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IRAP: il costo del lavoro diventa deducibile dal 2015

Il costo del lavoro diventerà interamente deducibile dalla base imponibile IRAP. E’ questa la novità più importante prevista all’interno della nuova Legge di Stabilità al varo del Governo che il Premier ha deciso di annunciare proprio davanti all’Assemblea di Confidustria tenutasi a Bergamo.

Davanti ad una marea di imprenditori, il Premier ha fatto leva sulla fiducia, che deve essere recuperata e per questo motivo ha lanciato un vero e proprio colpo di forbice all’IRAP: il prelievo sulle attività produttive sarà alleggerito di circa 6,5 miliardi all’anno a partire dal 2015, attraverso la deduzione integrale dall’imposta del costo del lavoro. Proprio quello che gli imprenditori si sono sempre auspicati fin dalla nascita del tributo sulle attività produttive, la deducibilità del cuneo fiscale. Ad oggi l’IRAP è una tassa che vale per lo stato circa 32 miliardi di euro ogni anno, di cui circa 22 derivano dal settore privato, e gli altri 10 dalla Pubblica Amministrazione. In termini percentuali si tratta di una previsione di minori entrate per circa il 20%. Le risorse a copertura, ha precisato il Premier, arriveranno dalla spending review ( per circa 16 miliardi) e dal margine che l’Italia si prenderà sul deficit/Pil 2015, che arriverà al 2,9%.

La scelta attuata dal Governo appare chiara: ridurre il costo del lavoro per tutte le imprese, specialmente per quelle che danno più lavoro. Stando a quanto affermato dal Premier nel corso dell’assemblea di Confindustria, l’intervento vuole rendere più competitive le imprese, specialmente quelle di rilevanti dimensioni, che più di tutte sono penalizzate dall’incidenza del costo del lavoro nella determinazione della base imponibile IRAP. Per le PMI si tratterà, invece, di una riduzione meno sostanziosa, e quindi di un effetto meno percepibile, che è stato stimato tra il 5 e il 9 per cento in meno. Dal 2015 l’IRAP, quindi, sarà calcolata principalmente su due componenti che rimangono indeducibili, i profitti e gli interessi passivi. Il taglio del costo del lavoro dall’imponibile Irap si andrà ad aggiungere alla riduzione del 10% sulle aliquote dell’imposta regionale introdotta con il decreto Irpef di maggio.

Gli effetti
Il taglio del costo del lavoro, produrrà effetti positivi sia dal punto di vista occupazionale, minori oneri per le imprese spingeranno sicuramente verso nuove assunzioni, ad anche dal punto di vista macroeconomico. Se il taglio del carico fiscale si manterrà delle cifre annunciate, circa 6,5 miliardi, il Pil potrebbe beneficiarne anche già dal prossimo anno, con effetti positivi anche sui consumi, che a regime potrebbero crescere anche di 0,4 punti.

Rai come Sky: ipotesi tessera prepagata per il canone tv

Dopo l’idea di far pagare il canone tv con la bolletta elettrica e l’ipotesi di un canone “flessibile” (tarato cioè sulla dichiarazione dei redditi), si moltiplicano le proposte per la lotta all’evasione della tassa sul canone tv, a maggior ragione dopo che il Premier Matteo Renzi ha chiamato anche la tv di Stato a fare la sua parte nel processo di spending review per non meno di 150 milioni l’anno. L’ultima idea è quella di una tessera prepagata sul modello di quella delle tv a pagamento via setellite e via cavo. Una card che potrebbero presto ricevere tutti gli abbonati (beninteso quelli in regola con il versamento) e che, una volta inserita nell’apparecchio del digitale terrestre del televisore, consentirebbe l’accesso a tutte le trasmissioni Rai. Certo, la Rai non è Mediaset e nemmeno Sky e non tutti i programmi potranno essere criptati, “ma solo alcuni, come le partite o i film”, spiega il senatore Maurizio Rossi, della Commissione di Vigilanza Rai.
LA CONVENIENZA A PAGARE IL CANONE – “La card non deve essere intesa come come un sistema coercitivo – è sempre il senatore Rossi a parlare -, quanto piuttosto come un modo per responsabilizzare l’utente, facendogli capire che conviene essere in regola con il canone. E sarebbe certamente un sistema migliore dell’attuale, con il quale si chiede ai cittadini di pagare senza alcuna spiegazione sul perché”. Rossi, di Liguria Civica, ha personalmente illustrato la proposta al viceministro all’Economia Enrico Morando e al sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli. E proprio Giacomelli, nei giorni scorsi, aveva annunciato una “rivoluzione”, nel settore del canone, che cambierà radicalmente, sarà basato sui consumi e sarà a prova di evasione.
IL FUTURO DEL SERVIZIO PUBBLICO – La proposta rientra in una prospettiva più ampia di riorganizzazione del servizio pubblico radiotelevisivo. “E’ certo che Viale Mazzini debba cambiare – spiega Rossi – perché il 6 maggio 2016 scade la convenzione Stato-Rai e non è possibile, come ipotizzano alcuni, un semplice rinnovo. Entro il 6 maggio 2016 lo Stato deve stabilire, nei bandi e nei capitolati, le modalità dell’affidamento del servizio pubblico locale e nazionale”. Si tratterà di una gara europea alla quale “potranno partecipare tutti i soggetti – spiega Rossi – e la Rai si deve presentare pronta. Altrimenti non avrà alcuna possibilità di spuntarla nei confronti di altri concorrenti. Il canone del futuro non sarà, come oggi, i costi dell’azienda divisi per il numero di coloro che devono pagare. Ma piuttosto il risultato di una serie di offerte fatte da soggetti che possono garantire la comunicazione a costi più bassi”.

