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TFR con la paga

ecco come funzionerà. Irpef e modalità di pagamento.

Scatta l’Irpef ordinaria sul Tfr in busta paga e l’imposta sulle rivalutazioni sale dall’11 al 17%.

Ci sono numerose novità sull’operazione Tfr in busta paga. La prima, quella che ha suscitato le maggiori reazioni, riguarda il profilo fiscale.

Sulla retribuzione integrativa di chi opta per avere la liquidazione nel mensile scatterà la tassazione Irpef. Una scelta che, se confermata nel testo ufficiale che verrà trasmesso al Parlamento, farebbe crollare l’appeal della misura per i lavoratori con un reddito superiore ai 15 mila euro.

L’aliquota media attualmente applicata al Tfr è infatti compresa tra il 23 e il 26%, mentre l’Irpef sull’imponibile che supera i 15 mila euro parte dal 27% e cresce con gli scaglioni di reddito sulla nota curva delle aliquote fino al 43%.

Ne segue che più elevato è il reddito da lavoro meno è incentivata (fiscalmente) l’opzione del Tfr in busta.

A controbilanciare quest’aggravio ne arriva un altro di segno opposto: l’imposta sostitutiva sui redditi derivanti dalle rivalutazioni dei fondi per il trattamento di fine rapporto (ovvero sul maturato) passerà dall’11 al 17%.

A chiudere il quadro fiscale una clausola di salvaguardia che esclude il reddito aggiuntivo dal computo del tetto complessivo che garantisce il bonus Irpef da 80 euro, in vigore dal maggio scorso. Insomma, chi opterà per il Tfr in busta non perderà quel bonus.

Passando agli altri profili, l’operazione si conferma di carattere sperimentale, visto che sarà valida per le paghe comprese tra il marzo del 2015 e il giugno del 2018, e solo se il dipendente lo vorrà.

Sarà inoltre esclusivamente rivolta ai dipendenti privati (ma non i lavoratori domestici e agricoli) e nel caso di scelta della liquidazione in busta mese dopo mese non si potrà più cambiare idea fino a fine giugno 2018. Esclusi dall’iniziativa anche i dipendenti di aziende in crisi o con una procedura concorsuale aperta, mentre potranno optare per il Tfr in busta nei prossimi tre anni anche coloro che hanno già aderito a un fondo di previdenza integrativa.

Sulle modalità di pagamento del Tfr in busta paga si prevede per le imprese una doppia strada: versare direttamente l’ammontare del Tfr maturando ottenendo in cambio gli stessi benefici oggi previsti per i datori che versano il Tfr alle forme di previdenza complementare oppure optare per lo schema di accesso al credito bancario che verrà definito con un Dpcm (da adottare entro 30 giorni dal varo della legge di Stabilità) e con la convenzione Abi-Mef-Ministero del Lavoro. Per seguire questa seconda via il datore deve chiedere all’Inps la certificazione del Tfr maturato dei singoli lavoratori dopodiché potrà chiedere il previsto finanziamento bancario. Al momento del rimborso alla banca degli anticipi dovrà essere riconosciuto solo il tasso di rivalutazione della quota Tfr (ovvero l’1,5% più lo 0,75% annuo dell’indice di inflazione).

Per le piccole imprese (meno di 50 addetti) l’operazione sarà sostenuta da un Fondo di garanzia Inps che parte con una dote di 100 milioni e che verrà finanziato con un contributo datoriale dello 0,2%. In caso di insolvenza le banche si rivolgeranno a questo fondo a sua volta assistito dalla «garanzia di ultima istanza» dello Stato. Tutta l’attuazione del meccanismo è rinviata, come detto, a un decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Mentre l’Inps dovrà svolgere il ruolo di «certificazione dei Tfr» a budget invariato e senza contare su nuove risorse umane o strumentali.

Come il TFR in busta paga ti fregherà se non sei informato.

Lo Stato ci guadagnerà comunque: nuove imposte per i fondi pensione.

