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Citi: sta nascendo la “Draghinomics”, l’euro si indebolirà ancora

In un recente report pubblicato dagli specialisti di Citigroup è stato avanzato un interessante parallelo tra lo scenario economico giapponese e quello dell’eurozona. Mentre nel paese del Sol Levante è stato lanciato un mastodontico piano di qualitative & quantitative easing, noto come Abenomics, allo scopo di combattere la deflazione e di rilanciare la crescita, nell’eurozona Mario Draghi ha di recente annunciato un maxi-piano di stimolo monetario fatto di tassi a zero (addirittura su valori negativi il tasso sui depositi overnight) e operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate al credito (T-Ltro), anche qui con l’obiettivo di scongiurare il rischio deflazione e di rilanciare l’anemica crescita economica.

La banca americana ha bollato le recenti misure annunciate dal governatore della BCE con l’etichetta “Draghinomics”, sottolineando che appare sempre più evidente la configurazione di uno scenario giapponese per l’area euro. Gli analisti di Citi fanno notare che “la correlazione tra euro e azioni è diventata negativa”, per cui viene stimato un prolungato periodo di tempo nel quale sarà probabile assistere a una sovraperformance delle borse continentali e a una sottoperformance dell’euro sui mercati valutari. In pratica potrebbe ripetersi la stessa correlazione inversa tra yen e borsa di Tokyo, che tra fine 2012 e fine 2013 hanno viaggiato su binari diametralmente opposti con un listino azionario record e uno yen iper-svalutato.

Citi rileva che “le aggressive misure di allentamento annunciate a inizio giugno hanno spinto la correlazione tra l’indice dell’euro e l’EuroStoxx sotto quota zero”. L’istituto di credito statunitense ritiene che la politica monetaria della BCE è destinato a diventare ancor più accomodante in futuro, in quanto la crescita economica nell’eurozona dovrebbe restare fragile e l’inflazione su valori molto distanti dal target di medio periodo del 2% (attualmente siamo allo 0,5%). Citi non esclude quindi il lancio di un piano di quantitative easing, che dovrebbe così indebolire ulteriormente l’euro. La correlazione tra la moneta unica e l’indice azionario EuroStoxx dovrebbe diventare sempre più negativa.

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Gli errori di Mario Draghi

I provvedimenti della BCE di M. Draghi per il raggiungimento dei suoi obiettivi sull’aggregato monetario M3 non hanno avuto finora successo, eppure la politica monetaria della BCE continua a proporre sempre la stessa ricetta.

Come noto la BCE ha tra i suoi obiettivi quello di tenere l’inflazione appena al di sotto del 2% ed avere una crescita dell’aggregato monetario M3 del 4,5%.

Se dovessimo valutare le politiche della BCE e di Mario Draghi semplicemente in relazione a questi due obiettivi, potremmo tranquillamente dire che le stesse politiche implementate, ed i risultati ottenuti, sono insufficienti (se non fallimentari) in quanto nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto.

Ma, trascurando ora l’obiettivo sull’inflazione, cerchiamo di valutare i provvedimenti adottati da Mario Draghi e dalla BCE in relazione all’offerta di moneta ed in particolare circa l’aggregato monetario M3. Segnaliamo fin da subito che mentre la BCE valuta ancora questo aggregato, la Federal Reserve ha smesso di pubblicare notizie in relazione allo stesso in quanto non lo ritiene più indicativo di M2; mentre la BCE continua a ritenere M3 più “stabile” di M2.