TASI: rinvio al 16 settembre

La proroga viene prevista dal Ministero con un Comunicato ufficiale del 19 maggio 2014.

Con comunicato del 19 maggio 2014, il Ministero risponde alla tante richieste giunte dagli operatori, che nel caos normativo, chiedevano a gran voce una proroga dei termini di versamento dell’imposta. 

Dopo aver incontrato l’Anci, per venire incontro da un lato alle esigenze determinate dal rinnovo dei consigli comunali, e dall’altro all’esigenza di garantire ai contribuenti certezza sugli adempimenti fiscali, il Governo ha deciso che nei Comuni che entro il 23 maggio 2014, non avranno deliberato le aliquote la scadenza per il pagamento della prima rata della Tasi, è prorogata da giugno a settembre. 
Per tutti gli altri Comuni la scadenza per il pagamento della prima rata della Tasi resta il 16 giugno 2014. 

Se, tuttavia, un rinvio delle scadenze di pagamento potrebbe essere una buona soluzione per i contribuenti, ci si chiede come potranno, d’altro canto, i Comuni far fronte agli eventuali problemi di liquidità che potrebbero aprirsi a seguito dello slittamento delle scadenze. 

I comuni ce la faranno? – Innanzitutto, il differimento del versamento del tributo ha delle conseguenze sui bilanci degli enti locali, già sfinite dal Patto di stabilità interno e dall’enorme quantità di imposte locali non riscosse, a causa in questo caso della mancanza di liquidità dei cittadini, forse ancor più preoccupante! La Tasi e l’Imu sono, infatti, le principali fonti di finanziamento per i servizi erogati dai Comuni e un eventuale differimento del pagamento creerebbe un “cash crunch” – una crisi di liquidità drammatica – e l’impossibilità per i comuni di continuare a erogare i servizi. Tale situazione poteva essere prevista già qualche mese fa: con l’emanazione del decreto c.d. “Salva Roma-ter”; il Governo aveva previsto l’ennesimo rinvio del termine per chiudere i bilanci preventivi dei Comuni ed era evidente che ciò avrebbe portare con sé uno slittamento delle scadenze per fissare le aliquote dei tributi locali, a partire dalla nuova TASI. 
Oltretutto, il rinvio è nato proprio per evitare di costringere i Comuni in scadenza, ad approvare bilanci privi di numeri certi sulla Iuc, ma per le nuove Giunte (soprattutto nei casi di ballottaggio) è abbastanza facile comprendere come sia impossibile chiudere i lavori anche entro la nuova data. Non dimentichiamoci, poi, che ad alimentare il rebus Tasi sono intervenute due spending review con il decreto Irpef e il decreto casa, che, nel continuare a modificare i fondi destinati agli enti locali, rendono impossibile calcolare quelle che sono le reali esigenze di gettito tributario!

Proroga per gli immobili diversi dall’abitazione – Per le abitazioni principali e pertinenze (oltre che per immobili assimilati alle stesse) i sindaci devono approvare le aliquote Tasi, da inviare entro il 23 maggio 2014 per la pubblicazione entro il 31 maggio 2014, In caso di mancata pubblicazione, il versamento viene automaticamente fatto slittare al 16 dicembre 2014, senza necessità di proroga. 

Gli altri immobili, d’altro canto, dovevano trovare rispondenza nelle delibere da approvare entro il 31 maggio 2014. Nonostante questo, a oggi solo poco più del 10% dei sindaci avevano reso note ai loro cittadini aliquote, detrazioni e modalità di versamento della Tasi 2014. Per 4.100 Comuni, poi, le decisioni sulla Tasi restavano in sospeso, date che si intersecavano con la tornata elettorale amministrativa del prossimo 25 maggio 2014. 