Mi conviene prendere subito il TFR o attendere la fine del rapporto di lavoro? Quanto sarò tassato nell’uno e nell’altro caso? Quanto prenderò di pensione se scelgo di mettere il Tfr in busta paga? E cosa accadrà se invece lo verso nel fondo pensione? E se invece decido di lasciarlo nei fondi pensione? Sono tante le domande che gli italiani si faranno nei prossimi giorni. E questo perché la legge scarica sul cittadino la scelta se avere subito il TFR oppure attendere la fine del rapporto di lavoro. In verità, per scegliere correttamente bisognerebbe avere informazioni chiare ed esaurienti: una campagna da far partire subito.

Senza campagna informativa su Tfr, tasse e pensione, molti persone opteranno per il Tfr in busta paga: della serie “pochi, maledetti e subito“. In quel caso a guadagnarci sarà di certo l’Erario visto che la liquidazione (lo dice la bozza della legge di Stabilità ) sarà tassata nella misura ordinaria; dal calcolo verrà escluso soltanto il bonus di 80 euro.

E allora che si fa? Anziché lasciare il TFR in azienda o prenderlo subito, lo si mette nei fondi pensione della previdenza complementare? Anche là c’è la fregatura, perché la legge di stabilità (un tempo si chiamava “Finanziaria”) prevede anche in quel caso l’incremento dall’11,5% al 20% delle tasse sui rendimenti dei fondi pensione.

Per quanto invece riguarda il TFR lasciato in azienda le imposte sono al 17%. Come detto, invece, per il Tfr versato in busta paga è prevista la tassazione ordinaria senza alcuna agevolazione fiscale.

Da segnalare che i titoli di Stato ed equiparati in cui hanno investito i fondi previdenziali, saranno tassati al 12,5% e non al 20% come accade per gli altri prodotti di risparmio.

Tutto da confermare ovviamente, in attesa della definitiva approvazione della legge di stabilità. Ma se le cose rimangono così, gli italiani non sono stati certamente informati delle conseguente circa le loro scelte. E a qualcuno correrà certo l’obbligo di farlo.

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Nuovo regime dei Minimi: limite a 65000 euro o 50 mila

Il nuovo regime dei minimi 2014 sarà rivisto nel limite massimo di ricavi o volume di affari che passerebbe da 30 mila a 65 mila euro rendendolo questa agevolazione fiscale uno strumento estremamente conveniente da utilizzare al fine dell’abbattimento delle tasse ed imposte da versare ai fini Irpef oltrechè delle semplificazioni in materia di gestione amministrativa e contabile. Qui vedremo quanto si risparmia con il nuovo regime fiscale super semplificato dei professionisti e da quando entrerà in vigore.

Quanto si risparmia con il nuovo regime dei minimi
In tal modo la tassazione agevolata al 5% , ripeto solo al cinque per cento, ai fini Irpef, su 64.999 euro porterebbe il contribuente a versare imposte al più per un una somma pari a 3.249,95 euro, lasciando nelle tasche del contribuente ben 61.749 euro

L’aliquota Irpef del regime dei minimi invece come oramai saprete è scesa dal 20% al 5% a titolo di imposta sostitutiva. La tassazione rispetto agli ordinari scaglioni di tassazione fiscale previsti per l’Irpef avrebbero dato luogo ad un prelievo erariale pari a 21 mila euro, consentendo un risparmio netto con il regime dei minimi di oltre 17 mila euro.

Quello che infatti inchiodava la prosecuzione di molte attività infatti  era poprio il limite del regime dei minimi di 30 mila euro massimo a cui aggiungerei anche il limite dei 15 mila euro sui beni strumentali, in quanto di fatto impedisce di dotarsi di alcune fondamentali dotazioni di macchinari o strumenti che potrebbero di fatto consentire la nascita di quella che potrebbe diventare una piccola impresa. Questo SI che è un vero risparmio in grado di far nascere nuove professioni, creare le base per nuovi posti di lavoro (anche se vi ricordo che non potrete assumere nel regime dei minimi pena la decadenza dall’agevolazione) aumentare le spese per consumi e per investimenti.