Innanzi tutto ricordiamo in primis – velocemente e riassuntivamente – che:

  • M0 è la base monetaria determinata dal circolante più le riserve delle banche alla banca centrale (passività della banca centrale);
  • M1 comprende M0 e le attività finanziarie che possono svolgere il ruolo di mezzo di pagamento, ossia i depositi in conto corrente (bancari e postali);
  • M2 comprende M1 e altre attività a liquidità elevata e valore certo in ogni momento futuro, ma la cui conversione in M1 può essere soggetta a qualche restrizione, come la necessità di un preavviso, penalizzazioni o commissioni e, secondo la definizione data dalla stessa BCE, comprende i depositi con scadenza prestabilita fino a due anni e i depositi rimborsabili con preavviso fino a tre mesi;
  • M3 comprende M2 e alcuni strumenti emessi da varie istituzioni finanziarie monetarie con un alto grado di liquidità e di certezza del prezzo e, sempre secondo la BCE, ne fanno parte le quote o le partecipazioni nei fondi comuni monetari, le operazioni pronti contro termine e le obbligazioni bancarie con scadenza fino a due anni.

Pertanto, l’aggregato – diciamo – a cui “provvede” la BCE è M0, la base monetaria; mentre nel determinare gli altri aggregati “concorrerà” anche l’opera e la volontà delle altre banche commerciali, per es. in M1 sono ricompresi i depositi in conto corrente, in M2 ed M3 anche altre attività e, pertanto, la BCE non sembra poter determinare direttamente M3, ma solo e principalmente “facilitare” le condizioni finanziarie affinché si abbia una espansione di M3.

La base monetaria, come detto, è data dal circolante e dai saldi di riserva della banche alla banca centrale; e solo la banca centrale può aumentare le riserve alla banca centrale (non possiamo vedere adesso come funzionano attività e passività – banconote, riserve, depositi governativi e altre voci – alla banca centrale, quindi, dobbiamo andare oltre); mentre il circolante varia in relazione alla volontà del pubblico, ma – diciamo – in “aggregato” (circolante più riserve) questo potrebbe voler dire poco, cioè solo una diminuzione delle riserve ed un aumento della banconote in circolazione senza variazione della base monetaria.

M1 comprende anche i depositi dei conti correnti presso le banche commerciali, ma la banca centrale, su questi ultimi, non può avere nessuna influenza, in quanto sono esclusivamente un rapporto tra la banca commerciale ed il proprio cliente, la banca commerciale dovrà solo detenere delle riserve alla banca centrale per supportare questi depositi; e la stessa cosa vale per gli altri due aggregati. Pertanto la banca centrale potrà si influenzare gli aggregati monetari, ma non in maniera così determinate come per lo più si ritiene. Potrà aumentare la riserve delle banche alla banca centrale, ed aumentando la base monetaria aumentare di conseguenza, nella semplice somma, anche gli altri aggregati; ma non è detto che per gli altri aggregati ci sia un effetto – diciamo – moltiplicativo, che porti ad un aumento del credito o delle attività bancarie e così ad un aumento dell’aggregato M3.

Ergo: ancora, la BCE può facilitare le condizioni finanziarie affinché siano raggiunti gli obiettivi, ma non può determinare da sola M3, in quanto in questo aggregato rientrano anche attività, frutto dell’operatività delle banche commerciali, che non sono sotto il suo diretto controllo.

Inoltre, da altro punto di vista ed in parole semplici, l’aumento di M3 dovuto ad un aumento della base monetaria, è un aumento della base monetaria e non di M3.

Negli anni appena passati le LTRO e gli altri aiuti hanno garantito alle banche commerciali molta liquidità; anche il “whatever it takes” di Draghi era una garanzia di liquidità, ma gli effetti sul credito sono stati praticamente nulli.

Nonostante questo ci viene ripetuto che con queste nuove misure, che nulla hanno di nuovo visto che sono uguali alle precedenti (abbassamento dei tassi e possibilità per le banche di ribilanciare il portofolio, scambiando titoli con riserve) si libererà una liquidità che darà respiro all’economia.