Il vero problema si poneva per gli immobili diversi dall’abitazione principale ed è qui che è intervenuta la proroga. Se i comuni non delibereranno entro il 31 maggio 2014 (e non entro il 23 come specificato erroneamente dal Ministero), il versamento verrà prorogato al 16 dicembre 2014. 
Non sarà necessario, dunque, versare sulla base dell’aliquota standard pari all’1 per mille, l’imposta, per poi conguagliare a saldo (16 dicembre 2014) sulla base delle delibere comunali. 
Si verserà direttamente applicando l’aliquota effettiva, evitando il problema di versare un’imposta all’ 1 per mille (al 50% per l’acconto), che dovrà poi essere chiesta a rimborso, se il comune ne avesse deliberato l’esenzione (es. immobili in uso gratuito ai figli che la utilizzano come abitazione principale), con le lungaggini delle procedure comunali per ottenerlo. 
Anche la ripartizione dell’imposta tra proprietario (o detentore di altro diritto reale) e occupante dell’immobile non è più un problema; la Legge di stabilità 2014 (L. n.147/2013) stabilisce un range che va dal 10% al 30% di compartecipazione dei due soggetti al versamento; è l’ente locale, poi, a dover stabilire la ripartizione esatta. Con la proroga si evita il rischio, dunque, in mancanza di delibera di versare in modo errato le somme. 

Oggi, quindi, sia i proprietari delle abitazioni principali, che di altri immobili, possono tirare un sospiro di sollievo (almeno per questi pochi mesi), sperando che le scadenze non creino della congestione negli studi alle prese con l’invio del modello Unico!

Spending Review. Risparmi sulla Difesa

No a risparmi in tre anni, ma una contrazione più bassa nel 2016 pari a 2,5 mld di euro.

Il contenimento della spesa pubblica – Le politiche di contenimento della spesa pubblica sono ancora in work in progress, nonostante alcune misure siano già state applicate. Per avere in mano i risultati di queste ultime bisognerà ancora attendere, tuttavia non si arresta il processi di riduzione dei costi pubblici programmato dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il commissario ha infatti recentemente osservato che un altro settore nel quale risulterà opportuno e improcrastinabile intervenire al fine di produrre dei risparmi è la difesa e proprio sul punto Cottarelli è intervenuto in un’audizione davanti alle commissioni Difesa di Camera e Senato.

L’audizione sui risparmi della difesa – Dunque, l’apparato della difesa dovrà essere soggetto a forti tagli in linea con le misure della spending review messe in cantiere negli ultimi tempi. In sostanza, secondo le elaborazioni presentate alle commissioni parlamentari da Cottarelli, i risparmi complessivi conseguiti dal settore difesa entro il 2016 dovrebbero raggiungere una cifra pari a 2 miliardi e mezzo di euro. Si tratterebbe di una cifra inferiore ai 3-3,5 miliardi che si taglierebbero rispettando il benchmark di spesa fissato per il settore. Rivolgendosi alle due Commissioni Difesa, il commissario per la spending review ha spiegato che sono stati definiti “per i vari settori di spesa dei benchmark, per la Difesa è circa lo 0,9% del Pil, più basso della spesa italiana che è intorno all’1,1% del Pil, una differenza di 0,2 punti, circa 3,5 miliardi”.

Prospettive – Cottarelli ha altresì aperto un focus sulla Legge n. 244 del 2012 inerente al riordino e alla razionalizzazione dello strumento militare. Secondo il Commissario per il contenimento della spesa pubblica, un simile intervento legislativo non comporta risparmi, ma al contrario un riequilibrio delle risorse destinate rispettivamente a personale, esercizio e investimenti. In definitiva, quel che raccomanda Cottarelli non è la chiusura del divario nell’arco di un triennio, bensì una più bassa riduzione per il 2016 che sarebbe quindi pari a due miliardi e mezzo di euro, come abbiamo poc’anzi accennato.

Def, dal taglio all’Irpef agli aumenti per le banche, tutte le misure in 8 punti

Il Consiglio dei ministri ha licenziato ieri sera il Documento di Economia e Finanza, il testo che contiene le misure di politica economica e finanziaria decise dal Governo per il periodo compreso nel bilancio pluriennale.

Erano in molti ad attendere l’arrivo del Def per vedere se il Presidente del Consiglio avrebbe mantenuto tutte le promesse fatte nel corso degli ultimi due mesi. I dubbi erano tanti, ma a quanto pare Matteo Renzi è riuscito a spuntarla, includendo all’interno del documento le misure presentante il 12 marzo scorso.

Dal taglio all’Irpef per le famiglie alla spending review, dall’aumento di 80 euro in busta paga alla sorprendente stangata per le banche, cerchiamo quindi di vedere, una per una, le novità contenute nel DEF, e quali conseguenze comporteranno per i cittadini e per i risparmiatori italiani.

Irpef
Uno dei provvedimenti più attesi era senza dubbio il taglio dell’IRPEF che, per il 2014, sarà pari a 6,7 miliardi di euro e si tradurrà nel bonus di 80 euro in busta paga concesso a lavoratori dipendenti e assimilati che guadagnano meno di 1.500 euro lordi a mese.

La detrazione dell’imposta sulle persone fisiche verrà inserita all’interno di un apposito decreto presentato il prossimo 18 aprile e cioè il giorno dopo il suo passaggio in Parlamento.