Da quando scatta il nuovo regime dei minimi: in attesa dell’entrata in vigore
L’Iter di approvaizone ha incassato l’OK da parte del Consiglio dell’Unione Europea che  ha autorizzato l’Italia a rinnovare fino al 2017 il regime dei contribuenti minimi. La palla ora passa al Parlamento che sono certo non si farà sfuggire l’occasione di godere di ampio consenso politivo portando questa fantastica notizia. Secondo me sta solo attendendo il momento giusto per godere del più ampio ritorno di immagine possibile in quanto se considerate le decine di migliaia di professionisti che si iscriveranno ed apriranno la partita Iva, capite bene quanto vale la posta in palio anche considerando questo unico aspetto.

Il regime è a tempo determinato
Essendo un regime fiscale che di fatto limita il prelievo dell’Iva nelle casse dello Stato l’applicazione è stata concessa ed autorizzata dalla Unione Europea ma solo per un ulteriore triennio e quindi fino al 31 dicembre 2016 per cui sarebbe il caso che il Parlamento si sbrigasse.

Dopo l’approvazione ovviamente dovranno anche essere chiariti i termini e le modalità di applicazione in vigenza del vecchio regime dei minimi per capire se coloro che hanno già aderito al vecchio potranno di fatto anche usufruire del nuovo limite prevista sul nuovo regime dei minimi e se potranno accedere anche quelli che hanno superato il limite in anni precedenti (non credo comunque se non quelli che lo hanno superato nell’anno in cui il parlamento eventualmente lo introdurrà).

Nuovo emendamento con il limite a 50 mila euro
In questo documento trovate il testo dell’emendamento presentato per innalzare il limite dei minimi fino a 50 mila euro. Parliamo dell’emendamento G/1058/16/6 (testo 2) – BELLOT, BITONCI: Il Senato, in sede di esame del disegno di legge n. 1058, recante delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita, valutato il provvedimento in discussione; considerato che una delle finalità principali del provvedimento è quella di sostenere ed incentivare la ripresa economica e che secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento delle Finanze, nel 2012, su tre partite Iva aperte, una rientra nel cosiddetto regime dei contribuenti minimi, il quale prevede una imposta forfetaria, che sostituisce Irpef e Irap, del 5 per cento per i primi 5 anni di attività (prima era del 20 per cento ma senza limiti temporali), né l’applicazione dell’IVA, né a debito né a credito (cioè scaricabile), obblighi contabili ridotti al minimo, esenzione dagli studi di settore e dalle comunicazione per lo spesometro; stimato che con la decisione 2013/678/UE dei Consiglio UE pubblicata nella gazzetta ufficiale europea n. L316 del 27/11/13, in deroga all’articolo 285 della direttiva 2006/112/CE, l’Italia è autorizzata a esentare dall’lVA i soggetti passivi il cui volume d’affari non superi i 65.000 euro annui; impegna il Governo a valutare l’opportunità di perfezionare il vigente regime fiscale dei minimi, adottando un regime di determinazione forfetaria delle imposte dirette e dell’IVA per i giovani di età inferiore ai trentacinque anni che intraprendono attività d’impresa o lavoro autonomo il cui volume d’affari annuale non ecceda i cinquantamila euro.

Scadenze fiscali luglio 2014

Scadenze fiscali luglio 2014, l’estate non sembra avere alcuna intenzione di risparmiare qualche patimento ai contribuenti italiani: a dirlo non siamo noi, ma il solito scadenziario pubblicato ogni mese dall’Agenzia delle Entrate, temutissimo documento che ogni italiano preferirebbe poter ignorare. Purtroppo così non è, ed ecco, quindi, riassunte le principali gabelle che a luglio ci ritroveremo – volenti o nolenti – ad affrontare.