Tutto questo sembra logico e “filare”: la BCE offre più liquidità alle banche aumentando la base monetaria, le stesse banche, proprio avendo una maggiore liquidità, a loro volta concedono più credito ed aumentano le attività, concorrendo così a far crescere gli altri aggregati tra cui anche M3. Ma, purtroppo, in questo caso il Rasoio di Occam non sembra applicabile, in quanto, come visto, le cose stanno diversamente.

Cerchiamo allora una conferma. Per quello che serve consideriamo l’offerta di moneta M1 piuttosto che M0, in quanto anche i depositi in conto corrente sono attività liquide, in alcuni casi proprio come la base monetaria (per esempio, come da definizione, nei pagamenti), non vengono ricomprese nella stessa, ma rientrano, comunque, nel concetto di narrow money; ed infatti la distinzione tra i due aggregati, in alcune classificazioni, non si trova nemmeno (si trovano solo M1, M2, M3).

Procediamo per gradi. Sappiamo che tra fine 2011 e inizio 2012 sono state fatte, come detto, operazioni non convenzionali chiamate “operazioni di rifinanziamento di lungo periodo” (LTRO), che pur garantendo alle banche un ribilanciamento del portfolio, scambiando cioè titoli per “denaro” (saldi di riserva alla BCE) e facilitando così le condizioni finanziarie, non hanno portato ad un aumento del credito dato che, come ben noto, la stretta del credito, e/o credit crunch, è tuttora una realtà.

Questo è continuato anche quando il “wathever it takes” di Draghi ha praticamente calmato i mercati, garantendo la liquidità stessa. Purtroppo, l’aumento dell’offerta di moneta e la “promessa” di fare tutto il necessario, garantendo appunto la liquidità, non hanno, invece, sortito effetti: infatti, come si vede dal grafico sotto riportato ad aumento della crescita dell’offerta di moneta M1 (linea nera scala di sinistra) – già dal 2008 – non corrisponde un aumento nella crescita dei prestiti al settore privato (linea blu scala di destra). Per cui, già in prima battuta, sembrerebbe che dal fatto di aumentare la liquidità non deriverebbe, in automatico, un aumento del prestito a favore del settore privato. 

Ma quello che ci interessa non è vedere se un aumento dell’offerta di moneta M1 può portare un aumento del prestito al settore privato, bensì dell’aggregato M3; cosicché si possa valutare se le politiche implementate dalla BCE possano sembrare coerenti con il raggiungimento del suo obiettivo.

Vediamo nel grafico sotto riportato che ad un aumento della crescita nell’offerta di moneta M1 (linea nera scala di sinistra), dal 2008, non corrisponde un aumento nella crescita dell’offerta di moneta M3 (linea blu scala di destra); infatti, al contrario, mentre dal 2008 l’offerta di moneta M1 continua a crescere, anche in modo più marcato rispetto al periodo precedente, M3 si appiattisce rispetto alla crescita del periodo precedente. Per cui, ad un aumento più marcato dell’offerta di moneta M1, oltre a non corrispondere un aumento dei prestiti al settore privato, non corrisponde nemmeno un “particolare” aumento di M3. 

Pertanto anche questo grafico sembra dire che la BCE può, prestando alle banche o scambiando titoli con riserve, aumentare i depositi che le stesse hanno presso di lei, facendo così aumentare M1; ma che questo “incremento” della “liquidità” non si traduce automaticamente in un aumento dell’aggregato M3, oppure in un aumento del credito. Si, M3 aumenterà, ma perché è aumentato M1, non motu proprio si potrebbe dire.

Le banche commerciali in questo caso hanno un incremento delle loro posizioni di riserva, ma come sottolineato da un paper di Standard&Poor’s dal titolo “Ripetete dopo di me: le banche non possono e non prestano le loro riserve”, facilmente rinvenibile in rete, le banche non prestano le loro riserve.

Quindi, in primis, ad un aumento delle posizioni di riserva non corrisponde ex sé un aumento del credito. Mentre in seconda battuta, ad un aumento di M1 potrebbe non corrisponde nemmeno un aumento di M3.