All’interno dello stesso documento sarà contenuta, secondo quanto detto dal Premier, anche una misura riguardante gli incapienti e cioè i cittadini con un reddito inferiore a 8mila euro per i quali sarebbe stato individuato un intervento alternativo che permetterà loro di incrementare un po’ le entrate.

Irap
Confermata la riduzione dell’Irap per le imprese. L’imposta sarà tagliata del 5% nel 2014 e del 10% nel 2015.

Spending Review
Tagli alla spesa a più non posso. Renzi li aveva annunciati e il Def li ha confermati. Riduzione massiccia dell’acquisto di beni e servizi che comprende un risparmio di 1 miliardo per la Sanità pubblica.

Anche la Pubblica Amministrazione dovrà stringere la cinghia provando a spendere 800 milioni meno. Come? Tagliando la spesa improduttiva.

Improduttivo viene considerato anche il Cnel che verrà dunque abolito.
Il Governo inoltre cercherà il modo di ridurre le spese istituzionali, a partire proprio da Camera, Senato e Quirinale. Annunciati provvedimenti riguardanti il ministero della Difesa, anche se non è ancora chiaro se essi riguarderanno i tanti odiati F35.

Decisi infine interventi sulle Camere di commercio e sui bonus per le imprese che potrebbero essere ridotti allo scopo di alleggerire il cuneo fiscale.

Banche, che stangata
La misura che senza dubbio ha sorpreso, per una volta favorevolmente, i cittadini riguarda la stangata sulle banche.

La riduzione del cuneo fiscale verrà infatti finanziata, almeno in parte, da un aumento (dal 12% al 26%) della tassazione sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia. Il provvedimento sarà retroattivo e riguarderà i principali soci della Banca Centrale Italiana, da Unicredit a Intesa Sanpaolo.

Debiti della PA
Il Governo ha finalmente deciso di saldare i debiti della Pubblica Amministrazione, stanziando 13 miliardi di euro che si aggiungeranno ai 47 già erogati dai precedenti Esecutivi.

La misura sarà portata avanti grazie “al consolidamento del meccanismo di finanziamento da parte dello Stato” che consentirà alle società creditrici di cedere il proprio credito alla Cassa depositi e prestiti e ad altre istituzioni.

Il Governo istituirà poi un nuovo sistema di regolamentazione volto ad evitare l’accumulo di nuovi debiti.

Stipendi dirigenti pubblici
Un altro capitolo di forte interesse per i cittadini riguarda il tetto di 238mila euro l’anno per gli stipendi dei manager pubblici. Il provvedimento verrà inserito all’interno del decreto del 18 aprile contenente la riduzione dell’Irpef e permetterà al Governo di risparmiare 350-400 milioni l’anno:

“Non possiamo nominare persone che guadagnino più di quelle cifre. Abbiamo dato una stretta molto decisiva, che varrà tra i 350 e i 400 milioni, ma al di là della cifra conta il valore simbolico. Io sono affezionato ad Adriano Olivetti che diceva che un amministratore delegato non può guadagnare 10 volte di più di un dipendente”,

ha sottolineato Matteo Renzi.

Aziende pubbliche e privatizzazioni
All’interno del Def, l’Esecutivo si impegna inoltre ad andare avanti nella strada delle privatizzazioni delle aziende pubbliche. Quella di Poste Italiane, che prevede la vendita del 40% della quota statale, e quella di Enav (49%) porteranno nelle casse dello Stato 5-6 miliardi di euro.

Ma non basta. Il Governo procederà alla dismissione di asset appartenenti all’Italia, anche se non è ancora stato reso noto quali aziende saranno interessate. Lo scopo è quello di far incassare allo Stato una cifra vicina ai 12 miliardi.

Coperture
L’ultimo, fondamentale, capitolo riguarda le coperture. Alcune decisioni le abbiamo già anticipate, ma vale la pena elencarle una per una. Le misure inserite all’interno del Def saranno finanziate attraverso:

  • i 4,5 miliardi di revisione della spesa pubblica;
  • il maggior gettito Iva derivante dal pagamento dei debiti della PA;
  • l’aumento della tassazione sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia;
  • l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie (l’aliquota passerà dal 20% al 26%).

GENTILE CONTRIBUENTE… è l’Agenzia che scrive !

Cari amici ,

sono tanti i contribuenti che hanno ricevuto o riceveranno un questionario o una lettera da parte dell’Agenzia delle Entrate con la richiesta di fornire chiarimenti su dati non chiari o per imposte e tasse non pagate.

Le missive iniziano sempre con un tono garbato, rivolgendosi al ‘Gentile Contribuente…’ come se si stessero porgendo gli auguri natalizi, eppure basta scorrere qualche riga per ridestarsi dal sogno e scoprire le paradossali richieste dell’Amministrazione Finanziaria.