1 luglio: Chi non ha optato per il regime della cedolare secca è chiamato al versamento dell’imposta di registro sui contratti stipulati o rinnovati al 1 giugno 2014.

7 luglio: Le persone fisiche titolari dipartita Iva e interessate dagli studi di settore dovranno pagare la cedolare secca (saldo 2013 e acconto 2014), senza però subire l’applicazione di alcun interesse. Stessi soggetti e stessa data per il saldo dell’Iva 2013 (con maggiorazione dello 0,40 per cento).

Il 7 luglio è la data in cui scatta anche l’Irpef: gli interessati dagli studi di settore potranno effettuare i versamenti in unica soluzione (saldo 2013 e acconto 2014), senza dover corrispondere interessi.

Sempre il 7 luglio è il turno delle temute addizionali: le persone fisiche interessate dagli studi di settore (con o senza partita Iva) dovranno fare i conti con l’addizionale regionale Irpef dovuta per il 2013; per quanto riguarda quella comunale, invece, si potrà effettuare il pagamento in unica soluzione o come prima rata (saldo 2013 e acconto 2014).

16 luglio: sempre in tema di Irpef, le persone fisiche titolari di partita Iva potranno versare la seconda rata (saldo per l’anno 2013 e primo acconto per l’anno 2014) con l’applicazione interessi pari allo 0,33 per cento. I non titolari di partiva Iva, invece, pagheranno, in un’unica soluzione o come prima rata, un’Irpef maggiorata dello 0,40 per cento.

Il 16 luglio è un giorno da segnare in rosso per tutti i soggetti Iva: è prevista, infatti, la liquidazione e il versamento dell’imposta sul valore aggiunto relativa al mese precedente, oltre che il pagamento della quinta rata dell’Iva relativa al 2012 (con relativa applicazione di interessi).

31 luglio: A fine mese coloro che non hanno optato per il regime della cedolare secca saranno tenuti a versare l’imposta di registro sui contratti di locazione e affitto stipulati o rinnovati al 1 luglio 2014. Stesso giorno per un adempimento un po’ diverso: la presentazione della richiesta di rimborso (o compensazione) del credito Iva trimestrale.

Per avere l’elenco completo di tutte le scadenze, dichiarazioni, comunicazioni e adempimenti in calendario il prossimo mese di luglio, ecco il link al documento completo pubblicato sul sito web dell’Agenzia delle Entrate.

Rottamazione cartelle: gli sconti previsti

Il caso – Rottamazione cartelle esattoriali. Quali interessi si possono evitare? 

L’analisi 
Come noto sono questi gli ultimi giorni per poter beneficiare della rottamazione delle cartelle. Salvo ulteriori proroghe, infatti, la definizione agevolata dei ruoli sarà possibile fino al 31 maggio. 

I contribuenti potranno beneficiare dello stralcio degli interessi passivi, sebbene sia da considerare che la singola tipologia di interessi oggetto dell’agevolazione varia a seconda di quelli che sono i tributi iscritti a ruolo. 

Infatti, mentre le entrate erariali come l’Irpef e l’Iva beneficiano integralmente dello stralcio degli interessi (quindi sia quelli di mora che quelli di ritardata iscrizione a ruolo), per le entrate non erariali come il bollo dell’auto e le multe per violazione al codice della strada l’agevolazione è limitata agli interessi di mora. 

A tal proposito merita di essere ricordato che: 
• gli interessi di ritardata iscrizione a ruolo sono rappresentati dagli importi che maturano dalla scadenza del termine previsto per il versamento dell’imposta fino alla data di consegna all’agente della riscossione dei ruoli; 
• gli interessi di mora sono costituiti dagli importi che maturano dalla data di notifica della cartella in caso di mancato pagamento delle somme entro i 60 giorni previsti. 