Il nostro sistema funziona sostanzialmente come un sistema a moneta endogena – come descritto nel primo quarterly report del 2014 della Bank of England – in cui l’offerta di moneta si espande senza che la banca centrale possa controllarla, limitandosi questa a mettere a disposizione la liquidità necessaria anche in relazione al suo obiettivo sul tasso di riferimento.

Quindi un ruolo pregnante viene giocato anche dalla volontà e dalle “operazioni” delle banche commerciali. Serve, probabilmente, qualcosa di più che la semplice offerta di liquidità, dato il fatto che la liquidità è stata ampiamente garantita dalla BCE e che se la stessa fosse stata di per sé sufficiente, le misure implementate in passato, proprio di immissione e garanzia di liquidità, avrebbero portato a risultati differenti.

Alla luce di quanto esposto, perciò, sembrerebbe difficile – per chi scrive e salvo che la mancata sterilizzazione sugli acquisti di titoli abbia un ruolo tanto pregnante da essere determinante – che le ulteriori misure implementate dalla BCE, per il raggiungimento dei sui obiettivi, essendo dello stesso tenore di quelle precedenti, possano portare a risultati differenti da quelli apprezzati finora. Naturalmente, è auspicabile che mi sbagli!

Rischio “bolle” in Europa.

Il pericolo non è solo nei bond, ma anche nel mattone.

Al di là della recente risalita degli spread sovrani europei, negli ultimi due anni i bond governativi della periferia continentale hanno mostrato i muscoli risollevandosi dalla grave crisi del debito pubblico che stava attanagliando da tempo i cosiddetti PIIGS, costringendoli in più riprese a salvataggi internazionali (Grecia, Irlanda, Portogallo), ristrutturazioni del sistema bancario (Spagna) e addirittura al prelievo forzoso sui conti correnti (Cipro). Per tutti i paesi periferici europei, Italia inclusa, sono state richieste misure di consolidamento fiscale molto dolorose che hanno favorito uno scenario di recessione e di bassa inflazione. Così, dopo l’estate del 2012, grazie alla protezione garantita da Mario Draghi sull’irreversibilità dell’euro, gli investitori internazionali hanno cominciato a mettere le mani sui titoli di stato della periferia europea che in quel momento quotavano su valori minimi (quelli greci, portoghesi e irlandesi avevano addirittura valutazioni di bond prossimi al default). Il vento è presto cambiato e in meno di due anni questi bond hanno messo a segno rialzi da capogiro, ripagando ampiamente la fiducia dei mercati.

A causa di alcune distorsioni macroeconomiche, relative all’andamento dei tassi di mercato e alla liquidità, il rendimento di questi bond è sceso sui minimi storici favorendo sempre più un processo di convergenza tra i tassi dei paesi più rischiosi e quelli più sicuri. Molti economisti e analisti finanziari hanno messo in guardia gli investitori sulla possibilità di assistere all’esplosione di una bolla sui titoli di stato europei, soprattutto se dovesse esserci uno shock esogeno di tipo economico o finanziario. Tuttavia la potenziale bolla sui bond europei non è l’unica a tenere alto lo stato di allerta tra gli investitori. Stanno diventando sempre più incalzanti i rischi sul fronte del mattone, quasi esclusivamente individuabili nei paesi del Nord Europa che non adottano la moneta unica.

Parliamo di Regno Unito, Svezia e Norvegia. Dal 2006 ad oggi il settore immobiliare, complici le scriteriate politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali mondiali, hanno sperimentato diverse bolle, cadute e riprese. Secondo le serie storiche della Fed di Dallas, dal 2008 a fine 2013 i prezzi delle case sono scesi del 38,5% in Irlanda, del 28% in Spagna, del 15,5% in Italia e del 4,6% negli Stati Uniti. Tuttavia alcuni paesi del Nord Europa hanno seguito un percorso inverso. Dal 2008 in Norvegia c’è stata una crescita dei prezzi delle abitazioni del 34,24% (ma se si allarga l’orizzonte temporale ai 10 anni, l’incremento sale alla sbalorditiva cifra del 91%!), mentre in Svezia del 16%. E che dire del Regno Unito, dove secondo Nationwide il mattone ha sperimentato una crescita dei prezzi del 10% solo nell’ultimo anno.