A breve, dunque, circa 30/40 mila contribuenti saranno destinatari della suddetta lettera, relativamente all’anno 2009, per effetto del nuovo redditometro. Nella comunicazione l’Agenzia delle Entrate metterà in evidenza le incongruenze tra il dichiarato dal contribuente e le spese sostenute dallo stesso. A ben vedere, le lettere non saranno molte, se si considera che la platea dei contribuenti soggetti al nuovo redditometro è di circa 40 milioni, vuol dire che “uno su mille non ce la fa”, parafrasando la famosa canzone.

Ebbene, l’iniziativa che porterà avanti l’Amministrazione non è del tutto errata, nel senso che è giusto inviare la segnalazione a tutti quei soggetti che non hanno pagato, che hanno commesso errori o per i quali siano emerse incongruenze in relazione al nuovo redditometro. Non è questo che recrimino. Il punto sul quale vorrei far riflettere (e che, permettetemi lo sfogo, mi fa adirare) è che le richieste e gli avvisi bonari in alcuni casi risultano ingiustificati e ottengono come unico risultato la perdita di tempo ai danni del contribuente o del suo commercialista, tenendo presente che spesso quest’ultimo non può neanche pretendere il compenso per le ore spese al fine di verificare e far notare agli uffici che la richiesta non è dovuta. Altro elemento che non può passare in sordina è che in alcune circostanze queste lettere riguardano la regolarizzazione della posizione del contribuente per pochi spiccioli come il caso segnalatomi da un collega che mi ha girato una di queste lettere in cui si richiede al contribuente l’ importo, comprensivo di sanzioni e interessi, di 3,65 euro.

È assurdo! Sembra di essere vittime di qualche candid camera! Eppure è drammaticamente vero.

Tra l’altro, parlano di spending review e semplificazione, salvo poi spendere risorse ed energie per lettere, oltreché ruoli, per richieste di pochi euro! E non mi si dica che è tutto automatizzato, perché allora rispondo che le macchine vengono programmate, per cui non diciamo stupidaggini.

Dunque, prendendo atto di questa situazione, mi rivolgo al presidente Renzi, nonché ai nostri illustri colleghi che hanno l’onere e l’onore di sedere su poltrone di tutto rispetto, e chiedo se non sarebbe il caso di eliminare queste anomalie che si presentano come mere perdite di tempo.

Ma siamo seri! Si può emettere una cartella o inviare una lettera al contribuente per soli 3 euro? È come se avessi un debito di tre euro e per riscuoterlo ne spendessi il doppio, implicando anche per il mio debitore delle spese superiori a quelle che effettivamente mi deve.

Parlano di tagli, tuttavia pare che siano restii ad applicarli. Le forbici ci vogliono, ma l’attenzione e la verifica anche, pertanto serve altresì una buona dose di elasticità nel programmare sia i diritti che i doveri. Operare in maniera standardizzata può andare bene in certi settori, ma in altri rischia di far crollare l’intero sistema, perché una cosa è chiedere 500 euro, un’altra è invece chiederne 3 con le medesime modalità!

Questa situazione mi fa venire in mente delle parole attribuite al poeta inglese William Blake, “generalizzare equivale a essere idioti”.
E ho detto tutto!

Stop confermato al taglio lineare delle detrazioni fiscali per oneri

Salvi atti e provvedimenti adottati, effetti e rapporti giuridici sorti nel breve periodo di vita della procedura volontaria di “ufficializzazione” dei capitali esteri.

Soppressione della procedura di collaborazione volontaria, finalizzata a consentire l’emersione dei capitali e degli investimenti non dichiarati detenuti all’estero e il loro eventuale rientro in Italia, eliminazione dell’obbligo dichiarativo per i depositi e i conti bancari costituiti oltre confine che, complessivamente nel periodo d’imposta, non superano i 10mila euro. E ancora, nuove disposizioni, relative anche ad adempimenti tributari, per le popolazioni colpite di recente da calamità naturali. Queste le principali novità apportate al Dl n. 4 del 28 gennaio dalla legge di conversione che ha appena concluso il suo iter, ottenendo l’approvazione definitiva.
Resta infine da segnalare la conferma di due disposizioni già presenti nel decreto originario: la norma interpretativa che prevede espressamente l’applicabilità della tassa di concessione governativa ai contratti di abbonamento per la telefonia cellulare e lo stop all’annunciata sforbiciata alle detrazioni Irpef del 19%, percentuale che sarebbe dovuta scendere al 18% quest’anno e al 17% a decorrere dal 2015.

L’impatto più rilevante della conversione si è manifestato sulla voluntary disclosure: soppressa.
In sintesi, il meccanismo prevedeva, per il contribuente che dichiarava in maniera spontanea il possesso di investimenti e attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, la riduzione delle sanzioni fino alla metà del minimo per omessa o infedele presentazione del modulo RW, e la copertura o lo sconto di pena per i reati tributari. La misura era prevista dal soppresso articolo 1, comma 1, del decreto legge.
Spunta, però, un comma 2 dello stesso articolo, che arriva in soccorso, disponendone la salvezza, degli atti e dei provvedimenti adottati e degli effetti e dei rapporti giuridici nati nel breve periodo di vita della procedura.

