a marzo), mentre i tassi di Italia (+0,4% da +0,5% di febbraio) e Germania (+0,9% da 1%) continuano a scendere.

L’attenzione quindi adesso si concentra nuovamente su Mario Draghi e sulle decisioni che la Banca Centrale Europea prenderà nei prossimi mesi per evitare che il Continente crolli nuovamente in quella recessione dalla quale sta cercando disperatamente di uscire.

Ma per capire meglio cosa sta succedendo nell’Eurozona occorre sapere cos’è la deflazione, quali sono le sue cause, ma soprattutto quali potrebbero essere le conseguenze per l’Italia e per gli altri Stati membri.

Deflazione, che cos’è?
La deflazione consiste in un calo generale dei prezzi di beni e servizi e si oppone all’inflazione che invece è il fenomeno che ne causa l’aumento, ma è anche diversa dalla disinflazione che rappresenta un rallentamento del tasso d’inflazione.

I consumatori di tutto il mondo a questo punto si chiederanno perché dovrebbe essere un male. Lo è perché, se non viene combattuta con le dovute misure economiche, essa innesca una spirale recessiva difficile da contrastare.

Le prime vittime della deflazione sono infatti le imprese che, guadagnando meno, hanno sempre meno liquidità. L’inferiore liquidità porta a ridurre i costi di produzione, ma anche e soprattutto il costo del lavoro.

Le seconde vittime sono dunque i lavoratori, poiché senza assunzioni e con nuovi esuberi, aumenta il tasso di disoccupazione (che oggi in Italia ha raggiunto il 13%, livello più alto dal 1977). Non avendo un lavoro, i cittadini non hanno soldi da spendere e la domanda si riduce ulteriormente, causando altri cali e altri licenziamenti.
Insomma, un vero e proprio circolo vizioso che rischia di mettere in ginocchio l’economia di un Paese.

L’Europa a rischio deflazione
L’Europa attualmente si troverebbe in una situazione di disinflazioneche, come abbiamo detto in precedenza, è un rallentamento dell’inflazione causata da un decremento del suo tasso.

Sulla situazione attuale incide senza dubbio la flessione dei prezzi dell’Energia, in ribasso del 2,1% annuo. Ma a ben guardare, il panorama generale non mostra dati incoraggianti: l’indice dei prezzi è in rialzo solo dello 0,8%, i prezzi dei prodotti industriali sono saliti dello 0,3% mentre quelli dei servizi sono aumentati dell’1,1% (1,3%) a febbraio. Incrementi troppo bassi che mostrano un quadro a dir poco allarmante.

Deflazione, le conseguenze per l’Italia
Volete sapere qual è il rischio per l’Italia? Ve ne diciamo una su tutte.
Se non si riuscirà a porre un freno alla deflazione, il nostro Paese si troverà costretto a reperire con urgenza nuove risorse per rispettare i parametri del Fiscal Compact. 10-15 miliardi l’anno che ovviamente non ci sono. E cosa fa il Governo quando non ha soldi? Impone nuove tasse e taglia la spesa. L’Italia ha più volte dimostrano di non essere brava nella seconda ipotesi, ma sulla prima è una Nazione difficile da battere.

Per non parlare del debito pubblico italiano. Come spiega Federico Rubini su Repubblica, infatti:

Il caso del debito pubblico italiano è probabilmente quello più rilevante. Ogni anno il Tesoro emette oltre 450 miliardi di nuovi bond per finanziarsi, pagando in media un interesse vicino a quello di un Btp a cinque anni. Il rendimento di quel titolo è sceso, dal 2,8% di un anno fa all’1,9% di ieri sera. Nel frattempo però l’inflazione è scesa di più, dunque il costo di ogni euro di nuovo debito pubblico dell’Italia sale in termini reali anche quando lo spread fra Bund tedeschi e Btp scende. Per ogni euro degli oltre duemila miliardi di vecchio debito pubblico l’onere da bassa inflazione poi è ancora più forte, perché i tassi d’interesse sui vecchi titoli sono più alti. In queste condizioni il debito pubblico non scenderà mai.

Il pericolo è alto e reale. Basti pensare che un anno fa l’inflazione europea era pari all’1,7%, mentre oggi ci troviamo allo 0,5%, uno dei cali più bruschi che si sia visto dal Secondo Dopoguerra.

Mentre in Italia stiamo intorno allo 0,4% cinque Paesi dell’Eurozona si trovano già in deflazione: Slovacchia, Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna.