La Bank of England non ha mai nascosto le sue preoccupazioni per il costante aumento dei prezzi delle case in Gran Bretagna, ma finora non ha mai considerato la possibilità di cambiare rotta nella politica monetaria (i tassi sono ai minimi storici allo 0,5% e il piano di stimolo monetario a 375 miliardi di sterline all’anno). Se la bolla immobiliare in Inghilterra dovesse realmente scoppiare, ci sarebbe un enorme rischio di tenuta per il settore finanziario. I rischi sarebbero anche economici, visto che il debito delle famiglieè aumentato al 130% del reddito disponibile (150% in Svezia). In Europa non possono stare tranquille nemmeno Olanda e Austria: la prima deve fare i conti con un debito monstre delle famiglie (250% del pil), a causa dell’esplosione della bolla immobiliare degli anni scorsi; la seconda ha una notevole esposizione verso le banche dell’Est, che rischiano tanto a causa delle forti turbolenze geopolitiche in Ucraina. Le crisi non nascono mai per caso.

Joseph Stiglitz a gamba tesa sull’euro: ottimismo sconcertante, è una valuta instabile!

Joseph Stiglitz ha condannato l’attuale politica di Francoforte, fatta quasi esclusivamente di austerità, e ha affermato che l’euro è una moneta instabile.

flussi di denaro che continuano ad arrivare nell’area euro hanno gonfiato oltremodo borse e bond di un’area monetaria che fino all’estate del 2012 rischiava un clamoroso break-up, ovvero la disgregazione della moneta unica e il ritorno alle valute nazionali. L’Europa è diventata improvvisamente il luogo migliore per fare affari, ma anche per puntare con decisione sul ritorno della crescita e dell’occupazione. In realtà gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da una crescita inesistente (in molti casi c’è stata una profonda recessione), da una disoccupazione volata a livelli record, da consumi ridotti al lumicino e da redditi sempre più bassi.

Inoltre da qualche tempo aleggia sempre più con insistenza lo spettro della deflazione, che potrebbe mettere definitivamente in ginocchio l’unione monetaria europea soffocando sul nascere le velleità di tornare a crescere a buoni ritmi nei prossimi anni. Molti economisti di fama mondiale continuano a nutrire forti dubbi sulla stabilità dell’eurozona. Tra questi c’è anche Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, che qualche giorno fa ha espresso tutti i suoi timori sul futuro dell’euro. L’economista americano, intervenuto a Toronto a una riunione del “thin-tank” Cigi-Inet, ha dichiarato che l’ottimismo sull’euro è sconcertante e privo di qualsiasi fondamento.

Lo stesso ritorno della Grecia sui mercati dei capitali dopo 4 anni di assenza è stato reso possibile solo da sacrifici immani della popolazione ellenica, che ha dovuto sopportare misure di austerità molto dure per consentire al proprio governo di ottenere gli aiuti finanziari dalla troika (Ue-Bce-Fmi). Stiglitz ha ricordato poi che il pil di Atene è crollato del 25% negli anni di crisi. Inoltre ha spiegato che l’euro è una moneta instabile a partire dalle fondamenta, in quanto i paesi membri dell’Ue-18 non dispongono di risorse comuni e non esiste un’unione bancaria. In tutto questo la Germania continua a imporre severe misure di austerity, facendo emergere tra i popoli del Sud Europa pericolosi sentimenti anti-europei.