Sempre in materia di “consistenze” detenute all’estero, in sede di conversione, l’articolo 2 del decreto legge si arricchisce di un nuovo comma, il 4-bis, che modifica l’articolo 4, comma 3, del Dl 167/1990. Quest’ultimo escludeva dall’obbligo di indicazione in dichiarazione soltanto le attività finanziarie affidate in gestione a intermediari residenti e i contratti conclusi mediante gli stessi, nel caso in cui i relativi redditi erano già stati sottoposti a ritenuta o a imposta sostitutiva. Ora, anche i depositi e i conti correnti bancari tenuti all’estero, il cui valore massimo complessivo raggiunto nel periodo d’imposta non sia superiore a 10 mila euro, godranno dello stesso trattamento.

Cambiamo argomento, passando all’articolo 3 del Dl 4/2014, ritoccato in diversi punti dalla conversione. Si tratta di disposizioni in favore delle popolazioni colpite recentemente da eventi alluvionali. In particolare, quella che prevede la sospensione dei versamenti e degli adempimenti tributari e contributivi, in scadenza tra il 17 gennaio e il 31 ottobre 2014, per i contribuenti residenti o con sede operativa nelle zone danneggiate (comma 2).
In sostanza, l’elenco dei Comuni “agevolati”, che nella prima stesura del decreto facevano parte di quelli già danneggiati dal sisma di maggio 2012 (Dm 1 giugno 2012) e nuovamente lesi dall’alluvione del 17 – e dall’ulteriore del 19 gennaio scorso – viene allargato ai Comuni veneti colpiti da eventi atmosferici verificatisi tra il 30 gennaio e il 18 febbraio.
Di particolare rilevanza è la previsione, a favore dei residenti e delle imprese aventi sede legale e/o operativa nei comuni individuati, titolari di mutui finalizzati alla ricostruzione di edifici distrutti o inagibili o alla ripresa dell’attività svolta negli stessi edifici, di poter chiedere – alle banche o agli intermediari finanziari eroganti il finanziamento – la sospensione fino al 31 dicembre 2014 delle rate di mutuo, per intero o, se si vuole, anche della sola quota capitale. L’agevolazione è condizionata alla presentazione di un’autocertificazione del danno subito.
L’onere di informare i potenziali interessati all’opportunità spetta agli istituti finanziatori, che dovranno farlo entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione, indicando altresì costi e tempi della sospensione. Il “silenzio” della banca determina una “tregua” automatica dei pagamenti fino al 31 dicembre 2014.

In conclusione, e non si tratta di novità bensì di conferma, è previsto lo stop al taglio della percentuale di detraibilità Irpef di oneri e spese: abrogati definitivamente i commi 575 e 576 della Stabilità (legge 147/2013). La razionalizzazione delle detrazioni resta affidata ai provvedimenti attuativi della delega fiscale. Le maggiori entrate, che erano state previste dal taglio ora “scongiurato”, saranno recuperate tramite la spending review.

TASSE NEL CAOS…

Cari amici,
non abbiamo ancora dimenticato il caos di qualche mese fa, con Imu e Mini-Imu, che nuovi temporali si preannunciamo all’orizzonte. L’esecutivo Renzi, animato da buoni propositi, ci aveva addirittura fatto sognare, dicendo che nel giro di qualche anno avremmo ricevuto le dichiarazioni precompilate direttamente a casa. E noi da buoni sognatori, abbiamo iniziato a credere ancora una volta che esistono i SUPERMAN, in grado di farci sperare, salvo poi svegliarci e ricadere nel profondo buio del tunnel.

Qualche giorno fa anche Sangalli, presidente di Confcommercio, soffermandosi sulla spending review, ha sottolineato come sia necessario un doppio taglio, cioè quello sia della spesa che delle tasse, quale unica soluzione per tornare a crescere. E mentre Sangalli afferma che dai “80-100 i miliardi di spesa aggredibili” si possono trarre forti riduzioni del carico fiscale, noi facciamo il punto su quel che sarà ancora una volta, nonostante le promesse, il caos che avremo da qui a qualche mese.

Apprendiamo che il governo sarebbe pronto a un ennesimo rinvio del termine per chiudere i bilanci preventivi dei Comuni, dal 30 di aprile al 31 luglio. Scadenza che ha l’inevitabile conseguenza di spostare in avanti la fissazione, nei rispettivi regolamenti, delle aliquote delle imposte locali (Imu, Tasi e Tari). In sostanza, se si proroga l’approvazione dei bilanci preventivi, non potremo sapere né quali aliquote applicare né quali saranno le agevolazioni o le detrazioni per le varie imposte locali. Di conseguenza, per effetto di tale proroga e in assenza quindi di nuove regole per aliquote e detrazioni o agevolazioni, non risulterà possibile affrontare le scadenze di giugno per Tasi, Imu e Tari.