Sono invece espressamente escluse dalle disposizioni previste per la rottamazione delle cartelle le somme dovute per effetto di sentenze di condanna della Corte dei Conti, i contributi richiesti dagli enti previdenziali (Inps, Inail), i tributi locali non riscossi da Equitalia e le richieste di pagamento di enti diversi da quelli ammessi. 
In questi ultimi casi, pertanto, non sarà possibile beneficiare dell’abbattimento degli interessi. 

Va inoltre ricordato che sono comunque dovuti l’aggio, le spese di notifica e quelle per eventuali procedure attivate. 

La procedura 
In ogni caso, al fine di poter comprendere se è possibile beneficiare dell’agevolazione, nonché per definire le somme che sono effettivamente da corrispondere, si consiglia sempre di recarsi presso gli sportelli Equitalia al fine di richiedere l’estratto di ruolo e un conteggio delle somme per le quali è eventualmente necessario procedere con il pagamento. 

La somma dovuta dovrà essere versata, in un’unica soluzione, entro il 31 maggio 2014, mediante bollettino postale F35 o direttamente agli sportelli Equitalia. 

Qualora si preferisse la prima soluzione, si ricorda tuttavia che dovrà essere indicato tassativamente nel campo “Eseguito da” la dicitura “Definizione Ruoli – L.S. 2014”. 
Inoltre, per la corretta ricezione del pagamento, si consiglia di utilizzare un differente bollettino F35, completo di codice fiscale, per ciascuna delle cartelle/avvisi che si vuole pagare in forma agevolata 

Si ricorda, inoltre, che il pagamento effettuato sarà considerato definitivo e non sarà pertanto possibile richiedere il rimborso, anche nel caso in cui l’imposta risultasse successivamente non dovuta. 

Tale aspetto merita di essere sottolineato soprattutto con riferimento alle somme per le quali è pendente un contenzioso: l’eventuale pagamento integrale delle somme, in tal caso, comporta infatti l’estinzione del giudizio per cessata materia del contendere.

Equitalia, sanatoria cartelle prorogata al 31 maggio.

Tutte le informazioni per non sbagliare.

Le cartelle di Equitalia con la definizione agevolata potranno essere pagate fino al prossimo 31 maggio. A comunicarlo è proprio l’ente di riscossione, basandosi sulla legge n.68 del 2 maggio 2014.

Slitta al 31 ottobre 2014 (data precedente 30 giugno) il termine entro il quale il Fisco trasmetterà agli enti interessati la lista dei debitori che hanno provveduto al pagamento e informerà, tramite posta, dell’avvenuta estinzione del debito coloro che hanno provveduto ad effettuare correttamente il versamento.

La sospensione della riscossione dei debiti interessati dalla definizione agevolata infine, passa dal 15 aprile al 15 giugno 2014.

Pagamento
La Legge di Stabilità 2014 dà la possibilità ai contribuenti di pagare quanto dovuto in un’unica rata, per la quale non sono previsti né interessi di mora né interessi di ritardata iscrizione a ruolo, le cartelle e gli avvisi che Equitalia aveva il compito di riscuotere entro il 31 ottobre 2013.

Rientrano nel regime, a titolo esemplificativo, Irpef, Iva, bollo dell’auto e multe. Restano invece fuori le somme dovute per sentenze di condanna della Corte dei Conti, i contributi Inps e Inail, i tributi locali che non riguardano equitalia e le richieste d pagamento di enti diversi da quelli ammessi.

La definizione agevolata comprende cartelle e avvisi di accertamento esecutivi emessi per tutti i tributi di competenza delle Agenzie fiscali, degli Uffici Statali e degli Enti locali, affidati ad Equitalia alla data 31 ottobre 2013.

Definizione agevolata
Allo scopo di comprendere se i tributi contenuti nelle cartelle e negli avvisi rientrano nella definizione agevolata, i contribuenti dovranno visionare la propria situazione debitoria, verificare la data in cui i debiti sono stati affidati ad Equitalia ed infine il tipo di atto ricevuto. Per farlo sarà sufficiente accedere all’estratto di ruolo messo a disposizione dall’ente di riscossione.