Secondo Stiglitz il ridimensionamento degli spread sovrani della periferia europea non dipende dal miglioramento dell’economia dell’area euro bensì dalla capacità di Mario Draghi di convincere i mercati che avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’euro. Ora il governatore della BCE ha anche promesso di voler acquistare asset per aumentare la liquidità nell’eurozona, nel caso in cui l’euro resterà troppo forte e la deflazione diventerà un pericolo sempre più concreto. I mercati potrebbero così mettere davvero alla prova il numero uno dell’Eurotower per testare le sue reali intenzioni.

Stiglitz aveva già condannato le politiche di austerità in Europa nel periodo di forte crisi di due anni fa, dichiarando addirittura che la fine dell’euro non sarebbe poi stata la fine del mondo. Per superare la crisi, ma soprattutto per rendere l’eurozona più stabile e sicura nel lungo termine, il premio Nobel ha da tempo suggerito di mettere in comune i debiti (lanciando gli eurobond), di creare un sistema finanziario unico europeo, di armonizzare le imposte e di cambiare il mandato della BCE, spostando così il focus dalla sola inflazione a una serie di variabili macro (prezzi, crescita, occupazione, finanza).

Europa, è allarme deflazione

Ma che cos’è e quali sono le conseguenze per l’Italia?

I giornali di tutto il mondo oggi non parlano d’altro che di deflazione. L’Europa è nuovamente a rischio e l’Italia è una delle Nazioni più coinvolte nel problema.

A lanciare l’allarme è l’Eurostat, secondo cui nel mese di marzo l’inflazione sarebbe scesa allo 0,5%, un livello bassissimo che non si vedeva dal 2009. Addirittura, fanno sapere gli esperti, solo nel corso della Grande recessione il costo della vita era stato più lento.

Il punto fondamentale è che l’attuale strategia economica europea si basa su un’inflazione media annua pari all’1%, il che significa che per mantenere gli obiettivi il vecchio continente dovrà mantenere l’inflazione all’1,1% da qui a dicembre, un risultato tutt’altro che semplice da raggiungere considerando che la Spagna si trova già in piena deflazione (-0,2% a marzo), mentre i tassi di Italia (+0,4% da +0,5% di febbraio) e Germania (+0,9% da 1%) continuano a scendere.

L’attenzione quindi adesso si concentra nuovamente su Mario Draghi e sulle decisioni che la Banca Centrale Europea prenderà nei prossimi mesi per evitare che il Continente crolli nuovamente in quella recessione dalla quale sta cercando disperatamente di uscire.

Ma per capire meglio cosa sta succedendo nell’Eurozona occorre sapere cos’è la deflazione, quali sono le sue cause, ma soprattutto quali potrebbero essere le conseguenze per l’Italia e per gli altri Stati membri.

Deflazione, che cos’è?
La deflazione consiste in un calo generale dei prezzi di beni e servizi e si oppone all’inflazione che invece è il fenomeno che ne causa l’aumento, ma è anche diversa dalla disinflazione che rappresenta un rallentamento del tasso d’inflazione.

I consumatori di tutto il mondo a questo punto si chiederanno perché dovrebbe essere un male. Lo è perché, se non viene combattuta con le dovute misure economiche, essa innesca una spirale recessiva difficile da contrastare.

Le prime vittime della deflazione sono infatti le imprese che, guadagnando meno, hanno sempre meno liquidità. L’inferiore liquidità porta a ridurre i costi di produzione, ma anche e soprattutto il costo del lavoro.

Le seconde vittime sono dunque i lavoratori, poiché senza assunzioni e con nuovi esuberi, aumenta il tasso di disoccupazione (che oggi in Italia ha raggiunto il 13%, livello più alto dal 1977). Non avendo un lavoro, i cittadini non hanno soldi da spendere e la domanda si riduce ulteriormente, causando altri cali e altri licenziamenti.
Insomma, un vero e proprio circolo vizioso che rischia di mettere in ginocchio l’economia di un Paese.