Tuttavia non potendosi i comuni permettere un differimento degli incassi delle nuove imposte, molto probabilmente la soluzione che si intravvede è quella consueta della determinazione della scadenza con degli acconti, per poi procedere al calcolo esatto in autunno, quando avremo le delibere (o, come qualche malizioso invece dice, dopo le elezioni ).

Pertanto anche quest’anno ci sono tutte le condizioni per rivivere il disastro Imu dell’anno scorso, perché a quanto pare tutte le difficoltà incontrate da professionisti e contribuenti non sono state sufficienti per cambiare rotta.

Insomma, non soltanto l’IMU è ancora presente (si chiama IUC ma sempre Imu è), ma esigenze di cassa hanno altresì determinato un inasprimento della tassazione sugli immobili, tant’è che in alcuni casi anche le prime abitazioni pagheranno la Tasi, mentre una simile situazione non si verificava con l’IMU.

Quindi caos e difficoltà ci aspettano nei prossimi mesi, nonostante si puntava alla semplificazione e fior di tecnici (che forse non hanno mai saputo cosa accade in uno studio) sono approdati nelle stanze dei bottoni.

Altra nota dolente è che vi sarà un peggioramento, l’ennesimo, della tassazione immobiliare principalmente per le imprese, così come affermato dal presidente Squinzi. Un’altra “botta”! Infatti i Comuni, per finanziarsi, aumenteranno inevitabilmente la Tasi per gli immobili aziendali, capannoni industriali, alberghi, ecc. Pagheranno di più coloro che già sono già stati messi a dura prova dal crollo dei consumi e dalla crisi in generale. Ci aspettano maggiori difficoltà, con enorme sacrifici degli studi e di tutti gli operatori del settore, nonché un maggiore esborso finanziario… non certo il modo migliore per iniziare, da parte del nuovo governo!!

Qualche giorno fa Renzi affermava che non gli interessano le reazioni negative delle associazioni o dei sindacati, ma ha a cuore solo i contribuenti e le famiglie. Beh, allora caro Renzi, ti posso assicurare che i contribuenti sono stufi di pagare tasse. Non siamo più disposti a farci prendere in giro.

Il tempo dei sogni è finito e l’amara realtà ci dice che pur cambiando le persone, tutto (non) funziona come prima.

Tagli dipendenti pubblici, sotto a chi tocca!

Tagli dipendenti pubblici, a chi tocca? Dal piano messo a punto dal Commissario per la spending review Carlo Cottarelli, emergono una serie di misure lacrime e sangue che potrebbero terremotare il pubblico impiego. Ma chi è a rischiare veramente? Scopriamolo insieme.

Tagli dipendenti pubblici: è iniziata l’era Cottarelli. La spending review è infatti ormai un fattore irrinunciabile per riuscire a tagliare l’abnorme spesa pubblica del nostro Paese, così da mostrare all’Europa che questa volta stiamo davvero facendo i famosi “compiti a casa” che tanto piacciono a Bruxelles.

Tutte le incognite della spending review

Un po’ di scetticismo, però, è d’obbligo: di revisione di spesa – gli anglicismi sono un’abitudine piuttosto recente – in Italia si parla ormai da anni. Senza andare troppo indietro nel tempo, infatti, possiamo ricordare la Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica di epoca prodiana (2007), i tentativi legati al federalismo fiscale, fino ai più recenti interventi di Piero Giarda ed Enrico Bondi, entrambi tecnici d’area montiana che ricordiamo più per gli annunci roboanti che per i risparmi effettivamente conseguiti. Insomma, considerando solo gli ultimi 7 anni, di tentativi propagandati ne abbiamo sentiti molti, ma di risultati portati a casa ne abbiamo visti veramente pochi. Come mai? I più maliziosi insinuano che, mentre aumentare le tasse è semplicissimo, in quanto è un meccanismo che colpisce tutti, tagliare la spesa è un’operazione ben più delicata, che rischia di intaccare interessi settoriali pronti a far scattare la protesta, con il sicuro appoggio dei sindacati.

85 mila esuberi?

A meno di 24 ore dall’audizione in Senato di Carlo Cottarelli, caso strano, alcuni numeri sembrano già essere messi in discussione. Infatti, tra le 72 slide messe a punto, la numero 64 indicava chiaramente una platea di potenziali 85 mila esuberi nel pubblico impiego. Una previsione che già oggi possiamo trovare smentita su alcuni quotidiani nazionali, secondo i quali una stima più verosimile si aggirerebbe intorno ai 24 mila esuberi, sanità esclusa.