Nel caso in cui il debito rientri nella definizione agevolata, il contribuente non dovrà pagare gli interessi di mora, né quelli riguardanti l’iscrizione ritardata a ruolo nel caso in cui la cartella sia stata emessa dall’Agenzia delle Entrate.

Come accedere?
Chi decide di optare per questa modalità dovrà pagare il debito, l’aggio e le spese di notifica. Entro il 31 ottobre l’ente di riscossione invierà tramite posta una comunicazione dell’avvenuto versamento ai contribuenti che avranno rispettato termini e condizioni previste.

Il pagamento può essere effettuato in tutti gli sportelli di Equitalia, negli uffici postali tramite bollettino F35, indicando nel campo «Eseguito da», i dati personali e la dicitura «Definizione Ruoli – L.S. 2014».

Cosa sono le deduzioni fiscali?

Tempo di dichiarazione dei redditi: meglio allora porre l’attenzione sulle deduzioni. Cerchiamo di capire cosa sono e qual è il loro funzionamento nel calcolo dell’imposta sulle persone fisiche.

L’attuale ordinamento tributario consente di poter dedurre dal proprio reddito complessivo l’importo di alcune spese sostenute per sè o per i familiari a carico.

Contrariamente a quanto avviene con le detrazioni la deduzione opera a monte nel calcolo dell’imposta, considerato che le spese deducibili saranno sottratte dal reddito prima della determinazione dell’Irpef.

In linea di massima (una delle eccezioni più note è quella derivate dalla presenza di contributi previdenziali nella busta paga del lavoratore, la cui “gestione” è demandata al datore di lavoro in qualità di sostituto di imposta), le deduzioni si ottengono in sede di dichiarazione dei redditi, presentando apposito modello Unico o 730.

Per le deduzioni vale inoltre il principio di cassa, per cui la deduzione competerà nello stesso periodo di imposta in cui la spesa è stata effettivamente sostenuta, indipendentemente da quello cui si riferisce.

Per quanto concerne la documentazione da utilizzare per poter fruire delle deduzioni, ricordiamo che nell’ipotesi di presentazione del modello 730 la stessa documentazione “accompagnatoria” dovrà essere fornita all’intermediario che sta curando la dichiarazione dei redditi (consulente, CAF, ecc.) mentre nell’ipotesi di compilazione del modello Unico andrà conservata, ed esibita solo su richiesta degli uffici finanziari.

Ma quali sono i principali oneri deducibili che è possibile inserire in dichiarazione dei redditi?

Tra i principali oneri deducibili ricordiamo anzitutto i già ricordati contributi previdenziali e assistenziali obbligatori e volontari, versati alla forma pensionistica obbligatoria di appartenenza, i contributi per la previdenza complementare fino al limite di 5.164,57 euro, i contributi Inps pagati per gli addetti ai servizi domestici e familiari fino a 1.549,37 euro, alcune tipologie di erogazioni liberali come quelle in favore del non profit (dalle Onlus alle associazioni di promozione sociale, passando per le fondazioni e le associazioni per la tutela dei beni storici), in favore delle istituzioni religiose e ancora nei confronti di università, enti di ricerca e organizzazioni non governative.

In aggiunta a quanto sopra, sono oneri deducibili anche gli assegni periodici corrisposti al coniuge in caso di separazione legale ed effettiva o di scioglimento o annullamento del matrimonio. Di contro, non sono deducibili gli importi che vengono destinati al mantenimento dei figli.

Infine, sono deducibili per l’intero importo dal proprio reddito le spese mediche generiche e quelle di assistenza specifica sostenute dai disabili e – limitatamente alla metà dell’importo complessivo – anche quelle che sono relative all’adozione di minori stranieri da parte dei genitori adottivi, ammesso che siano certificate dall’ente autorizzato che ha ricevuto l’incarico di curare la procedura di adozione.