L’Europa a rischio deflazione
L’Europa attualmente si troverebbe in una situazione di disinflazioneche, come abbiamo detto in precedenza, è un rallentamento dell’inflazione causata da un decremento del suo tasso.

Sulla situazione attuale incide senza dubbio la flessione dei prezzi dell’Energia, in ribasso del 2,1% annuo. Ma a ben guardare, il panorama generale non mostra dati incoraggianti: l’indice dei prezzi è in rialzo solo dello 0,8%, i prezzi dei prodotti industriali sono saliti dello 0,3% mentre quelli dei servizi sono aumentati dell’1,1% (1,3%) a febbraio. Incrementi troppo bassi che mostrano un quadro a dir poco allarmante.

Deflazione, le conseguenze per l’Italia
Volete sapere qual è il rischio per l’Italia? Ve ne diciamo una su tutte.
Se non si riuscirà a porre un freno alla deflazione, il nostro Paese si troverà costretto a reperire con urgenza nuove risorse per rispettare i parametri del Fiscal Compact. 10-15 miliardi l’anno che ovviamente non ci sono. E cosa fa il Governo quando non ha soldi? Impone nuove tasse e taglia la spesa. L’Italia ha più volte dimostrano di non essere brava nella seconda ipotesi, ma sulla prima è una Nazione difficile da battere.

Per non parlare del debito pubblico italiano. Come spiega Federico Rubini su Repubblica, infatti:

Il caso del debito pubblico italiano è probabilmente quello più rilevante. Ogni anno il Tesoro emette oltre 450 miliardi di nuovi bond per finanziarsi, pagando in media un interesse vicino a quello di un Btp a cinque anni. Il rendimento di quel titolo è sceso, dal 2,8% di un anno fa all’1,9% di ieri sera. Nel frattempo però l’inflazione è scesa di più, dunque il costo di ogni euro di nuovo debito pubblico dell’Italia sale in termini reali anche quando lo spread fra Bund tedeschi e Btp scende. Per ogni euro degli oltre duemila miliardi di vecchio debito pubblico l’onere da bassa inflazione poi è ancora più forte, perché i tassi d’interesse sui vecchi titoli sono più alti. In queste condizioni il debito pubblico non scenderà mai.

Il pericolo è alto e reale. Basti pensare che un anno fa l’inflazione europea era pari all’1,7%, mentre oggi ci troviamo allo 0,5%, uno dei cali più bruschi che si sia visto dal Secondo Dopoguerra.

Mentre in Italia stiamo intorno allo 0,4% cinque Paesi dell’Eurozona si trovano già in deflazione: Slovacchia, Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna.

Deflazione, le risposte della BCE
In questo frangente Mario Draghi dovrà tenere in considerazione due parametri:

  1. Il primo riguarda le aspettative sull’inflazione. Per la Banca Centrale l’obiettivo a lungo termine rimane fisso intorno al 2%. Il problema è valutare se la flessione degli ultimi mesi possa incidere sulle previsioni ad ampio spettro temporale, ridimensionando le aspettative. Se così fosse, bisognerà prendere delle misure serie per evitare che dall’attuale disinflazione si passi ad una deflazione vera e propria.
  2. In secondo luogo bisogna cercare di capire se questo rallentamento possa minare ulteriormente l’equilibrio e la ripresa dell’Eurozona. Normalmente, il compito di svalutare il cambio viene svolto da prezzi e salari, che rallentando nei paesi più deboli e accelerando in quelli in ripresa. Il problema è che attualmente sembrano non esserci i margini per adottare provvedimenti del genere.

Molti si aspettano che giovedì la BCE decida di non fare nulla, continuando la sua opera di controllo senza però intervenire sui tassi e aspettando di vedere se la situazione migliora. Speriamo solo, che semmai si troverà ad agire, non sarà troppo tardi.