Deflazione, le risposte della BCE
In questo frangente Mario Draghi dovrà tenere in considerazione due parametri:

  1. Il primo riguarda le aspettative sull’inflazione. Per la Banca Centrale l’obiettivo a lungo termine rimane fisso intorno al 2%. Il problema è valutare se la flessione degli ultimi mesi possa incidere sulle previsioni ad ampio spettro temporale, ridimensionando le aspettative. Se così fosse, bisognerà prendere delle misure serie per evitare che dall’attuale disinflazione si passi ad una deflazione vera e propria.
  2. In secondo luogo bisogna cercare di capire se questo rallentamento possa minare ulteriormente l’equilibrio e la ripresa dell’Eurozona. Normalmente, il compito di svalutare il cambio viene svolto da prezzi e salari, che rallentando nei paesi più deboli e accelerando in quelli in ripresa. Il problema è che attualmente sembrano non esserci i margini per adottare provvedimenti del genere.

Molti si aspettano che giovedì la BCE decida di non fare nulla, continuando la sua opera di controllo senza però intervenire sui tassi e aspettando di vedere se la situazione migliora. Speriamo solo, che semmai si troverà ad agire, non sarà troppo tardi.

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Durc telematico. È la svolta buona?

Acquisizione e consultazione online: il “Jobs act” accende i motori al Durc

Premessa – Smaterializzare il rilascio del Durc. È questo uno degli obiettivi principali che la squadra del Governo Renzi ha inserito nel decreto legge, recante “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”, più comunemente conosciuto con il nome di “Jobs act”. L’intervento, di massima urgenza, intende quindi venire a capo di uno dei problemi mai risolti della burocrazia, vale a dire l’acquisizione del documento unico di regolarità amministrativa.

Un problema mai risolto – Più volte i precedenti Governi hanno cercato di adottare interventi normativi per trasferire la gestione del Durc in modalità informatica; purtroppo i risultati ottenuti sono stati pressoché deludenti. Basti pensare alle verifiche che le stazioni appaltanti sono chiamate a svolgere sulle autocertificazioni delle imprese; in tal caso, di telematico c’è solo la procedura. Procedura, tra l’altro, abbastanza lunga visto che le amministrazioni sono comunque chiamate a presentare una domanda, seppur in via telematica, e attendere che entro i successivi 30 giorni Inps, Inail o Cassa edile rispondano, sempre per via telematica.

La novità – Lo Jobs act, ora, intende mettere la parola fine a questo tormentoso procedimento burocratico, rendendolo più snello e pratico. Il decreto legge, approvato nell’ultimo consiglio dei ministri, affida l’attuazione a un apposito decreto attuativo – da adottare entro 60 giorni – e stabilisce che “chiunque vi abbia interesse verifica con modalità esclusivamente telematiche e in tempo reale la regolarità contributiva nei confronti dell’Inps, dell’Inail e, per le imprese tenute ad applicare i contratti del settore dell’edilizia, nei confronti delle Casse edili. L’esito dell’interrogazione ha validità di 120 giorni dalla data di acquisizione”. In questo modo, viene superata la vecchia procedura e non sarà più necessario chiedere e aspettare; infatti, basterà semplicemente consultare online i dati che riguarderanno “i pagamenti scaduti sino all’ultimo giorno del secondo mese antecedente a quello in cui la verifica è effettuata, a condizione che sia scaduto anche il termine di presentazione delle relative denunce retributive e comprende anche le posizioni dei lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto che operano nell’impresa”.
In termini pratici, basterà indicare il codice fiscale del soggetto da verificare per controllare la propria posizione contributiva. Tutto ciò avverrà tramite un’unica interrogazione telematica che agirà sugli archivi dell’Inps, dell’Inail e delle Casse edili, usufruendo della “cooperazione applicativa” dei software, per farli comunicare tra loro. Il decreto ministeriale attuativo, inoltre, stabilisce che dalla sua entrata in vigore non vi sarà più l’obbligo di verificare la sussistenza del requisito di ordine generale di cui all’articolo 38, comma 1, lettera i), del D.Lgs. n. 163/2006 presso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori. Altra novità introdotta è quella di acquisire il Durc, sempre con le nuove modalità, anche per le erogazioni di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari e vantaggi economici, di qualunque genere, sempre a partire dalla vigenza del decreto ministeriale attuativo.