Dichiarazioni dei redditi 2014: le detrazioni per i redditi bassi

Le detrazioni previste per i redditi bassi, per lavoratori dipendente e per i lavoratori soggetti a contratti a tempo determinato.

Scade il 31 Maggio 2014 il termine per la presentazione della Dichiarazione dei Redditi relativa al periodo d’imposta 2013. Per questo è opportuno conoscere tuttele indicazioni utili per la corretta compilazione della dichiarazione come anche le novità di quest’anno. Per quanto riguarda le detrazioni, ovvero le riduzioni della tassa (Irpef) dovuta, è opportuno considerare le particolari agevolazioni di cui godono le persone con un reddito basso.

Le tipologie di detrazioni
A seconda del tipo di reddito posseduto (lavoro dipendente, pensione, lavoro autonomo, impresa in contabilità semplificata e alcuni redditi diversi) sono concesse detrazioni Irpef (cioè riduzioni dall’imposta lorda) in misura decrescente man mano che il reddito aumenta, fino ad annullarsi alla soglia dei 55.000,00 euro. In tal senso, con riferimento al reddito complessivo, sono stati stabiliti importi “di base” che bisogna tenere presenti per conoscere la detrazione spettante.

Regole Generali 
Le detrazioni per i lavoratori dipendenti e i pensionati devono essere rapportate al periodo di lavoro o di pensione (espresso in giorni). Le altre si applicano a prescindere dal periodo di attività svolta nell’anno. Se un contribuente possiede più tipologie di reddito, gli importi delle detrazioni non sono cumulabili ma ci si può avvalere della detrazione più conveniente. La non cumulabilità della detrazione di lavoro dipendente con quella di pensione è prevista quando nello stesso periodo dell’anno il contribuente ha percepito sia redditi di lavoro dipendente sia di pensione. Invece, se i redditi di lavoro dipendente e di pensione si riferiscono a periodi diversi dell’anno, spettano entrambe le relative detrazioni, ciascuna delle quali va rapportata al corrispondente periodo di lavoro o di pensione.

Detrazioni per i lavoratori dipendenti 
Le detrazioni devono essere sempre rapportate al periodo di lavoro nell’anno, ma l’importo effettivamente spettante non può mai essere inferiore a 690,00 euro. 
Nel caso in cui il lavoratore sia soggetto a un contratto di lavoro a tempo determinato e il suo reddito complessivo annuo non supera 8.000 euro, è stato individuato un livello minimo di detrazione di 1.380,00 euro, indipendentemente dalla durata del rapporto di lavoro. 
Sono indicate di seguito le detrazioni “base” (o teoriche) che fanno riferimento al reddito annuo complessivo, di cui i lavoratori dipendenti possono usufruire. Se il reddito complessivo è superiore a 55.000 euro, la detrazione non spetta.

Le detrazioni spettanti in base alle fasce di reddito 
Per un reddito complessivo annuo di un massimo di 8.000,00 euro è prevista una detrazione di base di 1840,00 euro.
Per i redditi complessivi compresi tra 8.001 e 15.000 euro la detrazione si calcola in base al seguente schema: 1.338 + 502 x [(15.000 – reddito complessivo)/7.000]
Per i redditi complessivi compresi tra 15.001 e 55.000 euro la detrazione si calcola in base al seguente schema: 1.338 X [(55.000 – reddito complessivo)/40.000].
Se il reddito complessivo supera i 23.000 euro ma non i 28.000, la detrazione per il lavoratore dipendente è aumentata in base alle seguenti fasce: oltre 23.000 e fino a 24.000 = euro 10,00 euro; 
oltre 24.000 e fino a 25.000 = euro 20,00 euro; oltre 25.000 e fino a 26.000 euro 30,00 euro; oltre 26.000 e fino a 27.700 euro 40,00 euro; oltre 27.700 e fino a 28.000 euro 25 euro.