Le alternative: mobilità forzata o pensione anticipata

Nell’attesa che si faccia chiarezza sui numeri, quali sono le alternative che si prospettano per i dipendenti coinvolti? A conti fatti, i circa 8 mila dipendenti più in là con gli anni potranno sperare di essereaccompagnati alla pensione anticipata. Meno roseo, invece, il destino degli altri 16 mila esuberi i quali, una volta entrati in “mobilità forzata”rischieranno di dover abbandonare il proprio ufficio, e forse anche la propria città (rimanendo comunque all’interno della stessa regione). Ma cosa accade a chi non accetterà il trasloco obbligato? Semplice: gli verranno garantiti due anni di stipendio decurtato del 20 o 50 per cento mentre si cerca un nuovo posto di lavoro. Dopo di che a casa. Ulteriori possibilità in cantiere: incentivi statali all’uscita dal lavoro, il collocamento in disponibilità con stipendio tagliato e una sorta di cassa integrazione per gli impiegati.

Le categorie a rischio

Secondo quanto riportato su “La Stampa” in edicola oggi, a rischiare maggiormente di dover fare le valigie sono i ministeriali (5 mila esuberi)e i dipendenti degli enti territoriali (circa 11 mila esuberi). Tra questi occhi puntati sui dipendenti Inps (3300 esuberi tra impiegati e dirigenti), senza dimenticare i circa 1200 addetti di Aci, Istat ed Enac

Invalidità. Caccia alle false pensioni

Governo pronto a interventi drastici. Età pensionabile invariata e zero tagli.

Focus pensioni – Il ‘Jobs act’ presentato da poco più di una settimana dal governo Renzi si è portato dietro applausi e critiche, queste ultime pervenute soprattutto dal fronte delle parti sociali che avrebbero voluto trovare tra i punti del programma qualche attenzione in più al comparto previdenziale. Tema che ha attraversato anche la bufera della spending review, con l’intervento tracciato da Cottarelli in base al quale si potrebbe prevedere un risparmio dell’1% per i primi scaglioni al di sopra dei 26mila euro, considerato che la spesa complessiva attuale per le pensioni è di 270 miliardi di euro. Provvedimento che dovrà essere politico e che ha comunque già generato non poche critiche da parte dei sindacati. Detto questo non si possono lasciar passare inosservate neanche le ultime dichiarazioni del ministro del Welfare, Giuliano Poletti, che si è soffermato sulle pensioni di invalidità, in particolare su quelle ritenute false.

Falsa invalidità – Dunque, come abbiamo visto il tema delle pensioni è tra quelli più caldi dell’agenda del nuovo esecutivo guidato da Matteo Renzi, per il quale la branca del lavoro e del welfare è amministrata e gestita dal neoministro Poletti, subentrato a Enrico Giovannini. Secondo il nuovo capo del dicastero, il problema principale da risolvere in seno alla questione previdenziale è quello delle invalidità fittizie, che falsano la spesa inerente questo genere di trattamenti previdenziali. La falsano e, cosa ancora più grave, la appesantiscono sottraendo risorse che potrebbero essere invece utili a garantire altri servizi e altri trattamenti. Proprio tenendo conto di una simile dilagante realtà, il ministro Poletti ha annunciato che non è intenzione della squadra esecutiva tagliare le pensioni o addirittura aumentare l’età pensionabile, tuttavia molto verrà fatto per smascherare i falsi invalidi che purtroppo recepiscono in maniera regolare pensioni che non sarebbero loro spettanti. Gli interventi, come ha sottolineato lo stesso Poletti, saranno drastici. Gli abusi verranno quindi smascherati e i tagli, perché dovranno ovviamente esserci, andranno a colpire proprio queste pensioni fasulle.

Niente prelievi, ok età pensionabile – Come abbiamo visto, l’azione del governo sarà forte, tuttavia si tratterà di provvedimenti mirati ad arginare un fenomeno che fa disperdere non poche risorse economiche, privando delle stesse l’intero comparto del welfare. Non vi sarà quindi alcun prelievo, anzi sul punto il ministro del Lavoro sottolinea che vi è stata la diretta assicurazione del presidente del Consiglio che sulle pensioni superiori ai 2500 euro non vi saranno tagli. Per quel che concerne l’età pensionabile, Poletti sottolinea che su questo versante la riforma Fornero non verrà toccata di una virgola, in quanto l’esecutivo non ha alcuna intenzione di intervenire sull’età pensionabile.

Il piano lavoro – Come abbiamo poc’anzi accennato, il piano lavoro firmato Renzo-Poletti ha ricevuto non poche critiche da parte delle parti sociali. Dal canto loro, i sindacati ritengono che le misure ivi contenute possano in qualche modo aumentare la precarietà, soprattutto per quel che concerne i contratti a termine senza causale fino a 36 mesi alla semplificazione dell’apprendistato. In merito a ciò, Poletti rassicura gli scettici, concludendo che “già oggi il 70% degli avviamenti al lavoro avviene con contratti a termine. Noi pensiamo che sia necessario dare più opportunità e anche più stabilizzazione. I numeri ci diranno se la nostra idea è migliore e se lo sarà la confermeremo, diversamente siamo pronti a discuterne e a cambiare”.